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Vicerè (I)
I Vicerèdi Roberto Faenza
con Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi, Lucia Bosè
Italia, 2007
 
Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2007

Adattare per il cinema un romanzo complesso e denso come "I Vicerè" di Federico De Roberto, opera del 1894 censurata e tenuta ai margini per un lungo periodo a causa delle sue critiche feroci alla politica e al potere ecclesiastico, non è certamente un'impresa da poco. Va quindi riconosciuto a un regista navigato come Roberto Faenza il merito di averci provato. Tuttavia, pur potendo contare su grandi mezzi, su esperte maestranze e su alcune interpretazioni indubbiamente di valore, il suo film, che si sforza di risultare coinvolgente anche con forzati riferimenti all'attualità, non riesce a graffiare mai fino in fondo o anche semplicemente a restituire l'affresco convincente e pregnante di una particolare situazione storico-sociale perché troppo ancorato nello stile e nelle scelte di regia a standard da fiction televisiva.
Si racconta la storia della famiglia nobile siciliana degli Uzeda, discendenti dei vicerè di Spagna, nel passaggio dal regime borbonico all'Italia unita. Ci si sofferma soprattutto sul personaggio di Consalvo, figlio del dispotico principe Giacomo, che cresce in una famiglia dilaniata dall'odio feroce e dalle rivalità con l'unico obiettivo di mantenere il potere. Il ragazzo cerca fin da piccolo di ribellarsi al padre, che cerca di placarlo mettendolo a studiare in un monastero di benedettini. Uscito ormai adulto dal convento, Consalvo finirà con l'accantonare i sogni di libertà e si farà contagiare dalla sete di potere avvicinandosi alla politica. Si candiderà al parlamento con un discorso che è un capolavoro di equilibrismo retorico, intessuto di compromessi e di ipocrisia.
La saga della famiglia Uzeda diventa nelle mani di Faenza un ritratto impietoso solo in superficie di una serie di personaggi rapaci e meschini. L'intento – un po' troppo facile e scoperto, a dire il vero – sarebbe quello di sottolineare la modernità dell'opera di De Roberto con allusioni alla situazione politica attuale e specialmente alla pratica del trasformismo. Ritmi e inquadrature sono però irrimediabilmente di stampo televisivo in una messa in scena timida e priva di nerbo, senza guizzi d'autore. Solo la fotografia rivela scelte più accorte e di sapore cinematografico soprattutto nelle scene in interni. Rimangono un'accurata ricostruzione d'epoca, grazie specialmente agli splendidi costumi di Milena Canonero, e alcune belle prove degli attori. Lando Buzzanca, attore trascurato al cinema negli ultimi anni, fa un ritorno in grande stile e con presenza scenica indiscussa e con varietà e verità d'accenti trova il ruolo di una vita in quello dell'avido, odioso e superstizioso principe Giacomo. Alessandro Preziosi è notevolmente maturato e regge bene la parte di Consalvo, ma è Lucia Bosé a lasciare il segno con la sua incisiva Donna Ferdinanda.

Michele Ossani

 
L'Espresso, 16 novembre 2007
Eterni Viceré

Il bel film di Faenza resta fedele al romanzo pur tingendosi di contemporaneità grazie alle prove d'attore su cui può contare

I viceré di Roberto Faenza è il libero adattamento di un romanzo storico pubblicato nel 1894 dallo scrittore siciliano Federico De Roberto: una narrazione crudele, magnifica e sarcastica, tra il 1855 e il 1882 in Sicilia, d'una grande famiglia aristocratica d'origini spagnole, della chiesa e del tipico vizio italiano, il trasformismo politico.

Il tempo dei mutamenti (l'unità d'Italia di potere temporale del papa, l'inizio di una democrazia parlamentare) viene raccontato attraverso gli eventi famigliari degli Uzeda principi di Francalanza e Mirabella: un padre feroce che deruba i figli e li condanna al matrimonio di convenienza o al convento, alti prelati avidi, licenziosi e malvagi, donne schiacciate, voltagabbana anziani e giovani che si fanno eleggere deputati in partiti non conservatori per mantenere il proprio potere nobiliare.

"Ora che l'Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri"; "Pensi ancora alla destra e alla sinistra? Non vedi che i partiti vecchi sono finiti?"; "Dare libertà con l'ordine, realizzare le riforme legittime conservando le tradizioni, non presumere di colmare le casse dello Stato vuotando le tasche dei cittadini...". Sono le citazioni nelle quali al regista sembra di ritrovare il nostro presente, o magari la nostra storia.

Il romanzo (edizioni e/o) di oltre 700 pagine è anche molto divertente nella quantità di pettegolezzi famigliari. Il bel film è ovviamente più asciutto e resta al livello dello scrittore con lo stile sardonico e limpido, senza alcun tocco melodrammatico ma capace di tragicità; come il libro, concentra all'ultima parte la narrazione più esplicitamente politica; e la realizzazione dai valori produttivi perfetti è entusiasmante, così come risulta sorprendente e ammirevole la recitazione di Lando Buzzanca nella parte del principe capofamiglia. Soprattutto, il racconto si condensa nei personaggi: è la scelta più fedele e insieme più contemporanea.

Lietta Tornabuoni

 
Il Mattino, 10 novembre 2007
Il potere al tempo dei «Viceré»

Quando attinge alla letteratura, Roberto Faenza realizza in genere trasposizioni corrette che non rischiano più di tanto in termini reinvenzione/ tradimento/ stravolgimento del romanzo ispiratore. Dopo Schnitzler, Tabucchi, Maraini, Yehoshua, Ferrante, ora l'autore torinese si è rivolto a «I viceré» di Federico De Roberto, capolavoro della letteratura italiana pubblicato nel 1894 e per molti anni misconosciuto da pubblico e critica. Seconda parte di una trilogia dedicata agli Uzeda, immaginaria famiglia nobile discendente dagli antichi viceré di Sicilia, «I viceré» è apparentemente un classico romanzo storico, potente affresco di un'epoca e metafora del sistema politico italiano. In realtà è opera corale complessa e l'omonimo film di Faenza evidenzia la tipica dicotomia - in termini di percezione - di certe impegnative trasposizioni: da un lato c'è il film con una sua dignitosa autonomia espressiva godibile per chi prescinde dal romanzo o non lo ha letto, dall'altro c'è l'inevitabile esigente comparazione con la fonte letteraria da parte di chi la conosce e per le affinità e antitesi con il «Gattopardo» di Tomasi di Lampedusa, sicuramente influenzato da De Roberto. Sullo sfondo del regno borbonico delle Due Sicilie si consumano le lotte che agitano la famiglia Uzeda, il cui patrimonio alla morte della matriarca viene diviso tra i suoi figli, il primogenito Giacomo e Raimondo. Estromesso il fratello, Giacomo diventa il padre-padrone, il carnefice che tradisce la moglie, spedisce il figlio Consalvo in seminario e impone alla figlia Teresa un matrimonio di interesse. Con l'arrivo di Garibaldi, Consalvo ormai adulto si inserisce tempestivamente nel nuovo clima di libertà, si ribella al tirannico padre e con abile trasformismo fa il suo ingresso in Parlamento e diventa l'eroe politico di una nuova era. Tra l'affresco storico e la saga familiare, il film s'impone per la sontuosa messa in scena, l'accurata ricostruzione barocca, i toni epici e spettacolari, i suggestivi riferimenti pittorici e l'incisiva interpretazione di Lando Buzzanca e Alessandro Preziosi. Ma si ha la sensazione del già visto, di trovarsi al cospetto di una materia familiare fatta di sesso, potere e denaro, divulgata da fiction popolari in costume. E si è tentati di applicare al film la stroncatura di Benedetto Croce al romanzo di De Roberto: «Un'opera che non illumina l'intelletto come non fa mai battere il cuore».

Alberto Castellano

 
Il Tempo, 8 novembre 2007

Due schemi. Da una parte la disgregazione di una famiglia siciliana, discendente dai Vicerè spagnoli, seguita dal tramonto dei Borboni fino alla costituzione del primo Parlamento italiano. Dall'altra, il cammino attorno della Storia, all'insegna soprattutto del trasformismo, con tutti, o quasi, pronti a salire sul carro dei vincitori, quali fossero le loro idee, guidati dal principio: «Abbiamo fatto l'Italia, adesso facciamoci i fatti nostri».
Roberto Faenza, con tanto cinema di qualità alle spalle (si pensi, di recente, a «Marianna Ucria» e «Alla Luce del sole»), ha affontato questi due schemi, narrativamente e stilisticamente, in modo esemplare. Quella famiglia al centro, i principi Uzeda di Francalanza, folta di esponenti di vario tipo, dominata da un padre padrone, Giacomo, dai modi tirannici, ed espressione, in ognuno, di tutti i possibili vizi, l'ha rappresentata dal vivo, con un realismo duro che ce li propone come una galleria di mostri, sempre ripresi con ordine preciso dalle pagine di De Roberto, solo qua e là un po' smussate dagli orrori che esibiscono, ma dando comunque giusto spazio alla voce narrante, il «principino» Consalvo, che, pur pronto a sottrarsi al dispotismo paterno, al momento di mettersi in politica e di finire deputato a Roma, ne perpetuerà tutti i difetti, a cominciare dal più nero cinismo.
La cifra con cui, dalla caduta dei Borboni, all'arrivo di Garibaldi, all'alba del Regno sabaudo, si rappresenterà poi, in parallelo, l'itinerario storico e politico che, senza né una frattura né una forzatura, fa da sfondo, integrandole, a quelle corrusche vicende private.
Evocandola visivamente con un linguaggio prezioso, incupito qua e là da atmosfere tetre e quasi mortuarie in cui, appunto, il trasformismo si accompagna al disfacimento, sostenuti, entrambi, da una regia che sa abilmente valersi di tecniche magnifiche: dai costumi di Milena Canonero, alle scenografie di Francesco Frigeri, alle musiche di Paolo Buovino, trasfigurati con una ricchezza quasi barocca dalla fotografia splendida di Maurizio Calvesi.
Parte integrante di questi meriti, la recitazione. Un vero, inatteso monumento, quella di Lando Buzzanca come principe padre. Saldissimo, in equilibrio fra il bene e il male, quella di Alessandro Preziosi come Costanzo. Alla loro altezza tutti gli altri, da Cristiana Capotondi, la fragile Teresa, a Lucia Bosè, la terribile zia Ferdinanda. Un coro che sa magistralmente portare al cinema una delle più fosche saghe familiari della nostra letteratura.

 
Il Giornale, 9 novembre 2007
Buzzanca fa il principe, ma l'avventura si perde in uno strano polpettone politico

Roberto Faenza è, come molti suoi colleghi, ammalato di politica. Un racconto ambientato in Sicilia alla metà dell'800, al quale fanno seguito avvenimenti che si trascinano fino al secolo scorso, è un convenzionale melodramma d'ambiente, con tutti i passaggi canonici propiziati da Tomasi di Lampedusa. Nobili spocchiosi, inflessibili difensori di una morale farisaica e i figli, vittime di un sistema perverso. Domina la figura del Principe Giacomo, un grandioso Lando Buzzanca. Bei costumi, immagini calligrafiche, attori di bella professionalità e la novella scivola sul piano del romanzo d'appendice di qualità. Poteva bastare, ma Faenza è irriducibile e s'imbuca in una metafora politica della quale non si sentiva il bisogno. Invia un messaggio ai suoi compagni, rimproverandoli per la loro politica inetta. È così servito il polpettone politico.

 
La Repubblica, 9 novembre 2007
"I Vicerè", ma senza grinta
così Faenza rilegge De Roberto

Pellicola di bella fattura, ma poco diretta nel suo modo di dire le cose

Roberto Faenza con i suoi sceneggiatori Bruni, Gentili e Porporati, non solo hanno necessariamente forzato la vastità del romanzo per restringerne le 600 pagine in un film. Ne hanno forzati anche i contenuti, i profili dei personaggi e il senso. È vero che il comizio elettorale conclusivo del giovane Consalvo ultimo discendente dei Vicerè Uzeda di Catania principi di Francalanza, nel libro, dice tutto e il contrario di tutto (tanto che qualcuno tra la folla che si è spellata le mani, alla fine, commenta: "Adesso che ha parlato, mi sapete dire che ha detto?").

Ma è anche vero che le battute messe nel film in bocca ai personaggi, per primo Consalvo, rivelano l'evidente volontà di denunciare l'odierna confusione tra destra e sinistra, l'odierno sconfinamento della Chiesa, e magari di ironizzare sul "questo ma anche quest'altro" del veltronismo (ma non è un eccesso vittimistico e dietrologico considerare censura la mancata selezione alla Festa di Roma?).

Può darsi che sia accaduto un insieme di cose - perdita di presa del cinema/cinema sulla formazione del sentimento collettivo, sua sostituzione con la narrazione televisiva che vola solitamente più basso ed è meno audace: ma d'altra parte la forza e l'audacia del cinema erano, prima, fondati sull'assenza di competitori nell'informazione, nei libri di scuola, per non parlare della tv - fatto sta che se intorno al 1960 film come La grande guerra facevano la stessa operazione di parlare di ieri per parlare dell'oggi col potente effetto di scandalizzare e mobilitare coscienze, oggi sono a disposizione tanti altri mezzi e un'operazione così non ha la stessa grinta, lo stesso impatto dirompente e la stessa giustificazione che certamente avrebbe avuto in passato. Benché, per esempio, il Io e Napoleone di Paolo Virzì risultasse in questo senso più felice.

Non si discutono la bella fattura (tutto il cinema letterario di Faenza garantisce sempre standard elevati) e alcuni pregi particolari come Lando Buzzanca nel ruolo grifagno del principe Giacomo. Né la logora questione generale del "tradimento" di qualsiasi adattamento o rilettura. E neanche la bontà dell'idea "di servizio" di rinfrescare la memoria su un grande romanzo. Ma per dire che l'opportunismo e il trasformismo, la doppiezza e l'ipocrisia restano saldamente di attualità era necessario ricorrere al metaforico utilizzo di un testo e di un contesto del nostro passato ottocentesco? Non c'era una maniera più diretta? E, diciamo la verità, anche più creativa?

E, comunque, il film non restituisce del romanzo (non vale nascondersi dietro al dito della "libera ispirazione a") la spietata esposizione della meschinità, della bassezza, della rapacità, in particolare di chi della grande famiglia veste abiti religiosi. Diversamente da Tomasi di Lampedusa che una generazione dopo guardava al principe di Salina nel Gattopardo e quindi alla medesima dinamica postrisorgimentale in Sicilia con occhio nostalgico e giustificazionista, Federico De Roberto testimoniava da vicino, pagandone anche lo scotto, la sua denuncia e il suo disgusto. E il film, malgrado l'intenzione dichiarata di piegare a uso polemico e attualizzante il modello letterario, non è altrettanto cattivo, aggressivo, incisivo.

Paolo D'Agostini

 
La Stampa, 9 novembre 2007
Nell'Italia dei Viceré
vince il voltagabbana

Tratto dallo straordinario romanzo di De Roberto del 1894 è un affresco bello e ricco della grande famiglia siciliana, magnifici i costumi

Bello e ricco, I Viceré di Roberto Faenza presenta almeno tre sorprese, ha tre meriti principali. Innanzi tutto riporta all'attenzione uno straordinario romanzo storico, l'omonimo libro di Federico De Roberto pubblicato nel 1894, affresco feroce d'umorismo nero sulla famiglia, sulla Chiesa e su quel trasformismo politico che è classico vizio italiano: l'opera viene ristampata in seguito al film (edizioni e/o). Secondo merito, aver dato l'occasione giusta a un attore come Lando Buzzanca che è bravissimo, quasi una rivelazione, nel personaggio del catanese Giacomo Uzeda principe di Francalanza e Mirabella. Terzo merito, una realizzazione assai inconsueta nel cinema italiano, in cui i valori produttivi sono eccellenti: tutto è fatto benissimo e accurato, tutto lascia pensare al tempo migliore del nostro cinema dai magnifici costumi di Milena Canonero al resto, la direzione di produzione di Elda Ferri è entusiasmante.

Il merito più grande è la regìa, la bellezza del film e la scelta di attori come Lucia Bosè o Franco Branciaroli. Di I Viceré-romanzo si disse a suo tempo che aveva ispirato, in chiave politica opposta, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa; molte volte il cinema aveva provato a confrontarvisi, sinora invano. E' un capolavoro della letteratura europea Otto-Novecentesca, oltre settecento pagine di spietata e divertente analisi di una Nazione. Comincia in Sicilia nel 1855 per terminare nel 1882, segue i grandi mutamenti del tempo (il passaggio dal regno dei Borboni a quello dei Savoia, l'abolizione del potere temporale dei Papi, la nascita di una democrazia) attraverso una grande famiglia aristocratica della quale vede lo stupefacente adattarsi alle novità politiche mantenendo intatto il proprio potere.

Molto bello, destinato alla televisione, I Viceré-film si concentra soprattutto sulla storia della famiglia siciliana, dei suoi amori e crudeltà, della sua abilità tutta italiana nel voltare gabbana.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011