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Voce del verbo amore
Voce del verbo amareregia: Andrea Manni
con: Stefania Rocca, Giorgio Pasotti, Cecilia Dazzi, Simona Marchini, Tony Kendall, Magdalena Grochowska, Niccolò Perito, Aurora Manni. Italia, 2007
 
La Stampa, 4 maggio 2007
L'amore che guaio
Voce del verbo Rocca

Evento insolito: una commedia sentimentale non sciocca né portata avanti a forza di stupidaggini, diretta da un regista che ne Il fuggiasco aveva mostrato ottime qualità drammatico-realiste e che si mette alla prova con successo in un altro genere, scritta da Maurizio Costanzo, interpretata da Giorgio Pasotti e Stefania Rocca che sinora ne hanno fatte di tutti i colori.
«La coppia non è una soluzione. La coppia è il problema» suona una delle battute; e alla fine, con tutta semplicità, uno dice: «Mi manchi», l'altro dice «Anche tu» e si baciano. Nella commedia due trentenni eleganti (lui architetto, lei vivaista), sposati da dieci anni, genitori di due figli, si separano, ben decisi a evitare liti, gelosie e ritorsioni di tutti gli altri separati rissosi, incattiviti, meschini. Non va esattamente così, la gelosia insorge con aggressività: ma soprattutto si capisce che i due non si sono davvero lasciati, che si amano ancora e magari per sempre anche se il loro amore è mutato insieme a loro. L'amore giovane non si può rimpiangere, non tornerà; ma un amore resta. Insomma, tra le due soluzioni solitamente possibili, ci lasciamo, ci rimettiamo insieme, il film sembra propendere per la seconda, ma con un'intelligenza del sentimento non molto frequente nel cinema nostro e neanche in quello altrui.
I protagonisti sono brillanti e misurati, la regìa è senza gorghi né stanchezze; sarebbe bello se l'esempio venisse seguito.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 27 aprile 2007
Una coppia che strappa l’applauso

Un bel duetto fra Stefania Rocca e Giorgio Pasotti. Lo schema è il solito: si amano, si lasciano, si riprendono. Il soggetto di Maurizio Costanzo, però, e la sceneggiatura che insieme a lui ne ha ricavato Andrea Manni, svolgono questo schema con tale vivacità e così godibili elementi da trasformare il consueto quasi in nuovo, favorendo ad ogni svolta del racconto una osservazione ora divertita ora partecipe, un’occhio sempre attento alle evoluzioni cui via via vanno incontro i due protagonisti. Lui, Ugo, è architetto, lei, Francesca, si occupa di giardini. Hanno due figli piccoli cui sono molto legati anche se, dati i loro impegni fuori casa, debbono spesso affidarli alle cure di una tata ucraina ingombrante e invadente. Quando li incontriamo si stanno già separando, pur continuando Ugo ad andare a casa di Francesca dove sono rimasti i bambini cui porta doni non sempre molto graditi, se non da loro, dalla madre, perché rischiano di provocare disordini e scompigli. Anche per questo litigano, come del resto facevano prima di separarsi e anche per questo sono convinti tutti e due della giustezza della loro decisione. Però a un certo momento Ugo sembra legarsi a un’altra donna e anche Francesca, incontrata un’antica fiamma, sembrerebbe sul punto di rifarsi una nuova vita. Ma ci si mette di mezzo la gelosia, naturalmente reciproca, con vari incidenti di contorno: un malanno del padre di lui, la fuga nella notte di uno dei due bambini: fino a che si arriverà là dove si doveva arrivare. Senza facilità, comunque, anche nei passaggi più prevedibili, e con uno studio dei caratteri dei due che non resta mai in superficie, anzi scava a fondo nelle psicologie, nei loro risvolti, nelle loro contraddizioni, riuscendo a costruire il ritratto di una coppia (e dei suoi sfondi) con una spigliatezza cui poi la regia di Manni - di cui si ricorderà con simpatia quel primo film, "Il fuggiasco", dal libro di Massimo Carlotto - riesce a conferire una agilità di ritmi e una freschezza di climi in giusto equilibrio fra sentimenti ed emozioni. Evitando di insistere sia nel dramma sia nella commedia. Con una riserva, il curioso compiacimento con cui, alle spalle degli interpreti, vengono di continuo sciorinati i più noti scorci architettonici di Roma, fra l’oleografia e la propaganda turistica. Le esorcizza però proprio quel duetto su cui si regge tutto il film, colorandone ogni pagina. Stefania Rocca sa toccare con sensibilità tutti i tasti dell’amore, della gelosia, del risentimento. Giorgio Pasotti, di fronte a lei, ne ripete, in chiave maschile, gli stessi momenti e le stesse note, eguagliandola nella gamma ricchissima di sfumature e di accenti. Applausi ad entrambi.

di GIAN LUIGI RONDI
 
Corriere della Sera, 27 aprile 2007
«Voce del verbo amore» di Manni è una commedia sulle sorprese dei sentimenti
Quando la coppia non è la soluzione

Contraddicendo quella vecchia stupidaggine da Love story che amare significa non dover mai dire mi spiace, il film di Andrea Manni, con una inedita sfumatura sofisticata per la commedia italiana, ribatte che è proprio il contrario. E chiama a testimoni, fra usi, costumi e sentimenti borghesi, due coniugi con due figli che si lasciano dopo 10 anni. Lui è l' architetto rampante, lei ha il pollice verde da vivaio, la tata romena complica le cose. Quando credono di essere liberi e svedesi, bastano altre scorciatoie affettive - lui con una straniera molto free e lei con un amico che finirà per preferirle un uomo - per far scattare l' antica molla della gelosia. Voce del verbo amore è una commedia sulle sorprese dell' amore, certo non uno scoop. Un Marivaux-De Musset aggiornato: non solo nessuno è perfetto ma il cuore è contraddittorio assai. Anche se la fine è nota, il film è cucito con contrazioni sentimentali che la regia di Manni riesce a ravvivare in zona da commedia, con caratteri di sostegno. La morale? La coppia non è la soluzione, ma il problema. In linea sia con le ammucchiate affettive stile Ozpetek sia con i ping pong coniugali di D' Alatri, il film, pur eccedendo nei capricci dei piccini, ci avverte in modo distensivo e divertente che i bilanci privati sono sempre provvisori, aggiornando il «più di oggi, meno di domani», ma forse anche viceversa: non c' è uscita di sicurezza. Un po' ripetuto, con qualche scorciatoia dubbia (il nonno Tony Kendall che pizzica l' infermiera), entrando nei supermarket dove si rimorchia e usando in modo ossessivo il telefonino, il film chiude con perdita d' acqua sul soffitto: attenti, è la metafora. Cast di molti toni, tutti azzeccati, dai due contendenti: Stefania Rocca che diventa insopportabile con classe, verosimile mogliettina; Giorgio Pasotti, nel film chiamato «cucciolotto», un sempre più bravo giovane attore che controlla con stile una nevrotica personalità nascosta.

Maurizio Porro

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