Vedova Scaltra (La)
di Carlo Goldoni
Teatro Nuovo
regia Luigi Squarzina
scene e costumi Mario Chiari
con Diana Torrieri, Vittorio Gassman, Elena Zareschi, Grassilli, Ferrari, Stagni, Feliciani, Rizzi, Piazza, Scaccia, Garrone
Corriere Lombardo, 31 maggio 1951
Ancora un elogio della donna. Quanti sono, nel teatro goldoniano, questi omaggi all’eterno femmnino, resi nel tono di una complice e affettuosa ironia che strizza l’occhio e incoraggia sottomano le compiacenze e le furberie, le smanie e i vapori, i cedimenti e le lusinghe, le civetterie e i calcoli, i languori e gli egoismi delle belle morbinose? Per una “bona mare” almeno dieci “locandiere”, per una “putta onorata” almeno mezza dozzina di “serve amorose” e per una “moglie saggia” tante vedovelle inquiete. Chi scriverà un libro sulle donne goldoniane porterà un fiero colpo al falso luogo comune del moralismo del poeta. Credetemi sulla parola: “la vedova scaltra” è una donnina molto ma molto più inquietante de “la vedova allegra” e, alla resa dei conti, Anna Glavari è, per il conte Danilo, una moglie assai più rassicurante di quel che non sia per diventare Rosaura Balanzoni per il conte Bosco Nero. Sotto sotto, e non troppo alla lontana, dietro a costei occhieggia il cinico riso di Mirandolina. La vedova scaltra in un certo senso, non è altro che una prova generale de La locandiera.
Badiamo al sodo. Che cosa accade nell’una come nell’altra delle due commedie? Semplicemente questo: una donnetta avveduta, con la testa sul collo e il cervello al posto del cuore, dopo aver ben bene soppesato meriti e difetti, vantaggi e inconvenienti, debiti e rendite di alcuni spasimanti perfidamente portati al giusto punto di cottura e scaltramente mantenuti in istato di ebollizione, finisce per scegliere il più ingenuo, colui che offre le migliori garanzie di essere messo, e mantenuto, al guinzaglio dalla sua dolce manina che sotto le rosse unghiette, nasconde gli artigli. Mirandolina pretenderà di sposare Fabrizio perché tale era il desiderio di suo padre e perché, essendo un uomo del suo stato, non si creeranno squilibri nel matrimonio; Rosaura invocherà addirittura ragioni nazionali e patriottiche per concedere la mano al conte. Sì, va bene; non sarà certo la nostra innata galanteria a sbugiardare quelle alacri signore. Lasciamola lì.
Quella cara gioia di Rosaura è, dunque, rimasta vedova da pochi mesi – fra parentesi, aveva sposato un uomo anziano ma ricco: un Bisognosi, mercante, fratello di Pantalone; posizione economica a prova di bomba – e il trovarsi improvvisamente trasferita dalle lodevoli e tiepide tenerezze del letto a due piazze, alle caste e fredde solitudini di quello a una piazza sola, non dà per niente nel genio della sua innata e festosa socievolezza. Si tratta, in parole povere, di sostituire al più presto, e il più vantaggiosamente possibile, la buonanima.
Non sono certo gli aspiranti quelli che mancano all’impaziente vedova Balanzoni. Intorno a lei c’è addirittura una società delle nazioni. C’è l’inglese, Milord Rubenif, prodigo di borsa e parco di cuore; c’è il francese, Monsieur Le Bleu, volubile, fatuo e galante; c’è lo spagnolo Don Alvaro di Castiglia, barocco, pomposo, magniloquente; e c’è l’italiano, come al solito suscettibile, malinconioso, tutto fuoco e gelosia: cuore e coltello. Questi esemplari personaggi, colti nell’esteriore pittoresco aspetto di una tradizionale convenzione etnica tuttora corrente, ingaggiano intorno alla bella signora cauta, avveduta e civetta, giusta mescolanza di pratico e di fantastico, di aristocratico e di plebeo, una complicata partita a quattro della quale credono di essere i dominatori mentre, in realtà, sono i dominati. Imperturbabile, Rosaura riceve dichiarazioni e risponde a complimenti, incassa doni costosissimi e restituisce sorrisi, e, alla fine, dopo aver messo alla prova la loro costanza fingendosi, volta a volta, una seducente e innamorata connazionale di ciascuno di essi, elegge l’italiano che è stato l’unico a non tradirla. Marito e buoi… con quel che segue.
Le figure che animano l’elegantissimo intrigo, senza che nessuna di esse sopravanzi mai le altre, sono, in parte, personaggi vivi, incentrati nella caricatura di un atteggiamento umano, sociale e nazionale, e in parte – maggiore – tipi generici di una colorita convenzione scenica. La stessa protagonista è per metà una donna viva e per metà una vivace parte da teatro, che non si definisce per intima concrescenza dei sentimenti e delle azioni. Mi pare che la sua limitata generosità umana spicchi soltanto nelle trasparenze immoralistiche che il suo vaporoso temperamento suggerisce: il raffinato egoismo, la frivolità esperta, la gentilezza ingorda messi in opera a proprio profitto, senza molti, anzi con pochissimi, scrupoli; una fondamentale e cosciente frigidità di cuore, ma non di sensi, direi, manovrata proprio come stimolante afrodisiaco da una donna che, per legare a sé gli uomini, sceglie l’atteggiamento infallibile di rifiutarsi; e sotto la lacca civile, colta, mondana e salottiera, rivela una vocazione che è prudenza non approfondire.
Ma il pregio tipico e inconfondibile della commedia consiste tutto nella geometrica euritmia del gioco scenico, nell’aurea proporzione obbediente alle leggi di non so che segreta armonia dal ritmo in quattro parti; nelle variazioni, nei ricorsi, nelle sfaccettature e nei raddoppiamenti di quattro minuscoli, eguali e diversissimi mondi mascolini che ruotano intorno al centro di un piccolo mistero femminile. È un’opera la quale ignora ancora le musicali trasfigurazioni strofiche del linguaggio e le concentrate stilizzazioni degli spessori umani proprie dei capolavori che verranno più tardi, ma dove la precisione delle misure, il gusto dei movimenti, il senso dinamico del ritmo, l’assoluto controllo dei motivi ereditati dalla Commedia dell’Arte e la narcisistica felicità del gioco per il gioco sono perfetti.
L’impegnativo spettacolo datone ieri sera al Nuovo dalla compagnia Torrieri-Gassman-Zareschi fa parte del repertorio che verrà presto esportato nell’America Latina. E considerato che la parola “spettacolo” sottintende cosa da vedere con gli occhi, da questo punto di vista esso è stupendo per il fasto, la ricchezza e la variopinta fantasia dei colori usciti dall’immaginazione scenografica e specialmente costumistica di Mario Chiari. Se dal vedere si passa all’ascoltare i risultati non sono altrettanto assicuranti. La regia di Luigi Squarzina mi lascia, a dir poco, perplesso. I casi sono due: o la commedia non l’ho capita io o non l’ha capita lui trascurando ogni e qualsiasi esigenza di ritmo e di accelerazione del linguaggio, che in Goldoni è tutto, per dedicarsi alle manovre logistiche di un quadro esteriormente coreografico.
Il pubblico ha tributato numerosi e incoraggianti consensi a Diana Torrieri animatrice dell’impresa, la quale ha valorosamente aggirato il suo non goldoniano temperamento movimentando e variando estrosamente la protagonista: a Vittorio Gassman che ha conferito una sufficienza sdegnosa al grande di Spagna regalandogli per giunta una tosse, un catarro e un suffumigio non previsti dal copione: a Elena Zareschi in una breve parte; alla Piazza, al Grassilli, al Ferrari, allo Stagni, al Feliciani e al Rizzi che si sono mostrati personalmente preoccupati di uno stile: al Piazza, allo Scaccia, al Garrone; alle musiche del Carpi e, come s’è detto, soprattutto ai magnificenti e originali costumi. Tanto originali e magnificenti che l’Arlecchino sembrava il tenore della Turandot e il Pantalone il cardinale Federigo Borromeo. Quello della peste di Milano. |