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Valzer con Bashir
di Ari Folman (animazione)
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L'Unità, 9 gennaio 2009
Ballando sotto la pioggia (di proiettili)
Forse il popolo israeliano vive una sorta di trance collettivo che lo scollega dalla realtà, una specie di paravento per schermarsi dalla violenza (subita e inferta). Perché guardando l’ipnotico Valzer con Bashir tutti i personaggi mostrano una naturale repulsione ad analizzare la realtà così come è stata, vivono una disconnessione dai fatti: nel docu-cartoon di Ali Folman - candidato all’Oscar per Israele, già passato a Cannes, uno dei migliori titoli di stagione - lo stesso regista intraprende un percorso psicanalitico per dissotterrare i ricordi di se stesso recluta 17nne durante la campagna in Libano dell’82. Allora come oggi Israele voleva “bonificare” 40 km al confine per evitare il lancio di razzi. Gomito a gomito nel carro armato giovani compagni con macchine fotografiche e fucili imbracciati come chitarre a mimare spettacolari suonate di air-guitar. Bastava poco – una pausa dei combattimenti vicino al mare, la visione conciliante dei morbidi paesaggi libanesi (che di lì a poco bisognava devastare) per mandare in trance la pattuglia, librarla lontano dalla guerra, facendo rifugiare quei ragazzini armati in luoghi della memoria più rassicuranti.
Abbiamo detto docu-cartoon perché questa storia potente, evocativa e spiazzante nasce da interviste filmate dal vero e poi fatte ridisegnare e animare da un team della Bridgit Folman Film Gang. Ari Folman parte dalle confidenze di un amico, una recluta di allora (l’incubo ricorrente dei cani rabbiosi che aveva ucciso perché non facessero da campanello d’allarme) per raggiungere i protagonisti (vivi) del suo battaglione. Le risposte alle sue domande su quei giorni sono spiazzanti: c’è chi voleva partire al fronte per rimarcare una mascolinità afflosciata e chi non aveva idea di che cosa si trattasse, addirittura il famoso giornalista Ron Ben Yisashi racconta il suo avanzare sotto la pioggia di proiettili di Beirut con noncuranza mentre la gente era affacciata alle finestre come fosse lo spettacolo della fine del mondo. Naturalmente quello che viaggiava di più con la mente era lo stesso Folman, ci immaginiamo un rockettaro al fronte, più interessato alla ragazza che lo aveva lasciato e al nuovo gruppo di Johnny Rotten (tornato Lidon), i P.I.L. di “This is not a love song”, che non agli attacchi che subivano e al loro sparare ossessivo, autistico a tutto quello che si muoveva o meno intorno a loro.
Il film si chiude con 15 secondi di immagini reali della strage di Sabra e Shatila, 3mila morti palestinesi nei due campi profughi di Beirut come tremenda rappresaglia dei falangisti cristiani libanesi. Il Paese che gli israeliani attaccarono infatti era in guerra civile continua e dopo l’uccisione del capo carismatico cristiano, Gemayle Bashir, da poco eletto Presidente della Repubblica e ben visto anche dai vertici israeliani, a Beirut si scatenarono le faide. Furono due giorni di crudeltà inaudita. Ma che c’entra Israele? Sebbene sia documentato che non partecipò materialmente alla strage, è poco chiaro se il governo di Tel Aviv e i suoi vertici militari (Ministro della Difesa era Ariel Sharon) sapevano e fecero finta di niente. Pensate alla irrealtà di una situazione del genere, ben racconta da Folman: una strage nella strage, quei giovani spaesati per le strade della città travolti dal fiume nero delle donne palestinesi ululanti che piangono i morti della “loro” battaglia. L’autobiografismo in questo caso serve a mantenere le distanze: il “cinema del reduce”, del copioso filone che annovera Il cacciatore di Cimino come Apocalypse now di Coppola, serve a Folman per mostrare lo sbandamento del singolo mentre chi comanda gioca a scacchi con le vite umane. Sarà un amaro viatico e sempre attuale per parlare del Medio Oriente, ma il viaggio lisergico di questo cartoon vi resterà attaccato addosso.
Pasquale Colizzi
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L'Espresso, 15 gennaio 2009
Massacro animato
Bashir era Bashir Gemayel, presidente del Libano. Venne ucciso nel settembre 1982. Poco dopo, per vendicare la sua morte, milizie libanesi cristiano-maronite entrarono nei campi dei profughi palestinesi di Sabra e Shatila e per 72 ore massacrarono sistematicamente donne, vecchi, uomini, bambini. Forse 3 mila esseri umani, la strage più estesa e terribile degli ultimi cinquant'anni: ma le cifre sono incerte, insicure. La sorveglianza dei campi profughi era affidata ai militari israeliani. Non intervennero, e per questo si è continuato a pensare che fossero loro gli autori diretti del massacro.
Tra quei soldati israeliani c'era un ragazzo di diciannove anni, Ari Folman, regista di 'Valzer con Bashir'. La rimozione dell'accaduto fu in lui così profonda da non fargli ricordare nulla, quando decise di scrivere il film appena premiato con il Golden Globe, e che è dunque un viaggio di recupero della memoria attraverso testimoni d'epoca, un percorso psicoanalitico personale, un documentario su non-viventi, una assemblea di fantasmi. È anche un film di animazione, perché con molta sensibilità il regista ha voluto evitare gli attori. I personaggi tragici sono affidati ai disegni di David Polonski (raccolti in un volume Rizzoli) e alla computer graphica: un cartone animato politico. Infinitamente doloroso, sincero.
Momenti alti del ricordo: l'incubo di una muta di cani rabbiosi che inseguono per azzannarlo il protagonista che era stato costretto a uccidere ventisei cani per impedire loro di dare allarmi abbaiando nella notte; il sogno del protagonista di uscire nudo dal mare davanti a una spiaggia di Beirut popolata di cadaveri; le poche immagini vere riprese dopo il massacro. E la somiglianza troppo fedele, troppo sanguinosa, con la guerra che adesso devasta la striscia di Gaza.
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 16 gennaio 2009
Cartoon liberatorio tra realtà e inconscio
«Promosso» dall' agghiacciante attualità di oggi a Gaza, il bellissimo film autobiografico animato dell' israeliano Ari Folman si e ci chiede come quando e perché abbia potuto rimuovere il massacro di Sabra e Shatila, opera delle milizie falangiste, Libano 1982. L' animazione, dice l' autore, opera al confine tra la realtà e l' inconscio e questo Valzer che farà man bassa di premi ne è la prova. Inizio strepitoso con la corsa dei cani furiosi, magnifici paesaggi rock da Apocalypse now, luci misteriose della coscienza sui soldati che escono dall' acqua nell' incubo ricorrente che fa soffrire l' autore. Film liberatorio, prova che col disegno (sono usate animazione e computer graphic) si può affrontare qualunque argomento e farlo travolgente e vero con quel plus valore di fantasia, dono del disegnatore Polonsky, che rende il film un ripensamento storico sulla Responsabilità.
voto 8,5
Maurizio Porro
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Corriere della Sera, 9 gennaio 2009
Sabra e Chatila in un drammatico cartoon Folman colpisce al cuore, oltre il pacifismo
Sono così tragicamente simili le immagini dei corpi straziati dei bambini tra le macerie del quartiere di Zeitun, a Gaza, dopo i bombardamenti israeliani apparse sui giornali di tutto il mondo in questi giorni e quelle che, nel film Valzer con Bashir, il giornalista Ben-Yishai ricorda di aver visto nel campo profughi di Sabra e Chatila dopo il massacro del 1982 («D' un tratto scorsi una manina, la mano di un bimbo o di una bimba, che spuntava dalle macerie. Guardai meglio e vidi dei riccioli, una testa ricciuta, coperta di polvere. Una mano e una testa... Mia figlia aveva circa la stessa età di quella ragazzina e i capelli ricci...».) che il rischio è quello di considerare il film di Ari Folman «solo» come un disperato grido contro la guerra e la violenza. E invece il film, presentato all' ultimo festival di Cannes e candidato da Israele agli Oscar come miglior film straniero, è molto di più di un «film pacifista»: perché si interroga, e ci interroga, sulle «amnesie» che cancellano ogni volta l' orrore della violenza e spingono a riutilizzarla anche se ne dovremmo conoscere la sua inutilità. E perché, utilizzando i disegni invece delle riprese dal vero, si interroga anche sull' usura delle immagini e sul modo migliore di entrare in comunicazione con lo spettatore. Il tema centrale del film, infatti, è l' amnesia di cui si rende conto il regista dopo le confessioni di un amico sugli incubi che lo perseguitano e che risalgono con evidenza al suo servizio militare e alle azioni di guerra in cui fu coinvolto. Folman, invece, pur avendo partecipato alla prima guerra del Libano, nel 1982, sembra non avere nessun ricordo di quel periodo, se non uno strano sogno a occhi aperti di cui non capisce bene il senso (lui con altri due amici che fa il bagno nel mare di fronte a Beirut in una notte illuminata dai razzi al fosforo). E così il film diventa la personalissima inchiesta che Ari Folman compie interrogando ex commilitoni, amici, giornalisti, responsabili militari e psicoanalisti per riempire un vuoto di memoria. Ognuno porta la sua piccola parte di verità, chi ricordando la propria esperienza di soldato alle prime armi di fronte alla morte e alla paura, chi recuperando il ricordo di azioni di guerra più o meno sanguinarie e tragiche, chi spiegando gli strani scherzi che fa la psiche «dissociando» i fatti e «decidendo» quelli che vanno immagazzinati nella memoria e quelli che invece vanno «cancellati» e chi, infine, collegando quello che è avvenuto nei campi profughi libanesi con il «vissuto» di altri campi, quelli di concentramento con cui gli ebrei hanno una tragica familiarità. Usando la libertà che gli concede il percorso mai lineare della memoria e del ricordo, Folman porta lo spettatore a mettere in rapporto le paure di una giovane recluta con le sue fantasie erotiche, gli incubi dei reduci con i ricordi dei testimoni, il fascino della razionalità con l' angoscia del dubbio in un viaggio tra passato e presente che è anche un percorso di conoscenza dentro se stesso. Che probabilmente non sarebbe stato possibile (o almeno non avrebbe avuto lo stesso fascino e la stessa bellezza) senza l' ausilio delle illustrazioni di David Polonski. Perché Folman il suo girovagare nella memoria tra ex soldati l' aveva filmato e a partire da lì era nata l' idea non del «solito» reportage su un fatto storico, ma di un film che mescolasse verità e invenzione (dei nove personaggi «intervistati», sette sono veri e due inventati) dove tutto si «piegasse» alle leggi dell' illustrazioni e della grafic novel (e infatti Valzer con Bashir è anche un romanzo a disegni, pubblicato in Italia da Rizzoli/Lizard). Ma dove la forza evocativa della matita assolvesse anche a un altro compito: colpire l' immaginazione dello spettatore con una forza diversa dall' abusato «realismo» del reportage cine-televisivo, sempre in bilico tra retorica e sciatteria. La forza di sintesi del disegno, la possibilità che ha di cancellare per un momento la condanna al naturalismo insita nel cinema di finzione per mettere in evidenza contrasti di luce e di forme o per liberare tutte le possibilità della fantasia (oltre naturalmente alla bravura indubbia di Folman e Polonski) sanno dare al film la forza di un percorso che entra nella coscienza dell' uomo. E che non può non concludersi con la presa di coscienza della propria «responsabilità» e del proprio «coinvolgimento» nel massacro di Sabra e Chatila. Responsabilità e coinvolgimento non diretti (l' esercito israeliano di fatto lasciò mano libera alle truppe falangiste libanesi che compirono materialmente il massacro) ma non per questo non meno veri. Che la «memoria» a volte vuole cancellare e che invece la «ragione» deve sforzarsi di non dimenticare mai (e infatti per gli ultimi secondi il disegno lascia il posto alla realtà). Per non trovarsi ancora a fare i conti con la violenza e la guerra. Come tragicamente succede oggi a Gaza.
Paolo Mereghetti
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La Stampa, 9 gennaio 2009
Una storia di guerra che rivive a Gaza
Della sua esperienza di militare diciottenne in Libano nel 1982, l'israeliano Ari Folman scopre di rammentare solo una desolata immagine notturna. Su quanto vissuto prima e dopo in quei terribili giorni di guerra, vuoto totale. Possibile? Per ritrovare la memoria perduta, il regista inizia a indagare sui ricordi di alcuni commilitoni: uno scavo che diventa una seduta di autoanalisi lunga quattro anni; e di pari passo si traduce in un film d'animazione, Valzer con Bashir, basato su storie e personaggi veri sublimati nei lividi disegni di David Polonsky. Il punto di arrivo è il massacro dei profughi palestinesi di Sabra e Shatila: circa 3000 civili trucidati dai falangisti cristiani per vendicare l'assassinio del loro leader Bashir, mentre l'esercito di Shalom, pur non responsabile dell'eccidio, stava a guardare.
Gaza rischia di rendere attuale un film che, rievocando uno dei capitoli di questa guerra infinita, della guerra parla come di un'inutile strage. Tuttavia il valore di Valzer di Bashir consiste, oltre che nella densa forza emozionale e nella suggestione grafica, nella capacità di approdare alla realtà sul filo di un risveglio di memoria che si fa risveglio di coscienza.
Alessandra Levantesi
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Il Giornale, 9 gennaio 2009
Lezione di cinema e vita con «Bashir»
Solo un israeliano poteva fare Valzer con Bashir, onde il rimosso tornasse con la stessa forza della rimozione in un 2008-2009 così simile a Gaza al 1982 del Libano. Bashir era il giovane Gemayel, capo della Falange, movimento estremista cristiano-maronita legato alle truppe israeliane occupanti. Bashir fu ucciso, i falangisti fornirono allora la manovalanza della strage di palestinesi. Ari Folman, regista di questo cartone animato per adulti, che è stato al Festival di Cannes e ora è candidato all'Oscar, evoca quell'atroce frammento di sua gioventù - segnata da quel crimine fino all'amnesia - in una lezione di cinema. E di dignità.
Voto 8
MC
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