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Vincere
Vinceredi Marco Bellocchio
con Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon
 
Il Giornale, 29 maggio 2009

Più che vincere, Bellocchio pareggia

Il dramma di Ida Dalsèr, alla quale Benito Mussolini preferì Rachele Guidi, torna in Vincere di Marco Bellocchio come storia di famiglia, che si perverte in storia di follia. La Dalsèr sarebbe rimasta nel limbo delle dimenticate che si diedero al futuro Duce se non gli avesse dato il figlio Benito Albino e, anziché attribuirlo a un marito, non avesse rivendicato un matrimonio religioso non provato, strano per due «sposi» atei. Giovanna Mezzogiorno fa la matta di trent’anni come fa la matta di cinquanta; Filippo Timi fa Mussolini come fa il figlio di Mussolini. Bellocchio non sa che l’età segna le persone?

voto 6

MC

 
L'Espresso, 22 maggio 2009

Passione fatale

In 'Vincere' Marco Bellocchio racconta da quali infamie possa essere segnata l'esistenza di un vincente; e racconta una donna coerente sino alla morte, incapace di compromessi e opportunismi.

È Ida Dalser, amante (forse moglie) di Mussolini giovane socialista e poi fascista, madre di un suo figlio, pronta a vendersi tutto per aiutarlo a pubblicare 'Il Popolo d'Italia', appassionata: ma un intralcio per i piani del dittatore che fece sequestrare lei e il figlio, li fece incarcerare in manicomi dove nessuno credeva alle loro parole e dove morirono presto.

Ma, nonostante tutto, la storia straziante e crudelissima come un'opera lirica italiana non è l'elemento più interessante del film di coproduzione italofrancese: piuttosto, lo stile è nuovissimo, dinamico, divertente.

Sulla fusione perfetta tra film e brani dell'attualità d'epoca, alla maniera futurista e plurimediale, campeggiano grandi scritte esclamative: 'Sarajevo, Guerra!, Audacia!, Marciare non marcire, Potere ai Soviet!'. È il modo efficace e veloce del regista per ripercorrere le vicende di quegli anni rispecchiandone la cultura pre-fascista. Le strette della passione tra i due amanti, venate di brutalità, sono bellissime, dense e assolute come un dipinto o un verso.

Passando oltre la giovinezza, dalla pienezza felice alle torture inflitte alla donna e a suo figlio, lo stile si modifica senza diventare naturalistico: rimane la vertigine comica del discorso di Mussolini ad Ancona, rimane il peso allarmante dei poliziotti-spia presenti ovunque, rimane una distanza che evita il patetico accentuando il tragico.

Per Giovanna Mezzogiorno è sinora la migliore prova d'attrice; Filippo Timi, che interpreta Mussolini giovane e il figlio adulto, è bravissimo. Un'immagine indimenticabile: la donna arrampicata sull'inferriata del manicomio, tra la neve, che getta all'esterno, senza speranza eppure sperando sempre, le infinite sue lettere al papa, alle autorità, ai parenti, all'assassino suo e d'Italia, Mussolini.

Lietta Tornabuoni

 
Il Mattino, 23 maggio 2009

«Vincere», lezione di stile

Un film assai elaborato, complesso e stimolante, ancorché alterno sul piano dell’emozione e della comunicativa; ma certo un film dotato di una cifra stilistica rara e raffinata. «Vincere» conferma, innanzitutto, come Marco Bellocchio da una parte resti fedele ai temi-chiave della propria personalità artistica (l’autoritarismo delle istituzioni e la rabbia antiborghese) e dall’altra tenda sempre a rimettersi in gioco, sperimentare, provocare cortocircuiti tra gli input della storia e della realtà e quelli dell’immaginazione e dell’iconografia. La sfida del film sta tutta nel sottile, arduo equilibrio che si stabilisce tra narrazione e/o finzione, inserti documentaristici e riflessioni personali ad ampio spettro metaforico. D’altronde su Mussolini era troppo facile esprimersi con l’accetta drammaturgica; troppo facile, intendiamo, per un regista come Bellocchio che sa trovare spunti spiazzanti nella verità più conclamata così come negli angoli più oscuri e inesplorati della psiche: dunque le disperse notizie sulla focosa relazione del giovane Benito con la trentina Ida Dalser, la nascita di un figlio maschio e la successiva, disperata quanto vana battaglia di entrambi per farsi riconoscere dal Duce ormai trionfante, coniugato e intoccabile diventano la dinamo di un percorso elettrico ed ellittico, squassato da una colonna sonora possente e fissato da sequenze ad alta suggestione figurativa. Tutta la prima parte di «Vincere» è ammaliante, grazie all’erotico connubio tra la figura del Mussolini mangiapreti e interventista incarnata da un allucinato Filippo Timi e la compulsiva dedizione della Dalser, interpretata da una Giovanna Mezzogiorno sulla scia dell’Adjani di «Adele H.». I riferimenti, come sciorinato in tutte le interviste, sono indirizzati all’estetica futurista (soprattutto per quanto riguarda i principi della scomposizione del colore e della forma), ma anche ai valori plastici del cinema muto sovietico e alla dinamica del montaggio di Ejzenstejn: la fotografia di Daniele Ciprì, in questo senso, conferisce al tutto un magico «tempo sospeso» (altro che sgangherate allusioni alle diatribe italiote politicanti). Il privato e il pubblico, insomma, si scontrano con una veemenza già poeticamente eversiva, che le circostanze storiche contribuiscono solo a spingere verso il noto esito di totale annullamento. Quando s’imbocca la via crucis di madre e figlio, respinti in una solitudine che prelude a una vera o presunta follia, «Vincere» compie la scelta d’intensificare l’incastro di montaggio con gli spezzoni dell’archivio Luce acquisendo, così, man mano una certa freddezza, una notevole farraginosità e persino (le scene in manicomio) un’inopinata prevedibilità.

Valerio Caprara

 
Il Giornale, 22 maggio 2009

Bellocchio butta in politica il dramma di Ida Dalser

Vincere di Marco Bellocchio condensa le angosce del regista in un film che si poteva ridurre di mezz’ora, con notevole giovamento, se alle spalle di Bellocchio ci fosse stato un produttore di polso. Infatti Vincere è fardellato di brani documentari, noti da chi li capisce, molesti per gli altri. E poi, insistendo che la vicenda di Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) è strettamente connessa con Benito Mussolini (Filippo Timi), padre di suo figlio, Benito Albino (ancora Timi), non come privato, ma come politico, Bellocchio vuol far assurgere il caso personale a caso politico.
Invece, così, Vincere induce lo spettatore meno maturo a credere che l’orrore manicomiale patito dalla Dalser sia qualcosa d’epoca e solo d’epoca, di italiano e solo di italiano, di arretrato e solo arretrato, cattolico e solo cattolico, di fascista e solo di fascista. Ma Changeling di Clint Eastwood aveva raccontato un caso analogo: ricovero in manicomio di una giovane donna trasgressiva nella democratica, protestante e ricca California del 1928, e sempre per via di un bambino, che non era nemmeno figlio del presidente americano.
Bellocchio accenna solo la personalità della Dalser, notevolissima per l’epoca, lasciando lo spettatore quasi ignaro che questa trentaquattrenne trentina del 1914 era suddita austroungarica, quindi viveva in una società più avanzata che quella del Regno d’Italia; e che aveva studiato a Parigi, maturando idee precise in cultura e in politica. Fu però una personalità insolita (lo sarebbe anche oggi) che affascinò Mussolini: anche lui, meno confortevolmente, aveva vagato per l’Europa.
A Bellocchio non interessa l’amore fra loro, ma le sue conseguenze: il bambino e l’abbandono. Ma senza sapere che «cavalla matta», ma anche donna più interessante delle altre, fosse la Dalser, non si capisce il seguito. Che pare solo una congiura dove la meschinità di Mussolini si sommò alla ragion di Stato, che sopravvenne, specie dopo il Concordato con la Santa Sede. Comunque Vincere rompe il silenzio cinematografico su un’atroce ingiustizia; ricorda che il fascismo nacque dal socialismo alla prova della prima guerra mondiale e dimostra la tenacia di Bellocchio nell'inveire - coi suoi motivi - contro le istituzioni totali, come collegi e manicomi.

Maurizio Cabona

 
Il Messaggero, 22 maggio 2009

Mussolini e Ida Dalser
una storia arcitaliana

Due Mussolini, uno vero e uno finto, ma spesso sorprendente grazie a un Filippo Timi sulfureo e perfino simpatico. Due parti, una dedicata alla “preistoria” del duce, prima e durante la Prima guerra mondiale, una al tiranno trionfante. Due vittime, Ida Dalser e suo figlio Benito Albino Mussolini, il figlio avuto dal Duce, prima riconosciuto poi disconosciuto, perseguitati, cancellati, internati in manicomio fino alla morte, lei nel 1937, lui nel 1942. E naturalmente due epoche: quella narrata dal film e la nostra, che scorre in filigrana dietro i riferimenti e le citazioni dirette dall’arte, dal cinema, dalla propaganda degli anni Dieci e Venti.
Se ogni film in costume parla anche e soprattutto del momento storico che lo ha visto nascere, Vincere porta questo procedimento all’estremo. Ogni immagine (la foto sapientissima è di Daniele Ciprì) è densa e stratificata come una pittura che nasconde e accoglie altre stesure. Ma non è gusto della citazione o della rilettura di un’epoca attraverso i segni del tempo, procedimento che potrebbe perfino essere accademico. È confronto, ricerca, officina formale, analisi storica e politica. Come se la vicenda così esemplare ma fino a ieri dimenticata di Ida Dalser, ricostruita con andatura quasi a strappi dalla sceneggiatura antinaturalistica di Bellocchio e Daniela Ceselli, riflettesse in qualche modo la parabola di una nazione intera.
Non la storia “ufficiale”, ma quella sotterranea di un paese che non si ama e ha il culto cattolicissimo del proibito, del clandestino, nel pubblico come nel privato. Quindi è pronto a farsi sedurre, a perdonarsi e a dimenticare, come un bambino che sostituisce la fantasia alla realtà, la promessa del piacere alla certezza del dovere. E magari passa la vita a illudersi, salvo svegliarsi quando è troppo tardi.
Vecchia storia, si dirà, che però non abbiamo ancora metabolizzato e che Vincere ripropone mettendo al centro di tutto una donna, il suo piacere, la sua “follia” (bellissime le scene d’amore fra Giovanna Mezzogiorno, tutta rapimento e abbandono, e Filippo Timi, che anche nell’amplesso sbarra lo sguardo verso chissà dove). E intorno, italianamente, tutta una serie di famiglie, oppressive e inevitabili, provvide e castranti. La famiglia di Ida, che cerca di proteggerla dal suo sogno impossibile. Quella ufficiale di Mussolini, tirapiedi compresi, che sbarra il passo all’amante respinta. Quelle dei medici, delle infermiere, delle altre matte, che sono tutto ciò che resta alla povera Dalser nei suoi anni di internamento. Mentre fuori, nel mondo reale, Mussolini abbindola un’intera nazione con le pose grottesche del suo virilismo guerriero.
Sarebbe stato facile trarre da questa storia un melodramma rotondo e straziante, insistendo sulla spaventosa persecuzione subita dalla Dalser e da suo figlio. Bellocchio ne fa qualcosa di più maturo e scomodo. Uno scavo, un confronto, forse una genealogia.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011