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Verso l'Eden
di Costa-Gavras
con Riccardo Scamarcio, Anny Duperey, Ulrich Tukur
(Francia, Grecia, Italia, 2009)
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L'Unità, 7 marzo 2009
Il paradiso in terra, ovunque si trovi
Lavora in fabbriche divoratrici di uomini, parla poco e niente una lingua sconosciuta, sfugge ai poliziotti dandosela a gambe, usa travestimenti e nascondigli, lancia torte in faccia ai vigilantes, è un Candide ingenuo e molto amato dalle donne (e uomini), vagabonda per città dinoccolato e pensieroso salutato solo dai bambini. E insegue un mago che lo ha stregato, gli ha mostrato cosa è la poesia oltre la dura quotidianità. Più Charlot di così Riccardo Scamarcio non poteva essere, gli mancavano solo la bombetta e il bastone. Il suo Elias è un apolide in fuga da chissà dove (forse questi migranti sono un prodotto diretto dei barconi) che finisce naufrago sulle spiagge greche, in un villaggio turistico metafora della circoscrizione del privilegio e diventa oggetto di una battuta di caccia come nel bellissimo, recente, “La zona” di Rodrigo Plà. S’inventa qualsiasi cosa pur di arrivare a Parigi, un simbolo qualsiasi per dare un senso alla sua fuga VERSO L’EDEN. Costa-Gravas, splendido 75nne, torna a girare in Grecia a 40 anni dai trionfi cinematografici e i guai con i Colonnelli e traccia un percorso a metà tra Omero e Chaplin. Un viaggio di scoperta e sopravvivenza e una riflessione sul mondo contemporaneo, cioè il denaro visto come mezzo e fine e la lotta impari di un uomo contro i meccanismi del sistema capitalistico, che crea i desideri e la loro nemesi. Oggetto sessuale suo malgrado, selvaggio truffautiano ad uno stadio intermedio, giovane uomo abbagliato solo da un’idea di benessere, confusa e approssimativa, Elias si da completamente per la causa, casca mani e piedi in mille tranelli e tuttavia non trova di meglio che provarci.
Tra passaggi fortuiti regalati da quei “maledetti” zingari e incontri fortunati (l’affascinante Anny Duperey), è lui l’uomo nuovo, il tipo umano che sa ancora stupirsi e credere nella redenzione del capitalismo selvaggio. Costa-Gravas, greco ormai francese, emblema di certo cinema politico e combattente, instancabile viaggiatore, attento osservatore di equilibri sociali e di potere in zone calde del pianeta, ha raccontato la repubblica francese di Vichy, il regime comunista cecoslovacco, le mani della CIA in America Latina e pure una splendida Jessica Lange che in “Music Box - Prova d'accusa” era un avvocato che difendeva il padre prima di scoprirlo ex criminale di guerra nazista. Mai andato per il sottile - “Z – L’orgia del potere” aveva il furore ideologico del giovane autore – stavolta sorvola la storia per dedicarsi all’ampia metafora. E si fa leggero, poetico, riflessivo. Un dono dell’ispirazione e dell’esperienza. Coproduzione franco-greco-italiana (Medusa), “Eden is west” è passato a Berlino fuori concorso ricevendo apprezzamenti. Scamarcio, senza voce, parla con la faccia olivastra e gli occhi, in un ruolo praticamente fisico che abbraccia con grande carica. Un incontro fortunato soprattutto per l’attore, che dimostra un interesse intelligente a provarsi con storie e contesti diversi. Anche perché stavolta la lingua non è stata un limite.
Pasquale Colizzi
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L'Espresso, 6 marzo 2009
L'Odissea di Scamarcio
A settantasei anni, Costa-Gavras è un po' come il Partito democratico: non sa cosa fare. Capita a molti registi europei della vecchia sinistra: il cinema di denuncia politico-sociale, che per tanto tempo ha nutrito la loro opera, sembra logorato e impraticabile (come si può additare un tavolo che zoppica quando c'è il terremoto?), di cinema intimista sono poco esperti.
Allora raccontano del passato ('Katyn' di Wajda, 'Concorrenza sleale' di Scola, 'Hotel Meina' di Lizzani), o non lavorano più, oppure affrontano malamente filosofie dell'età avanzata che somigliano troppo a banalità da treno. Gli ultimi film di Costa-Gavras parlano di comunicazione o d'un serial killer di manager; 'Verso l'Eden' è più ragionevole, narra di un fenomeno del tutto contemporaneo, la migrazione, e un migrante che è Riccardo Scamarcio.
Scamarcio risulta un ragazzo greco riccioluto. Come nell''Odissea', il suo viaggio comincia sul mare Egeo: sullo stesso mare, sotto lo stesso cielo e sole che videro la nascita della civiltà. Dopo molte avventure e disavventure, scalate al paradiso e discese all'inferno, l'epopea del ragazzo finisce magicamente a Parigi, la città sempre immaginata dagli erranti nei loro sogni più arditi.
Non è la storia di Ulisse né la mia, dice il regista greco che da oltre mezzo secolo vive e lavora a Parigi: "Ma mi riconosco nel protagonista Elia, straniero che non mi è estraneo... Riconosco qualcosa di me e dei miei occhi nello sguardo altrui posato su di lui". Ricco di notazioni autobiografico-culturali ed estetiche più che realistiche, 'Verso l'Eden', dice ancora Costa: "Racconta la storia di quelli che come noi o come i genitori prima di noi, hanno percorso il mondo in tutte le direzioni, superato gli oceani e gli uomini in divisa, alla ricerca di un tetto".
Forse non è esattamente così, ma il film è un aiuto umano e intelligente per capire nel profondo il movimento mondiale delle migrazioni.
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 13 marzo 2009
Scamarcio, un Ulisse fra troppe Circe
Resiste a lunghezze, stereotipi, ingombro del sesso, l'architrave narrativa scelta da Costa Gavras per l'odissea di un immigrato che vuol raggiungere Parigi. Il primo è sempre Ulisse, ma dentro ci stanno tutti i viaggi di conoscenza e riscatto, quello di Kazan magnifico e introvabile e quello scritto da Roth. Parigi per Scamarcio, clandestino coi fiocchi che blocca ronde e inchioda doganieri con tensione sotterranea quasi fanciullesca, è la Mecca: quando ci arriva, stremato da attenzioni sessuali di contesse, camionisti e turiste trash di villaggi vacanze razzisti, resta solo come Charlot sugli Champs Elysées con un'inutile bacchetta magica. Il viaggio dovrebbe farlo crescere, è vittima del mondo «civilizzato», un Ulisse che si spoglia e incontra troppe Circe e Calypso. Parti da tagliare ma le fondamenta reggono.
VOTO: 6,5
Maurizio Porro
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Il Mattino, 7 marzo 2009
Scamarcio, clandestino alla ricerca del futuro
Dopo «Lamerica» di Amelio e «Nuovomondo» di Crialese, un altro viaggio della speranza, un’altra storia d’immigrazione all’insegna delle illusioni, della realizzazione di un sogno. Ma «Verso l’Eden» di Constantin Costa Gavras vuole sintonizzarsi sulla drammatica attualità dell’immigrazione clandestina e sul dibattito multietnico e multiculturale declinando verso l’avventura giovanile di formazione. Il maestro greco che con quest’opera di coproduzione torna a girare in patria a quarant’anni da «Zeta - L’orgia del potere», ha scelto Riccardo Scamarcio per il ruolo del giovane greco Elias, un eroe senza leggenda che attraversa, un po’ come Ulisse (il regista cita esplicitamente l’«Odissea»), il mare, le tempeste e pericoli di ogni genere. Imbarcatosi con altri immigrati su una delle barche della speranza e ritrovatosi sulla spiaggia di un villaggio turistico, Elias vuole raggiungere l’Europa con ogni mezzo. Il suo Eden è Parigi, in particolare il Lido per incontrare un mago che ha conosciuto. Nel corso del suo viaggio omerico al giovane capita di tutto: viene truffato, scaricato da una coppia in mezzo alla neve, soccorso da una donna sensibile, rimorchiato da due camionisti, braccato dalla polizia... Lo sguardo del bel Riccardo, qui alla sua prima impegnativa prova internazionale, è profondo e intenso, ma quello di Costa Gavras si affievolisce nel trattare l’illegalità, le discriminazioni, i disagi, la miseria, le ipocrisie, gli egoismi, l’inospitalità con la forma di grotteschi ostacoli sulla strada di Elias e un finale kitsch-favolistico con la Tour Eiffel illuminata dalla bacchetta magica. Dall’autore di un cinema di denuncia e di riflessione era lecito aspettarsi ben altro.
Alberto Castellano
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Il Giornale, 6 marzo 2009
Bello, ingenuo e va "Verso l'Eden"
Il cinema ritrova l’impegno in Verso l’Eden di Constantin Costa-Gavras che ha chiuso fuori concorso l’ultima Berlinale. Avrebbe meritato un lancio migliore, anziché una visione riservata ai pochi giornalisti di fine rassegna. Il film narra di un immigrato clandestino, braccato dalla polizia e in fuga dall’Italia per la Francia. Bello e ingenuo, conoscerà l’amore di una ricca tedesca (Julian Koelhler), la vergogna della violenza sessuale subita, lo sfruttamento della fabbrica. Costa-Gavras denuncia la mancata politica in materia e i cinici profittatori, Riccardo Scamarcio conquista per i gesti e gli sguardi, più che per le battute.
voto 7
Salvo Trapani
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Il Messaggero, 6 marzo 2009
Com’è Candido questo clandestino
Con tanti drammi, melodrammi e docu-drammi, nessuno aveva ancora visto l’immigrato come un novello Candide. Ci pensa a sorpresa (e un po’ in ritardo) Costa-Gavras in questa saga cucita addosso al fascino adolescenziale di Scamarcio. Che dopo essersi buttato in mare da un barcone di disperati troviamo “spiaggiato” in un club vacanze, concentrato di lussi e nequizie occidentali. Senza documenti e misteriosamente ignaro di tutto (ma gli albanesi non cominciarono a sognare l’Italia vedendola in tv?), il candido Elias, di nazionalità imprecisata, finisce risucchiato in un vortice di avventure e tentazioni. Fra signore tedesche in cerca d’affetto, prestigiatori di passaggio, russi arricchiti e razzisti, il club vacanze fornisce una specie di corso accelerato sui nostri paesi ricchi e nevrotici. Ma è quando Elias fugge verso Parigi che il film qua e là prende davvero il volo, anche se gli episodi sono troppo diseguali per sorreggere un’idea affascinante quanto balzana e anacronistica. Il meglio sta in certi episodi umoristici (la coppia di greci litigiosi, o i due camionisti tedeschi gay), drammatici (il lavoro in un’azienda che ricicla elettrodomestici), o addirittura ottimistici (a Parigi c’è chi lo aiuta). In filigrana si sente la lezione di Chaplin. Ma è difficile ritrovare oggi quell’innocenza. Sia dietro la macchina da presa che in platea.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 6 marzo 2009
In fuga con Scamarcio
Costa-Gavras ne fa il perfetto simbolo degli emigranti
Riccardo Scamarcio, protagonista su cui grava tutto Verso l’Eden di Costa-Gavras, presente in ogni inquadratura, in una lingua inesistente dice una decina di frasi smozzicate nell’intero film; ha schiena e sedere bellissimi, come si vede in una scena di nudo; dispone di tre espressioni: paura ansiosa, sorpresa ingenua, gratitudine. Va benissimo per interpretare un ragazzo riccioluto dagli occhi azzurri senza nazionalità (ragionevolmente, greco) in viaggio sul mare Egeo sino a Parigi, uno dei milioni di migranti del nostro tempo.
Il regista mescola la sua storia con la propria: anche Costa da ragazzo emigrò dalla Grecia a Parigi per studiare cinema, e vive in Francia, artista nella cultura francese, marito di una donna francese, da oltre mezzo secolo. Il viaggio di Elias (è il nome del protagonista), tra avventure e disavventure, sempre braccato dalla polizia, comincia su una nave sovraccarica di emigranti da cui il ragazzo fugge a nuoto; arriva su una spiaggia di nudisti e spogliandosi si confonde con loro; in un lussuoso albergo di vacanze un impiegato tenta di baciarlo, una signora lo nasconde nella propria stanza per fare l’amore; gli rubano tutti i soldi; viaggia con i maiali in un furgone, lavora per un poco in fabbrica, finisce al dormitorio pubblico, cammina per giorni. La polizia onnipresente gli sta sempre addosso, ma lui sa fuggire. Arriva a Parigi, non trova l’aiuto promesso: lo vediamo alla fine allontanarsi di spalle, verso la Tour Eiffel.
Costa-Gavras fa di lui un simbolo degli emigranti, del modo inumano in cui vengono trattati, dello spavento che le migrazioni ispirano anche in Paesi come la Francia, usi agli stranieri. Ma il film ha un equilibrio speciale: insieme con gli scontri brutali, Elias incontra gente benevola che lo aiuta, gli regala una giacca, gli dà da mangiare, gli fornisce informazioni. Il caso che il regista sceglie di raccontare è consueto più che tragico: ma la sofferenza della solitudine e dell’estraneità rimangono forti, nonostante l’energia speranzosa del viaggiatore. Nel suo nuovo mondo, Scamarcio si muove come un alieno ma con naturalezza giovanile. Il film ha forse un clima troppo tranquillo: tuttavia l’emigrazione, gli emigranti, nelle nostre società sono ormai un fenomeno comune.
Lietta Tornabuoni
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