Vigilia nuziale
di Clotilde Masci
Corriere Lombardo, 20 maggio 1952
Io non conosco la signora, o signorina, Clotilde Masci. Non so se essa conosca Charles Vildrac e le sue gracili ma stupende commedie. Sta di fatto che, attraverso i suoi tre atti dal titolo Vigilia nuziale, il quarto e il più interessante copione italiano varato sul palcoscenico dell’Olimpia dalla intrepida Compagnia dei Teatranti, ho ritrovato ieri sera, con sorpresa mista a piacere, un’eco sincera del crepuscolare e poetico autore francese. Non intendo dire con questo che si tratti di una commedia completamente riuscita. Siamo in sostanza ancora a un teatro piccolo borghese tutto esaurito nel singolo aneddoto psicologico, immerso in un clima di crepuscolarismo provinciale dei luoghi e delle anime. Ma è un caso psicologico che accoglie, senza forzare i toni, ardite novità, indaganti, con una discrezione che non esclude l’acutezza, certe moderne complessità subcoscienti, un poco torbide dell’anima femminile, che il conturbante Mauriac, ad esempio, non avrebbe disdegnato per uno di quei suoi inquietanti ritratti di donne dai fitti e contraddittori spessori, sospese fra il cielo e l’inferno e devastate dall’ambivalente attrazione del peccato.
Cristina. Già trent’anni. Nubile. Non bella. In provincia. E la suscettibile, esasperata ed esasperante rispettabilità di un ambiente familiare di piccoli funzionari statali ossessionati dalle esigenze del proprio rango, in guerra diuturna assidua e umiliante con lo stipendio. Inibizioni, complessi e réfoulements d’ogni genere. Chiuse fantasticherie a cimento di una traumatizzante realtà. L’avvilimento della mediocrità che svuota l’anima dai sentimenti genuini, naturalmente buoni, e la lascia invadere insidiosamente da un sordo e aggressivo rancore, esposto alla voluttà tentatrice di far del male agli altri facendo del male a sé stessi, di distruggersi distruggendo.
Raggiunta senza rassegnazione la coscienza del proprio fallimento, Cristina s’è “lasciata fidanzare” al figlio di un amico di suo padre: un modesto e antiromantico medico condotto di un piccolo e miserabile paesetto siciliano ove la vita trascorrerà ancora più meschina, più deserta e squallida. Le nozze devono essere celebrate fra pochi giorni e la famiglia attende l’arrivo di Giacomo, il promesso sposo, facendo acrobazie prodigiose per poter mantenere le spese della cerimonia nei limiti dell’angusto bilancio. Accompagnata dalla nonna, madre della sua madre morta, Cristina s’è recata nella gioielleria della piccola città a scegliere le tre o quattro modeste bomboniere d’argento da regalare alle personalità più in vista che hanno mandato gli auguri per il suo prossimo matrimonio. Nello stesso momento, in negozio c’è la bellissima, sciocca e fortunata Fiammetta Alteri di vent’anni, che soltanto per essere stata eletta “miss sorriso” ha trovato un giovane, affascinante e ricchissimo aristocratico il quale l’ha chiesta in isposa e la condurrà fastosamente all’altare lo stesso giorno in cui Cristina celebrerà le sue umili e tristi nozze.
Fiammetta e il suo innamorato sono venuti ad acquistare le fedi. Dovendosela provare, la fanciulle s’è sfilata dal dito un anello di fidanzamento che vale più di un milione e l’ha deposto sul banco. Cristina e la nonna sono uscite dal negozio. È uscito anche uno sconosciuto che era andato a comperare un orologio. E l’anello è scomparso.
Tutti pensano che il ladro sia stato l’ignoto cliente. Tornata a casa, in una crisi di nervi, Cristina grida invece inaspettatamente in faccia al padre esterrefatto e alla nonna terrorizzata: “La ladra sono io. Io ho rubato l’anello e, appena fuori dal negozio, l’ho gettato in una fogna”. È una sorprendente nota di psicologia, potente e ben preparata che viene a rompere un esasperato stato di tensione; e della quale il significato risulta evidente, tutto per allusioni, senza bisogno che per spiegarlo venga spesa una parola. Non si tratta evidentemente di un atto gratuito gidiano; bensì di un impulso cieco, quanto si vuole, ma che trova la sua giustificazione nelle profondità di un animo disperato, teso simbolicamente a ferire e a offendere in apparenza, e fino a un certo punto, la fortunata Fiammetta, e che, in realtà, risponde a un oscuro bisogno di autolesionismo morale, inteso come protesta al proprio destino. Una liberazione ottenuta attraverso lo scandalo. Pensate, tanto per intenderci, al colpo di pistola della “sorridente signora Beudet”.
È quel che comprende presto Giacomo, il fraterno fidanzato, nella sua semplice, indulgente e serena bontà, quando deve intervenire a salvare la fanciulla da un tentativo di suicidio per avvelenamento compiuto subito dopo. Ma frattanto, il padre di Cristina, avendo saputo che lo sconosciuto della gioielleria è stato arrestato come presunto autore del furto, e non potendo tollerare che sia accusato un innocente, è andato in questura a denunciare la figlia. E qui sbotta una seconda sorpresa che può avere tutta l’apparenza di un colpo di teatro sfoderato inopinatamente per escogitare una soluzione e giungere al lieto fine, ma che, invece, costituisce la seconda, geniale e coerente illuminazione della commedia, mentre arricchisce, chiarifica e completa, con innegabile originalità, il carattere – meglio: la crisi – della protagonista. L’anello era stato rubato proprio dallo sconosciuto e Cristina si era accusata colpevole soltanto per “riconoscersi” in un atto non suo e di cui s’era “impossessata” allo scopo di poter consistere in qualche modo, sia pure a prezzo di crimine del quale – nemmeno di quello! – sarebbe stata incapace: un’affermazione della personalità attraverso la simulazione di reato.
La liberazione, la conquista della coscienza sanatrice degli oscuri dinamismi del proprio operato, viene compiuta nell’animo di Cristina dal comprensivo medico fidanzato sul quale finiscono col “fissarsi” i sentimenti rasserenati della fanciulla, attraverso una specie di vero e proprio trattamento psicanalitico, senza, per fortuna, averne né la pesantezza né la didascalicità, né la pretenziosità; anzi, con parole magari scenicamente incerte, non del tutto a fuoco, ma quasi sempre sobrie, semplici, penetranti; commoventi senza essere patetiche e originali senza essere eccentriche. La commedia può essere gracile, mancare della incisività e della “provocazione” necessarie al suo insolito assunto; costruttivamente inabile – quantunque, a ben considerarne le implicite difficoltà, non troppo; – ma nulla, in essa, vi è di banale e di superfluo: né un personaggio, né una situazione, né un passaggio: nemmeno la figura di un commissario di P.S., che è tutto dire. Può darsi anche che io mi sbagli, che esageri trascinato da gusti e predilezioni personali; e tuttavia ho l’impressione di essermi incontrato, ieri sera, con una scrittrice che ha qualche cosa di inconsueto da esprimere e tenta di esprimerla in maniera non consueta.
La commedia, allestita da Vincenzo Tieri con sagace misura teatrale, fu seguita dall’attenzione di un folto pubblico e ripetutamente applaudita. L’arduo, difficile e sgradevole personaggio dell’isterica protagonista fu reso con intelligente impegno e nevrotica volubilità da Gabriella Danesi. Intorno ad essa, Paola Borboni disegnò magistralmente, con sgomenta levità, la parte della vecchia nonna; Filippo Scelzo, con umana verità, quella del padre. E Corrado Annicelli, con persuasiva semplicità, quella del fidanzato. Ai loro margini, volonterosi e precisi, figurarono la Pascoli, il Bonazzi, la Cerreto, lo Scaccia e lo Zanchi. |