Bush secondo Oliver Stone:
più che la politica poté la famiglia
Esce a sorpresa il W. di Oliver Stone. Dimenticate Nixon e Jfk. Questo è quasi un instant film, rapido e spesso sommario. Un cineprocesso che inchioda il George W. Bush presidente a una caterva di prove, politiche e non. Tre atti, tre età. C'è il Bush giovane e donnaiolo, bevitore, giocatore, goliarda. C'è il 40enne reborn christian che parte alla riscossa per vendicare il padre, quando Bush sr. vince la prima guerra del Golfo ma perde la rielezione. E c'è il Presidente, con la sua rovinosa gestione del potere culminante nella guerra all'Iraq. Intorno un balletto di servi astuti e intriganti, Cheney, Rumsfeld, Condoleezza, Rove (si salva solo Colin Powell), che manipolano quel figlio di famiglia deciso a fare la festa a Saddam un po' per vendicare il padre, un po' per fargliela vedere. Al mondo e a papà. Abbondano i battibeccchi in famiglia fra divani, spuntini, serate davanti alla tv (come dice Bush Sr. quando il figlio giovane rincasa ubriaco: "Donne, auto, alcool: cosa diavolo credi di essere, un Kennedy? Sei un Bush, comportati come tale!"). Facile, disinvolto, a tratti monotono, W. paradossalmente sale di tono quando umanizza il suo protagonista. Ma offre anche impennate improvvise quando finalmente Stone mescola, come in Jfk, finzione e verità, cinema e immagini d'archivio. Vedi il discorso con cui Bush dichiara gerra all'Iraq. Perché sullo schermo c'è Josh Brolin, ma in platea ad applaudire c'è tutto il Congresso, compresi avversari come Hillary Clinton, Ted Kennedy o John Kerry. È in questa direzione che W. sarebbe dovuto andare.
Fabio Ferzetti