Teatri di Pietra
Quante cose, pur essendo importanti, e quindi da conoscere, si scoprono per caso, per una serie di circostanze private, non previste, che ti arrivano senza cercarle. Così per caso mi è accaduto di essere coinvolto in una singolare realtà teatrale che merita di essere sostenuta, promossa, sviluppata. È per caso, pur essendo operatore del settore, che ho individuato un pullulare di iniziative culturali, progetti veri e propri proiettati nel futuro, che animano quel favoloso palcoscenico che, come l’occhio del Ciclope Polifemo, è adagiato al centro del mare mediterraneo, illuminato da un sole perenne, arieggiato da venti d’oriente, sorretto da antiche pietre vulcaniche, porose o taglienti, che parlano non solo agli dei ma a tutti coloro che passano su quel territorio: è la Sicilia che parla, che recita, che canta, e, come una musica antica, t’invade l’anima, la mente, il cuore.
È qua che pulsano sussulti d’arte, spettacoli intriganti, che s’incontrano comunità di artisti, che sudano, agiscono, per dare senso e corpo a questo scenario.
È qua che abbiamo scoperto la costituzione di un circuito di teatri a cielo aperto, tutti di pietra, che si affacciano su scenari naturali che generano emozioni, che sono sparpagliati da secoli sul dorso dell’isola a testimonianza del passato di una vita dinamica, già improntata all’arte, al sociale, all’aggregazione. Sono i "Teatri di Pietra", ben diciotto, che d’estate, nell’ora che volge al desio, battono come tanti cuori, grazie alla volontà, alla perspicacia di uomini che si nutrono di cultura, di creatività, di progetti di vita. Eccoli, i teatri, in ordine sparso: Chiesa di San Giovannello alla Giudecca – Ortigia, Siracusa; Teatro Antico di Morgantina – Aidone, Enna; Parco Archeologico di Palmintelli – Caltanissetta; Tempio di Héra – Castelvetrano Selinunte, Trapani; Eraclea Minoa – Cattolica Eraclea, Agrigento; Necropoli di Realmese - Calascibetta, Enna; Gradinata cattedrale San Nicolò- Noto, Siracusa.
A Segesta, nell’ambito del Calatafimi Segesta Festival 2008 diretto da Enrico Stassi, il Ciclope di Euripide, manipolato sapientemente dal quell’alchimista dei linguaggi teatrali, dall’instancabile e generoso regista-coreografo che è Aurelio Gatti, il quale non si lascia condizionare dal rischio che può determinarsi quando si tenta di mescolare per un risultato unitario l’olio con l’aceto, di dare forma estetica a materiali di natura eterogenea, a far convivere il sacro col profano, attori professionisti con altri che aspirano. La reazione chimica può fornirci un ibrido, ma Gatti ha la capacità di amalgamare, come un buon cuoco fa con i sapori, le diversità in campo, o meglio sul palcoscenico. E così è stato per questo Ciclope: attori validi, pronti, creativi, si intrecciano con danzatori, si mescolano con un coro giovani - i satiri dell’opera - nato dal parto di laboratori che si tengono alla ricerca di talenti, ma anche come soluzione ideale per mettere in scena opere così popolate che altrimenti, con i tempi, anzi coi soldi, che corrono non andrebbero in scena.
Gatti sempre avvolto nella sua inconfondibile divisa nera, casco sulle ventitré, codino sulle spalle, opera al centro della scena come un direttore d’orchestra che si avvale di buoni assistenti per dare input di azioni coreografiche, di soluzioni sceniche, improntate sempre ad una scrittura scenica composita: recitato, azioni pantomimiche, musica dal vivo, luci giocate con estro da pittore, fino all’ultimo minuto dell’andata in scena. Passa da un progetto all’altro, sempre con la sua compagnia variegata, nel giro di pochi giorni, salta da un sito all’altro come una saltabecca instancabile, indifferente alla stanchezza che assale gli attori, e così da dieci anni anima questa Sicilia generosa, pronta ad accoglierlo tra le sue pietre.
Nel Ciclope, dove si è operato con varianti anche in senso drammaturgico, si sono inseriti tanti segni di contemporaneità: dai costumi, alla musica, ai personaggi, a sottolineare quella denuncia sulla sopraffazione del potere sui diversi.
Hanno determinato la riuscita dell’operazione: Ernesto Lama, Sebastiano Tringali, Eugenio Dura, Raffaele Gangale, e il coro dei satiri Stefania Amata, Valentina Baudo, Sergio Beercock, Oriana Cardaci, Giorgia Cipolla, Giulia Clemente, Alfonso D’Angelo, Duilio Greca, Filippa Ilardo, Sonia Inveninato, Silvia Leanza, Alessandro Liccardi, Veronica Mancuso, Raffaelle Marino, Marianna Palillo, Elio Provitina, Rossana Rizza, Rocco Rizzo, Flavia Spanò, Gabriele Santoro, Sabrina Sproviero.
In un altro clima, quasi dantesco da bolgia infernale, è stata la proposta de Il Ratto
di Proserpina di Rosso di San Secondo, ambientata nel contesto di una miniera abbandonata, dove ancora gli strumenti di lavoro, nastri trasportatori arrugginiti, tramogge segnate dal tempo ecc. campeggiano a dimostrare uno spaccato di vita che fu sofferta da quei minatori che spesero l’esistenza per lo sfruttamento dello zolfo; la miniera di Miniera Trabonella, provincia di Caltanissetta, è stata lo scenario suggestivo in cui ha vissuto la storia di Proserpina, immaginata dall’autore.
Il regista Aurelio Gatti, anche trovandosi a lavorare in uno spazio più circoscritto, ha saputo zepparci ben settanta soggetti tra artisti e componenti la banda "Antonio Giunta" del comune di Calascibetta, diretta da Carmelo Capizzi, facendoli interagire: attori che ruzzolano sul palcoscenico, da una parte all’altra, attori che interpretano le battute del testo, un fisarmonicista che suona, un soprano che canta e recita, danzatrici che zompano e recitano; una quarantina di strumenti fiato e "ottoni"; insomma un bailamme di offerte che fanno teatro ma che inquinano la comprensibilità del testo.
In questo caos d’arte, hanno determinato il successo: Gianna Beduschi, Paola Bellisari, Giuseppe Bersani, Monica Camilloni, Annalisa D’Antonio, Eugenio Dura, Gioia Guida, Giovanna Palmeri, Sara Giannelli, Tiziana D’Angelo, Raffaele Gangale, Carlo Greca, Ernesto Lama, Cinzia Maccagnano, Elisa Turlà e la partecipazione di Sebastiano Tringali.
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