Vuole la tradizione che Elisabetta I abbia chiesto a Shakespeare di riesumare il personaggio di Sir John Falstaff. Per assecondare il desiderio della sovrana il Bardo compose Le allegre comari di Windsor, una sorta di prequel ante litteram che mostra le peripezie sessuali dello smargiasso e crapulone Falstaff. E ancora vuole la tradizione che il nucleo centrale della commedia fosse composto in occasione della festa di San Giorgio, il 23 aprile 1597, patrono dell’Ordine della Giarrettiera... Se pure le ricerche documentarie abbiano in parte smentito tutto ciò (si veda lo Shakespeare di Giorgio Melchiori, edito da Laterza) Fabio Grossi e Simonetta Traversetti nell’allestimento delle Allegri comari di Windsor devono essere partiti da queste due suggestioni. La scena di Luigi Perego è infatti dominata da un’enorme statua di Elisabetta I da cui, all’aprirsi delle sottane, escono i personaggi, mentre in mezzo alle gambe trova spazio — guarda caso — l’abitazione/locanda di Falstaff. La festa è tutta nella voglia di dar corpo a uno spettacolo che è carnevalesco (o vorrebbe esserlo) fin dal suo esordio, dall’ingresso dalla platea dei personaggi, dai colori accesi dei ricchi costumi da fiaba, sempre firmati da Perego. A questo clima festoso e un po’ boccaccesco vorrebbe guardare l’intero spettacolo diretto da Fabio Grossi che punta sulla commistione fra comicità caricaturale e accenti da commedia musicale, quando non da opera buffa, un modo per dare movimento alla trama intricata, una trama fatta di inganni e di burle che sono a rischio di crudeltà. Tutto ciò alla fin dei conti naviga nel mare degli stereotipi recitativi, rassicuranti e che fanno individuare i personaggi più come macchiette che come funzioni narrative di una vicenda che va verso il lieto fine festoso e anche il ‘trionfo’ di quel Sir Falstaff che tutti vorrebbero gabbare ma che alla fine recita la morale a chi vorrebbe esser più morale di lui: «Io sono quel che sono e chi mira/ai miei errori, colpisce solo i propri». In tutto ciò Leo Gullotta è un Falstaff che paradossalmente sa essere moderato, regista interno all’azione, colui che più di altri sa dare la misura del limite, sa mischiare con ironia e garbata eleganza l’eccesso e il ridicolo, la voglia di gabbare il mondo con il paradossale rischio di essere alla fine quello gabbato. Per il resto l’impostazione recitativa della nutrita compagnia è quanto mai caricaturale, sempre eccessiva e di facciata, il rischio alla fine è quella di una monotonia dilagante che è solo un po’ attutita da qualche battuta e dalla presenza di un Leo Gullotta che cerca di tenere le fila di uno spettacolo che rischia di scadere in una lunga e interminabile visione caricaturale della pièce di Shakespeare. Il pubblico premia con ripetute chiamate alla ribalta Leo Gullotta e il nutrito cast di attori, omogeneo e compatto in questa festa teatrale che punta sulla quantità e la ricchezza della scena e dell’apparato per porgere alla platea l’idea di un’opulenza del teatro del travestimento e della finzione o forse solo del teatro di puro intrattenimento che porge ciò che accade, che racconta la trama senza chiedersi il perché accade o perché raccontato in quel modo...
Nicola Arrigoni