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Zio Vania
di Anton Cechov
al Teatro Nuovo
regia di Luchino Visconti
con Paolo Stoppa, Rina Morelli, Marcello Mastroianni, Pisu, Elvira Betrone, Alberto Carloni, Eleonora Rossi
Corriere Lombardo, 23 febbraio 1956

Rappresentato per la prima volta a Milano, in piena canicola, il 22 di agosto del 1922, a 23 anni dacché era stato scritto, Zio Vania fu fischiato. “Una chiamata contrastata dopo il primo e dopo il secondo atto. Tre dopo il terzo; tre dopo il quarto, ma non senza contrasti”. Ricavo questo preciso bilancio della serata dalla cronaca drammatica del povero Renato Simoni il quale, pur penetrando con acuta intelligenza le segrete intimità e lodandone generosamente i particolari e le intenzioni, con la scusa della indeterminatezza dei personaggi, dell’evasività, della verbosità (?), dell’ingenuità della fattura (?) e altre cose, in sostanza stroncò la commedia. Giudizio davvero singolare – volendo escludere una supina acquiescenza alle decisioni del pubblico sovrano – in un commediografo come Simoni il quale, si può dire, inventò, fra noi, il crepuscolarismo; e che, in Cechov, scrittore non crepuscolare, almeno secondo me, ma padre putativo di tutti i crepuscolarismi, gli intimismi, i teatri del silenzio e i dialoghi specializzati nel “parlar d’altro” che le successive generazioni ci elargirono senza pietà, avrebbe, se non altro, dovuto salutare uno di casa.
Lungi da me, stamattina, di fare un torto alla memoria di un maestro della critica come lui, dicendo tutto il bene che penso di Zio Vania. Errori di gusto ne può commettere chiunque. Guai a noi se avremo la ventura, o la sventura, di essere letti fra trent’anni da qualche indiscreto topo di biblioteca. Ogni generazione di critici ha i suoi Cechov da stroncare a favore dei suoi Nicodemi da esaltare. Apparso dopo Il gabbiano e prima delle Tre sorelle e del Giardino dei ciliegi, secondo me, e contro la generale opinione, Zio Vania, sua seconda, e non ultima cronaca della provincia russa, è l’opera più bella di Cechov. Nelle due successive commedie egli andrà magari più in là, riuscirà a materiare di un mistero inesprimibile le sue creature, le circonfonderà di arcane risonanze universali, la loro pena si farà canto segreto; la sua malinconia si farà più lirica, diventerà elegia. In Zio Vania, indiscutibilmente meno abile, meno calcolato, meno letterariamente graduato nelle sfumature degli effetti, meno discreto nelle singole espressioni e meno casto e rigoroso nel dialogo, non altrettanto trascendente nelle conclusioni, trovo un sangue più vivo e più mosso, una più immediata e vigorosa drammaticità, una azione meno contemplata e remota e più vissuta e sofferta e presente e convulsa; una maggior capacità di illusione e di reazione da parte dei suoi personaggi, egualmente falliti e vinti ma un po’ meno rassegnati e fatalisti, e, di conseguenza, umanamente più vicini a noi.
Questo non vuol dire che Zio Vania non contenga ed esprima già tutti i motivi e gli interessi dello scrittore. In fondo, Cechov, sotto varie forme, non fece che scrivere sempre la stessa commedia. È curioso come tutte, si può dire, le scoperte della successiva critica cechoviana, siano già contenute in poche righe di una lettera che Massimo Gorkij inviò al poeta subito dopo la prima dello Zio Vania: “Si tratta di un nuovo genere di arte drammatica, dove il realismo si solleva a simbolo ispirato e profondamente meditato… Ascoltando il vostro dramma, io ho pensato alla vita degli uomini e a molte cose radicali e importanti. Non sempre le opere drammatiche riescono a staccarsi dalla realtà fino a universalizzazioni filosofiche. Le vostre ci riescono”. È detto tutto, come vedete.
Resta interessante, semmai, constatare come uno scrittore tanto profondamente impegnato in senso sociale qual era Gorkij, non parli, o non accenni, proprio a ciò che più preme alla contemporanea esegesi sovietica di Cechov; e cioè, per un verso a un implicito e, più o meno, consapevole atteggiamento di critica della società del suo tempo in quadri documentari, dove i singoli personaggi – nel caso specifico, qui, Vania e Astrov – rappresentano dalle esemplari biografie intime, dei tipici destini degli intellettuali piccolo borghesi dell’epoca inariditi e paralizzati dallo squallore provinciale che è intorno a loro senza accorgersi dell’aridità spirituale che è dentro di loro, mentre non cessano di cullarsi e stordirsi in vane utopie e in illusorie recriminazioni di aver potuto essere ciò che non sarebbero mai riusciti a essere, e per un altro verso nel fare un eccessivo credito a un ottimismo generico, progressista e avveniristico onde concludono immancabilmente i loro discorsi.
È, senz’altro legittimo, chiedersi fino a che punto giunse il suo impegno morale e sociale. Ciò riguarda ogni grande scrittore. Le torri d’avorio non hanno senso che per i calligrafi, cioè per i mediocri. Fu, del resto, egli stesso a scrivere, con indubbio riferimento alla propria opera, che “la causa fondamentale dei mali dell’umanità risiede nella violazione della norma morale, nell’assenza di amore verso gli uomini, nella fredda indifferenza per il mondo circostante”. Si veda pure, in queste parole, un effetto della influenza esercitata su di lui da Tolstoi; la presa di posizione resta, comunque, innegabile.
E allora? Dobbiamo credere che l’ultima verità di quello che fu detto il suo realismo lirico, e che io amerei meglio chiamare simbolismo realistico, non si esaurisca nelle sconsolate parole di zio Vania: “La vita continua, nulla è cambiato”, e contenga, ad onta di tutto, un messaggio più preciso di quello, già prezioso, di una muta e partecipe e segreta solidarietà umana nella comune pena di vivere, dentro o fuori al banale quotidiano? Accomodaci pure. La polivalenza è dote precipua di ogni grande scrittore.
Abbiate pazienza, mi accorgo a questo punto di non avere che pochissime righe a disposizione per raccontarvi il fatto. Ma è poi necessario? Chi di voi non conosce il lungo, logorante grigio sacrificio di Vania e di sua nipote Sonia, confinatisi in campagna a far fruttare la proprietà a favore di un vacuo, egoista, lamentoso papavero della cultura ufficiale, rispettivamente loro cognato e padre; che, rimasto vedovo, ha legato e sacrificato alla sua decorativa e decorata carcassa una giovane bella e leale creatura, Elena, verso la quale volano i pensieri, gli affetti e i desideri irrealizzabili di Vania? Chi ha dimenticato il senso di fallimento, di tedio, la degradazione nell’alcolismo, del medico Astrov, fervido e brillante ingegno umiliato e condannato all’oscurità come il suo amico Vania, il fugace smarrimento che, per un attimo, gli fa assaporare ciò che potrebbe essere la felicità, sulle labbra di Elena? Chi non rammenta il muto, disperato amore senza speranza che nutre per lui, Sonia? Chi non ricorda la vana, maldestra e anche ridicola – così è la vita – ribellione di Vania quando spara contro il cognato senza colpirlo; un altro “atto sbagliato” della sua intristita esistenza e Freud potrebbe sogghignare nell’ombra;  e poi il congedo e la solitudine per sempre, lui e la nipote, lì fra i libri dei conti: la vita continua, nulla è cambiato…? Sul palcoscenico – scrisse l’autore – tutto deve essere complicato e, insieme, semplice come nella vita. Tristezza, noia, inerzia, pena di vivere. Morbidi stati d’animo, in atmosfere estenuate, sotto cieli grigi e immobili, percorsi dai guizzi e dai sussulti ognor più lenti e ognor più rari di un’aumanità che si illude senza persuasione, si ribella senza convinzione, si rassegna senza speranza e si aiuta a vivere con l’oppio dell’avvenire.
Grande attesa e pubblico splendido ieri sera al Nuovo. L’appuntamento era con Luchino Visconti, con Rina Morelli e con Paolo Stoppa. Si ritrova, in questo spettacolo, la migliore e la più originale facoltà di Visconti di creare delle atmosfere magiche in arcane e inafferrabili dimensioni del tempo e dello spirito dei testi. In questo senso, ci resterà a lungo nella memoria il primo atto, liricamente dissolto in un’aria immobile rarefatta, trascolorante nei grigi madreperlacei di un mirabile esterno di Piero Tosi, autore delle scene e dei costumi entrambi ammirevoli. Il vigile senso del teatro ha suggerito poi al regista i toni, i ritmi e le variazioni, quanto mai indovinati, di una sensibilità fragile, suscettibile, esasperata ed esasperante, punteggiata di subite e labili impennate.
Personaggi coi nervi a fior di pelle, dalle reazioni impreviste. È in questo quadro che va compresa e giudicata l’interpretazione di tutti, in generale, e di Paolo Stoppa – applaudito a scena aperta – in particolare. Egli non ha avuto timore di immeschinire il protagonista conferendogli debolezza, miserie, irritazioni e perfino un po’ di crudele ridicolezza da nevrastenico. Rina Morelli, sempre mirabile, ha interpretato Sonia con tutta la sua vibratile interiorità; Marcello Mastroianni ha galvanizzato con vigore e passione il personaggio di Astrov; e vacua solennità ha dato il Pisu a quello di Alessandro. Ineccepibili, nei loro brevi interventi, Elvira Betrone e Alberto Carloni. Ma l’incognita della serata era Eleonora Rossi Drago venuta dallo schermo alla scena. Ebbene, difficilmente il pubblico ha avuto e avrà modo di vedere alla ribalta una creatura altrettanto bella e affascinante. È tale dono la bellezza che basterebbe questo per non chiederle di più. Per soprammercato, vi dirò che, a me, è sembrato anche che recitasse bene.
Pubblico a torto prevenuto e singolarmente resistente per non dire inerte. Ciononostante, lo spettacolo è stato seguito con assidua attenzione e il successo è stato assai vivo.

   
© Sipario 2011