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Wall-E
Wall-Edi Andrew Stanton (animazione)
 
Il Manifesto, 17 ottobre 2008

«Wall-E», sinfonia dell'era post-umana

Capolavoro della factory di Emeryville, racconta l'apocalisse ambientale di un mondo ridotto a discarica, abbandonato dagli uomini e tenuto in vita da un piccolo robot. In gara per l'Oscar come miglior film 2008

Se Fantasia fosse diventato un film espanso come voleva Walt Disney, Wall-E sarebbe stato l'episodio 2008, giusto in tempo per celebrare gli ottanta anni di Mickey Mouse, nato il 18 novembre 1928. Il film d'animazione della Pixar/Disney esce un giorno prima, oggi, con l'ambizione di figurare in testa alle classifiche del «miglior film» della stagione.
Wall suona quasi Walt, ed è un regalo postumo al paese immaginato nell'America di Roosevelt, popolato da creature resistenti e anarchiche, corpi swing, in stato di metamorfosi perenne, oggetti viventi, rivoluzionari agenti del reale. Così Wall-E, il robot-spazzino, ci appare in un futuro postumano, nel deserto polveroso di un pianeta saccheggiato, disseminato di montagne di rifiuti tossici, muto scenario attraversato da ritmi metallici e singhiozzi arrugginiti. Al posto di Beethoven, Ciaikovski e Stravinskij, scelte disneyane del 1940, l'archeologia sonora di Hello, Dolly, La vie en rose di Louis Armstrong, intercalata dal battito industriale di Thomas Newman fino all'esaltante grido di Peter Gabriel, Down to Earth.
Il lungo prologo silenzioso insieme a Wall-E, programmato 700 anni prima per raccogliere e compattare spazzatura, evoca la lunare disperazione di Buster Keaton, poeta abbandonato in una fine di mondo, unico sopravvissuto alla robottizzazione degli umani, che hanno lasciato la Terra per un satellite ultra-tecnologico. Wall-E è l'antidoto di Wal-Mart, che risuona con il suo jingle (il brano Bnl, è ricalcato sulla musichetta della catena commerciale) da supermercato di consumi folli, ultimo testimone della (dis)umanità. Non avrebbe fatto meglio Oskar Fischinger, l'esponente dell'avanguardia tedesca, collaboratore di Walt in Toccata e fuga in re minore di Bach, nel disegnare la danza per un «pianeta morente», sconvolto da venti apocalittici, che Wall-E attraversa nel suo lavoro impossibile, minuscolo e romantico visionario alle prese con le gigantesche torri mortifere.
Una figuretta dai grandi occhi, un po' Bambi, un po' E.T., e molto quel numero 5 di Short Circuit (John Badham, '86) il robot ribelle della Nasa, Wall-E si aggira cigolante nella grande discarica terrestre, alla ricerca di souvenir di una civiltà scomparsa. Colleziona bambole e pile elettriche, butta via un anello di brillanti e conserva il cofanetto (omaggio al disprezzo per i diamanti dei nani-minatori di Biancaneve), vede e rivede il vhs di Gene Kelly nel suo rifugio-container...
La desolazione del paesaggio attraversa lo sguardo dell'essere artificiale, l'A.I., il Pinocchio, di Spielberg, il ragazzo meccanico, costretto paradossalmente a contenere tutta la memoria dell'umano. «Registratore» della storia, ma rifiuto egli stesso dell'eclisse planetaria, Wall-E è la forma simbolo più commuovente dei nostri tempi.
Il film diretto da Andrew Stanton (Little Nemo) e prodotto da John Lasseter riesce a convertire i pixel in cellule viventi, ricorre al disegno a mano e alla computer-graphic rimodellando l'architettura visiva. Cyborg e Charlie Chaplin, ibridi di creature di carta e automi, galleria di «mostri», surrogati emozionali dell'umanità perduta.
Senza nostalgia, il film mette in relazione la meccanica del vecchio robot con l'hi-tech, una sonda bio-rivelatrice, Eva, inviata dai profughi spaziali per ispezionare il vecchio mondo, e distilla scintille d'amore digitale. Wall-E seguirà Eva fino al pianeta di uomini ridotti a grasse poltiglie di carne, paralizzati in veicoli semoventi che li dominano e li trasportano in una città da incubo, bombardati da spot pubblicitari, dipendenti da beveroni forniti da bracci meccanici, annichiliti, ormai i veri robot. Fotografia di Los Angeles, ora.
È lì che Wall-E porterà scompiglio insieme alla sua Eva, affusolato e bianco fantasma volteggiante a mezz'aria. La rivolta delle macchine celibi, relegate nel reparto manicomiale delle invenzioni senza futuro, dispositivi difettosi, storpi come giocattoli al macero, si trasforma in una commedia surreale, una sarabanda comica in stile Miyazaki. Gli oggetti ribelli si organizzano contro i robotservitori e salveranno gli uomini da loro stessi. Tra le macerie del suo deserto, Wall-E ha trovato una traccia di vita, un'esile piantina, il cuore verde del robot, che finalmente come il ragazzo di legno si è conquistato un'anima.

Mariuccia Ciotta

 
Il Mattino, 18 ottobre 2008

Così un robottino poeta salva la Terra dai rifiuti

Sintonizzandosi su un immaginario infantile sempre più tecnologico, la Pixar-Disney ha pensato di scegliere come protagonista di «Wall.E» un piccolo robot. In realtà lo straordinario cartoon è più Pixar che Disney perché in questo caso ai tradizionali, favolistici animali antropomorfizzati disneyani si è preferita una fantascientifica umanità informatizzata di non facile empatia con il pubblico dei più piccoli, che come tale rende ancora più esaltanti gli incassi record registrati nel mondo. Nel 2815 sul nostro pianeta l'unico abitante è Wall.E, un industrioso robottino, superstite di un esercito di spazzini meccanici programmati per ripulire la Terra dall'immondizia. L'infaticabile Wall.E continua il suo lavoro ammucchiando spazzatura in piccoli cubi, diventati alti come grattacieli. Il mondo del robot, solo, arrugginito e ammaccato contrasta con quello della stazione spaziale Axiom dove si è rifugiata la popolazione terrestre, dilagano le peggiori abitudini consumistiche e gli umani, ormai esseri passivi, comunicano solo attraverso i monitor. La condizione di Wall.E è interrotta dall'incontro con Eve, una robottina scesa da un'astronave, della quale s'innamora. Sarà lei a provare che sulla Terra c'è ancora vita e quindi esistono le condizioni per un ritorno degli umani. Il mago della Pixar John Lasseter e il regista Andrew Stanton hanno immaginato uno scenario post-apocalittico per una metafora anticonsumistica, ma il messaggio ecologista passa in secondo piano perché qui, per citare McLuhan, «il medium è il messaggio», nel senso che forma e contenuto coincidono, lo spiegamento delle più sofisticate tecnologie serve per parlare di tecnologia. Capolavoro di avanguardia informatica che va oltre la computer grafica 3D per come umanizza dispositivi, congegni, macchine e postazioni elettroniche, per come anima l'inorganico, per come riduce all'osso i dialoghi puntando sui suoni, sulle voci sintetiche, e per la raffinata colonna sonora di Thomas Newman (la canzone originale invece è di Peter Gabriel), «Wall.E» esemplifica già la nuova frontiera dell'animazione.

Alberto Castellano

 
Corriere della Sera, 17 ottobre 2008

La passione tra due robot nella Terra distrutta dai rifiuti: una storia d' amore romantica

Ogni volta che la Pixar mette mano a un nuovo lungometraggio d' animazione è come se alzasse sempre di più l' asticella delle difficoltà. Non solo tecniche (qui per esempio il ruolo centrale dei fondali) ma anche contenutistiche. Così, dopo l' elogio dell' ecologia fatto grazie alle automobili (Cars), adesso ecco la più romantica delle storie d' amore interpretata da due «esseri» senza cuore. Due robot. Wall·E, acronimo che sta per Waste Allocation Load Lifter·Earth-class, è uno scalcinato robot azionato da batterie solari che più o meno da 700 anni sta impacchettando e impilando i rifiuti che l' umanità ha abbandonato sulla Terra prima di fuggire per cercare nello spazio luoghi meno inquinati. È l' ultimo rimasto in funzione, instancabile e inarrestabile, e in tutti quegli anni ha sviluppato anche una specie di personalità, fatta di fascinazione e curiosità per alcuni oggetti desueti (desueti nel 2800 s' intende: un cubo di Rubik, un lettore di cassette dove può vedere un brano del musical Hello, Dolly!, lampadine più o meno colorate, un videogioco, ecc. ecc.) e di amicizia per uno scarafaggio con cui condivide il rifugio dalle ricorrenti tempeste di polvere: il rimorchio di un camion per l' immondizia. La monotonia e la solitudine della sua vita cambiano all' improvviso quando dal cielo piove un' astronave che libera un piccolo sofisticatissimo robot di ultima generazione, Eve (anche qui un acronimo, Extraterrestrial Vegetation Evaluator), incaricato di verificare se sulla Terra ci siano segnali di una qualche rinata forma di vita. Come quella piccolissima pianticella verde che Wall·E ha raccolto e conservato in una vecchia scarpa. Ma se all' inizio a Eve sembra interessare solo l' obiettivo della sua missione, per Wall·E l' incontro ha la forza di un colpo di fulmine - come ha imparato vedendo e rivedendo l' incontro tra i timidi attori di Hello, Dolly! - e così decide di seguire Eve nel suo ritorno verso la stazione orbitante (per la verità più simile a una nave da crociera che a una tradizionale stazione spaziale) che l' aveva lanciato. A questo punto siamo pronti per il melodramma. I due protagonisti non potrebbero essere più diversi: arrugginito e sferragliante l' uno, che richiama nel sua struttura di metallo le forme goffe e accattivanti di E.T.; tecnologica e levigatissima l' altra, che invece ripropone lo sguardo impenetrabile degli extraterrestri di Incontri ravvicinati. Uno conscio dei «sentimenti» che prova, l' altra apparentemente insensibile alle attenzioni di cui è oggetto. E c' è anche l' «insormontabile» ostacolo sociale che di solito si frappone tra i due amanti: nei romanzi dell' Ottocento era la differenza di classe e di censo, qui è naturalmente la differenza di tecnologia e di efficienza. Ma come nelle favole più belle, la forza del cuore finisce per vincere la freddezza della tecnologia e un primo, casuale contatto fisico innesca una «scossa» che annulla le distanze. A questo punto, però, il film cambia marcia, svelando allo spettatore chi aveva organizzato il viaggio di Eve sulla Terra e mostrando come si ridurrà l' umanità in un futuro dove tutto sarà affidato alle macchine mentre l' ex homo erectus assomiglierà sempre di più a una «larva» incapace anche di stare in piedi. La storia d' amore lascia il campo alla lezione ecologica e il film perde in tenerezza e fantasia, ma soprattutto abbandona i toni più infantili (e comprensibili da un pubblico infantile) per rivolgersi a uno spettatore un po' più avvertito. Le trovate sono ancora tante, compresa una specie di rilettura ad usum delphini della rivolta contro lo strapotere della tecnologia già raccontata in 2001 Odissea nello spazio. Il messaggio ecologico si trasforma in un atto d' accusa contro l' umanità responsabile di aver trasformato la Terra in un' enorme pattumiera e di non voler difendere la Natura, ma la poesia di quell' amore inter-robotico perde un po' della sua magia iniziale. Resta la straordinaria sapienza produttiva della Pixar e del suo regista e vicepresidente Andrew Stanton (già regista di Alla ricerca di Nemo e produttore di Ratatouille) che con questo film hanno compiuto un ulteriore passo in avanti nell' evoluzione dell' animazione computerizzata. Da notare, questa volta, la straordinaria cura nel restituire una qualità «cinematografica» agli sfondi terrestri, non più definiti e precisi come sono solitamente gli sfondi digitali ma per una volta più «sporchi» e «indistinti», proprio come se fossero ripresi da una normale cinepresa, con tutte le «imperfezioni» del caso. Se pensiamo che Toy Story, il primo film d' animazione interamente digitale, era di solo 13 anni fa, possiamo ben dire che ormai le differenze sono diventate quasi impercettibili e che il cinema è pronto per intraprendere le strade di qualche nuova rivoluzione tecnologica.

Paolo Mereghetti

 
Il Messaggero, 17 ottobre 2008

Il mio corpo ti scalderà
Anche se è di metallo

Il robot più umano di tutti i tempi è specializzato in un'attività forse non molto creativa: fabbricare cubi. Di spazzatura. In un futuro lontano ma non remoto, difatti, la Terra è ricoperta di immondizia e ogni traccia di vita è scomparsa. Ultimo Robinson a guardia del pianeta, il robottino Wall-E, cingoli elastici, braccia semoventi, due malinconici occhioni all'ingiù, si ficca i rifiuti in pancia e li risputa sotto forma di cubo pressato.
Non sappiamo da quanto tempo vada avanti la faccenda, ma sappiamo che i rifiuti sono una miniera di informazioni. E così, pressa e stocca, stocca e impila l'incipit del film, con quelle metropoli deserte che sembrano uscite da una tela di Max Ernst, è folgorante il fido Wall-E ha accumulato conoscenza. E da tutto quel sapere (e da quella solitudine) è sbocciata la coscienza.
Questo in verità il film non lo spiega apertamente, ma dev'essere andata così. Enciclopedista involontario, Wall-E è programmato per fare la raccolta differenziata. E a forza di riconoscere, separare, classificare scarti, ha acquistato doti umane. Compresa la capacità la necessità di amare ed essere amato. Da bravo robot, difatti, Wall-E non sa di sapere, ma sente di dover fare ciò che fa. Ed è sempre un sentimento senza nome che lo afferra quando da un polveroso videoregistratore esce per caso il balletto di un vecchio musical (Hello Dolly, per la cronaca).
Cosa fanno quei due esseri bizzarri, perché si agitano tanto e perché si tengono la mano? Wall-E lo scoprirà più tardi, quando un'enorme astronave atterra e depone come un uovo un misterioso robottino candido e curvilineo che esplora quelle lande desolate in cerca di chissà che... Il resto, gli agguati, i primi approcci, i tremori non solo amorosi del trepidante Wall-E (la robottina Eve spara a vista su tutto ciò che si muove) segue la linea poetica e chapliniana di questo ennesimo capolavoro targato Pixar.
Che dopo una prima metà priva di dialoghi ma traboccante di sorprese imbocca una strada appena meno originale decollando nel cosmo verso l'astronave-metropoli su cui vivono, in un mondo tutto tedio e tecnologia, i superstiti di ciò che una volta era il genere umano...
Non era facile conciliare una fiaba apocalittica il pianeta discarica, i nostri discendenti obesi e svuotati, il consumismo trionfante su scala galattica con la levità dell'animazione. Ma Wall-E, come Nemo, Toy Story o Monsters & C., crea un mondo di rara perfezione formale e insieme di solida tenuta metaforica grazie a un'inventiva continua e a un'intelligenza vibrante. Non si contano le astronavi e i robot che hanno fatto la storia del cinema. Ma nessuno aveva mai espresso tanta consapevolezza (tanta memoria) e insieme tanta malinconia. Il 3 D non è più solo uno dei tanti linguaggi del cinema. È la sua sintesi, forse il suo destino.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011