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Santa SeverinaA Santa Severina l'arte è alla portata di tutti
di Annamaria Sansone

V edizione del Festival “Le Arti del Gesto”
Santa Severina KR
21 — 26 agosto 2009
   

Santa Severina la si vede da lontano, dalla strada che porta da Cosenza a Crotone, e sembra che le colline siano un mare che solo per poco abbia smesso di ondeggiare sotto al suo profilo di nave che fende groppe di ulivi e di querce. Si ferma ogni cosa per tutto il tempo che ci vuole ad arrivare fin sotto lo sperone di arenaria su cui è appollaiato il paese, col magnifico castello bianco, arrampicarsi sotto le sue mura, giungere infine alla piazza del Campo, per rendersi conto con sorpresa che il paese è in mano agli artisti.
Sotto il sole meridiano, accanto ai tavolini con le granite, è un continuo imbattersi in gruppi di musici o di attori. Sbucano all'improvviso, accompagnati da un suono di tamburelli o di cornamusa. Si prova per strada, fra le case, nella corte del castello, finanche in cattedrale. Il paese è conquistato da giorni. È arrivato Giangurgolo, la maschera del Seicento calabrese, con carro e cavallo e un seguito variopinto di attori e musicanti, un'armata allegra e colorata ha dato l'assalto al borgo, al castello e al municipio. Davanti a una folla sbalordita, il sindaco del posto, — una persona di solito assai schiva, - si è affacciato alla finestra con tanto di fascia tricolore e discorso in lingua maccheronica, per consegnare le chiavi al nuovo governatore della città.
Santa SeverinaCose che succedono nelle favole, oppure nella Calabria di oggi, in un luogo di rara bellezza e di grandi contraddizioni, dove i gioielli del passato fanno i conti con una realtà di spopolamento e di oblio. Succede che si incontrano un regista vulcanico, Nello Costabile, direttore artistico del Festival, e un sindaco lungimirante, Bruno Cortese, deciso a sottrarre il suo paese al destino di mera fruizione turistica, col risultato che ormai da cinque anni questo magnifico borgo si anima di uno dei festival del teatro più singolari che abbiamo in Italia. Chiamarlo festival sarebbe riduttivo, però. Niente a che vedere con una rassegna di spettacoli. Piuttosto, questo è un laboratorio in cui si incontrano artisti provenienti da ogni parte del mondo, vivono insieme per tutta la durata della manifestazione, e finiscono per condividere non solo l'amicizia o i momenti conviviali, ma anche i progetti futuri. Al visitatore che passa durante una prova può sembrare che si conoscano da tanto tempo, come è successo a me, per poi scoprire che si sono appena conosciuti  e messi insieme per lavorare su un nuovo progetto. “Nascono spettacoli, ma non muoiono qui”, dice uno degli archisti del quartetto Mousiké, che si trova a collaborare con gli attori di Magarìe Teatro e del Centro Teatro Calabria. “Sono alchimie leggere, quelle che creiamo. Non si spengono in queste sere, ma sono destinate a prolungarsi in altri modi, in altri luoghi.”
Intanto, gli artisti si sparpagliano ovunque. Da quando hanno preso il potere possono comparire in ogni posto, come lo scorso anno, quando un danzatore usciva dai tombini. Ci sono quelli del Pirate Ship International Theatre Ensemble che fanno un tutt'uno con i membri del Teatro La Madrugada. Li vedo lavorare nei cortili e nelle strade, nulla è lasciato al caso, anche una piccola performance nei vicoli viene provata e riprovata sotto lo sguardo benevolo dei paesani. “Il nostro non è un teatro di strada” mi spiega il regista Enrico Masseroli dei Pirate Ship International Theatre Ensemble, “Piuttosto, è un teatro urbano che, per definizione, adatta il teatro al contesto. Quando arriviamo in un luogo, ci mettiamo in ascolto del genius loci, ascoltiamo lo spazio, accogliamo i suoi suggerimenti.”
E la lezione di questi “teatristi”, come li ha definiti qualcuno, non rimane confinata al loro mondo. È tutto un paese che impara piano piano a sentire il proprio spazio, a percepire il paese come un luogo-altro. E allora i pianerottoli davanti alle porte diventano piccoli spazi scenici dove gli attori mettono in scena le loro magie, e i cortiletti si riempiono di musica, e basta affacciarsi al balcone con il vestituccio di casa per godersi una serenata di alto livello. Succede che si forma un corteo di attori e di spettatori, tutti giù per i vicoli ad attirar gente. “Venite, c'è spettacolo!”, grida la signora Maruzza, accanto al ragazzo sui trampoli, e chiama entusiasta i compaesani in strada. Succede che la gente si trova pian piano coinvolta e, senza accorgersene, diventa parte della scena. E magari riesce a tirar l'alba, in attesa della Medea alle cinque del mattino sul torrione del castello.
Succede pure di torcersi fra le lacrime, assistendo alle prove dello splendido “Stabat Mater Action” di Sergio Sivori, con Cristina Giordana, solenne liturgia del dolore umano. “Non facciamo teatro per il teatro “dice Sivori, “Vogliamo che il pubblico non resti tale, ma che diventi spettatore, condividendo l'esperienza dell'attore, leggendo ciò che vede attraverso la propria biografia. L'Italia non offre quasi più la possibilità di trovare questa condizione: siamo ridotti a dare spettacolo di noi stessi, perché non abbiamo più lo spettacolo dentro di noi. Questo accade quando il sottobosco della cultura - e della politica - prevale sul bosco”. Appare allora evidente la novità di questa manifestazione.
“Qui a Santa Severina non si vive di formalità, c'è rispetto per gli uomini e per l'ambiente”, sottolinea Cristina Giordana. “C'è un grande senso dell'ospitalità: anche il parroco ci ha aperto la cattedrale per le prove”.
“Il mondo del teatro è pieno di artisti orfani, che non sanno a chi chiedere aiuto. E Santa Severina è un bel posto per un regista “orfano”. È selvatica. Ogni giorno si creano mosaici di incontri, con risultati sorprendenti, aggiunge Raul Jaìza di La Madrugada.

Santa Severina
Angela Zanardi in "Buchi nel cuore", al torrione del castello Carafa, regia di Pietro Florida

E poi, qui accadono altre cose, meno visibili, magari, ma assai interessanti, come il laboratorio di filosofia, per esempio. Un momento di incontro e confronto fra attori e filosofi, per riflettere sulle trasversali nella creazione artistica, in cui il gesto, il corpo, la rappresentazione, diventano le parole chiave. Al mattino i seminari, al pomeriggio i workshop. Lo organizza la professoressa Anna De Vincenti, vicepresidente della Società Filosofica Calabrese. “Una grande scommessa, in questa terra di difficoltà e di mafia, avere questi momenti di grande respiro, in cui la filosofia diventa aiuto concreto, non accademia, ma capacità di interrogarsi, e quindi salvezza.”

Per la cronaca, la signora è compagna di vita di Nello Costabile, e madre del  giovanissimo regista Stanislao che abbiamo visto con il PuppetOperaFestival. Altro regista con lo stesso cognome è Massimo Costabile, che ha diretto un'intensa Antonella Carbone in “Jenin. Incubi di guerra”. Ma quanti sono questi Costabile? “E' un festival a conduzione familiare”, scherzano loro. La realtà è che senza la tenacia e la passione di queste persone non potrebbero esistere eventi del genere, ma solo i soliti pacchetti estivi creati dalle varie agenzie, un prodotto di consumo e non certo un simile crogiolo di idee e di emozioni.
“Cosa vi lascia questa esperienza?”, chiedo spesso agli artisti.
“Santa Severina ci ha dato una grande occasione di incontro con i filosofi e gli attori. Noi abbiamo un rapporto diretto e artigianale con la musica e, come i trovatori medievali, ci spostiamo dove c'è lei. È un prima felice, un paradiso perduto che cerchiamo quando siamo tristi e soli”, spiegano i musicisti Piero Brega e Orietta Orengo.
“L'arte dello spettacolo per noi è come un viaggio. Quello che verrà non sarà mai uguale a quello che è stato”, aggiunge Sivori.

Ecco, forse il segreto di Santa Severina sta proprio in questo andare. Sta nello sguardo limpido e innocente che ho visto in tanti volti di artisti. Ricordate “Il settimo sigillo” di Bergman? Alla fine, dalla falce della morte si salva solo la famiglia dei saltimbanchi, grazie al loro cuore, al sorriso e al loro sguardo bambino. Perché, se è vero che la magia di Santa Severina dura una settimana, per tutto quel tempo l'arte ci ha salvato. Se non dalla morte, di sicuro dalla solitudine e dalla disperazione.
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