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Viaggio in India
Viaggio in Indiadi Mohsen Makhmalbaf
con Mahmoud Chokrollahi, Mahnour Shadzi, Karl Maass, Tenzin Choegyal (2006)
 
Il Sole 24 Ore.com, 20 settembre 2007

Era da tempo che Mohsen Makhmalbaf desiderava girare un film in India. Adesso che ci è riuscito, vorremmo che non l'avesse mai fatto. Il suo "Viaggio in India" è infatti un'opera che assomma in sé tutti i luoghi comuni del cinema intellettual-filosofico, con una cornice esotica che serve da specchietto per le allodole, come dimostra il titolo scelto dai distributori italiani.
La storia è quella di una coppia iraniana in viaggio di nozze in India. Lui è ateo, materialista e cinico, mentre lei è credente, attratta da nuove esperienze spirituali e bisognosa di risposte. A suggerirle quella meta è stato il suo insegnante di meditazione, che le ha detto di andare alla ricerca di una figura spirituale nota come "l'uomo perfetto". Marito e moglie vagano quindi per l'India sperando di trovare il guru e nel frattempo fanno vari incontri: con un invadente fotoreporter, che li conduce da un uomo che si dice sia capace di fermare i treni con lo sguardo, con una prostituta, con un tassista alquanto originale e con un occidentale che ha scelto di vivere da quelle parti perché più consone, tanto per cambiare, all'esigenza di spiritualità. Dopo numerose discussioni a causa dei loro punti di vista apparentemente inconciliabili, i coniugi arriveranno comunque al cospetto del santone, che darà loro un messaggio scritto su un papiro da leggere quando saranno giunti in riva al Gange, il fiume sacro, dove termina il loro viaggio. Le parole saranno illuminanti soprattutto per la donna.
Dopo una partenza suggestiva immersa nel silenzio e nell'attesa, il film di Makhmalbaf arranca vistosamente tra immagini di maniera e discorsi sconclusionati perdendosi purtroppo a più riprese. Le inquadrature vorrebbero essere poetiche e invece risultano solo estetizzanti. Ma ad ammorbare la pellicola e a renderla noiosa e prolissa è la sua verbosità. Gli incontri che la coppia fa lungo il cammino sono infatti l'occasione per una serie pressoché ininterrotta di sproloqui di natura filosofico-esistenzial-religiosa che, intrisi di banalità e luoghi comuni, non danno tregua allo spettatore e sfiorano il ridicolo per la supponenza con cui sono presentati. Nei suoi momenti migliori il film potrebbe anche ricordare un documentario, seppur non di straordinario valore, ma l'aggiunta delle parole rovina quasi tutto.
L'opera di Makhmalbaf è fuor di dubbio ambiziosa, ma non riesce né a gettare un nuovo sguardo sull'India terra di mille contraddizioni né ad interessare mai davvero, incartata com'è nei suoi discorsi pretenziosi, che finiscono in realtà con l'essere superficiali. Pesante e stucchevole, la pellicola si rifugia pigramente nel già visto e nel già detto.

Michele Ossani

 
La Stampa, 21 settembre 2007
Da Teheran al Gange
in cerca dell'uomo perfetto

Una coppia inquieta iraniana va in viaggio di nozze in India Makhmalbaf rispolvera dubbi del passato per ritrovare fede nel presente

Dov'è finito Mohsen Makhmalbaf, dove vive? Ha tagliato definitivamente i ponti con il suo paese? Perché se il film precedente Sesso e filosofia era ambientato in Tagikistan, questo Viaggio in India ha per protagonisti una coppia di iraniani improbabili. Capelli lunghi da ribelle, lui (Mahmoud Chokrollahi) si definisce comunista; di una bellezza ineffabile da miniatura, lei (Mahnour Shadzi) gira senza velo in testa e un certo punto svela il bel seno davanti all'obiettivo: per attori di Teheran sono ruoli da non poter rientrare in patria neppure se volessero.
Nella evocativa scena iniziale i due si stagliano esili nell'immensità di una plaga desertica - l'uomo in piedi con una videocamera a mano, la giovane donna su una sediolina portatile con un ombrellino a proteggerla dal sole. Scopriamo che stazionano lungo una rotaia in attesa di un treno che non si sa se arriverà. Sono in luna di miele, ma la scelta della meta non è legata a motivi turistico-sentimentali. In India sono venuti a cercare «l'uomo perfetto», ovvero colui che potrebbe gratificare l'esigenza di religiosità di lei; e scuotere lui dal suo pessimistico e laico raziocinio. Ma ognuno vede quel che vuol vedere: ciò che per Mahmoud è espressione di miseria e ingiustizia sociale, per Mahnour assume un significato mistico e spirituale. Sulla loro strada i due incontrano un santone capace di fermare un treno con lo sguardo, ma si tratta di un poveretto finito in ostaggio a una folla di mendicanti; mentre l'uomo perfetto è un pastore che scrive il suo messaggio di verità con inchiostro invisibile. A Benares, anziché trascorrere la notte con l'amata, Mahmoud si intrattiene con una prostituta e le regala tutti i soldi; e il film si conclude sulle rive del Gange fra roghi di cadaveri attestanti l'ultimo privilegio di casta immersioni purificatrici nelle acque del fiume.
Costruito in un'alternanza di momenti documentaristici di rara suggestione e scene di verboso dibattito filosofico, Viaggio in India sembra un film dei tempi dello Scià quando il cinema iraniano influenzato dalla Nouvelle Vague era intellettualistico e stilizzato. Allora Makhmalbaf era un giovanissimo dissidente condannato a quattro anni di carcere per aver dato un pugno a un poliziotto. Probabilmente somigliava, e somiglia, al protagonista; forse questo viaggio è un ricordo o una riflessione come se, deluso dalla piega nefasta presa dalla rivoluzione tanto agognata, Mohsen tornasse sulle tematiche e i dubbi del passato per ritrovare una fede nel presente.

Alessandra Levantesi

 
Corriere della Sera, 14 settembre 2007
Makhmalbaf, il mondo in una foglia di rugiada

Dopo Sesso e filosofia, l'iraniano Mohsen Makhmalbaf, forse costretto dal regime del Paese, sta attento alle voci di dentro, vola alto. E immagina il viaggio in India di una coppia iraniana, lei votata alla seduzione di spiritualismo e metempsicosi, lui un disperato terrestre che dà tutti i soldi a una prostituta. Devono conoscere l'uomo perfetto ma il viaggio verso la conoscenza stoppa sul dubbio se credere o non credere. Guardando il degrado indiano, chiedendo come mai Dio favorisca i ricchi ma preferisca i poveri, interrogandosi senza paura sui massimi sistemi morali e religiosi (in un mondo in cui piove solo cacca), chiudendo l'universo in una mosca o in una formica, Makhmalbaf chiude le domande esistenziali con una tirata dell'esperto sulla reincarnazione che rinnova il ciclo eterno: troppi pensieri sono solo spazzatura mentale, la scoperta finale del film che si pone la forza del dubbio, è che si può trovare tutto il mondo in una foglia di rugiada in giardino.

VOTO: 7+

Maurizio Porro

© Sipario 2011