Vado per vedove
di Giuseppe Marotta
Corriere Lombardo, 28 aprile 1962
Giuseppe Marotta, presente ieri sera sul palcoscenico dell’Odeon in compagnia del fedele Belisario Randone, al quale deve, penso, di vincere la sua pigrizia partenopea e di darci, ogni anno, una commedia che ci riconcilia col teatro, ha voluto definire il suo nuovo copione “farsa all’italiana”. È una modestia a dir poco sprecata. Si tratta di una commedia che non bara, con un tanto di onestamente tradizionale che rassicura, che procede di invenzione in invenzione e corre, portata via da un dialogo della fantasia umoristica fluente; straricca di immagini impreviste, estrosamente barocche, mai fini a sé stesse, irradiante quell’espansivo calore umano che è la inconfondibile caratteristica dello scrittore, anche quando e dove la realtà esce dalla sua penna maggiormente deformata in senso grottesco.
(Il discorso di Marotta, sia detto fra parentesi, m’ha sempre fatto venire in mente l’arte figurativa partenopea del Seicento, con la sua ridondanza di volute, i suoi densi ed invadenti spessori carnali, la sua iperbolica e non per questo meno arguta e precisa efflorescenza di notazioni realistiche).
Soltanto, è una commedia comica, lealmente, francamente, salacemente, esclusivamente comica, dove gli atti sono atti, le scene sono scene, i personaggi sono personaggi, i fatti sono fatti, le battute arrivano dritte al bersaglio senza mancare un colpo e i punti e le virgole stanno al posto giusto. E questo, per certa gente che considera il riso a teatro come un’onta e commisura l’importanza dei copioni in proporzione alle sofferenze meningee provocate nello spettatore dalle oscurità di un problematismo sistematico e volontaristico, crocefisso sull’artificiosità di un linguaggio che riterrebbe un’offesa mortale la chiarezza e la discorsività, questo è una grave colpa. (Poi uno va a rileggersi Molière, Goldoni, Shaw e capisce cos’è il teatro comico).
È un luogo comune che la genialità dei napoletani pungolata dal bisogno – l’antica fame di Pulcinella! – è capace di escogitare i mestieri più incredibili e paradossali. Altrove sarebbero un’assurdità, per non dire una follia, nell’arco del golfo stregato sono la cosa più savia e naturale del mondo. Prendete, esempio, Eduardo Palumbo. Egli si è fatto una posizione, anche moralmente parlando, con la coltivazione delle vedove. La commedia si intitola, appunto, Vado per vedove.
I suoi ferri del mestiere sono gli annunci mortuari. È lì che, con l’occhio infallibile di una sicura esperienza, egli sceglie la sua merce. La classifica, la selezione, la valuta. Non basta leggere “La vedova inconsolabile”; deve essere anche priva di parenti collaterali della buonanima, disporre di mezzi sufficientemente comodi; soprattutto, non aver superato una certa età; essere, cioè, ancora nella stagione in cui può essere consolata senza che ciò comporti un eccessivo sforzo da parte del consolatore, poiché, dai venti agli ottant’anni, tutte le vedove per quanto personalmente le concerne, sono consolabili.
Don Eduardo ha i suoi collaboratori, i suoi agenti, i suoi informatori. Individuata la preda, si presenta. La sua opera si svolge in due direzioni. Una, sollevarla dai tristi ricordi facendosi regalare, con la scusa di far della beneficenza, il guardaroba del defunto, subito immesso nel redditizio commercio dell’usato; l’altra, più delicata, riservata e consistente: mercé finte sedute spiritiche, far credere di accogliere nel proprio terrestre involucro carnale, lo spirito ultraterreno del trapassato e consentirgli, mercé questo veicolo puramente strumentale, di ottemperare, di tanto in tanto, ai doveri coniugali esercitati in vita. Don Eduardo è anche un bell’uomo ed è incredibile la fiducia che le vedove mostrano per lo spiritismo. Se il loro benefattore non distribuisse le proprie energie con oculata parsimonia ed esemplare senso di giustizia distributiva, rischierebbe di rimetterci la pelle. Il suo lavoro e il suo successo si sviluppano talmente che egli pensa di allevare degli alunni e aprire delle succursali a Roma, a Milano, a Genova e anche a Torino.
I guai cominciano il giorno che perde la testa e si lascia persuadere a sposare una vedovella più vogliosa e intraprendente delle altre. Dovendo agire in proprio, non più per interposta persona, in presa diretta, per così dire, succede un guasto al meccanismo, reso, per giunta, irreparabile dal fondato sospetto che la consorte abbia spedito all’altro mondo il precedente marito per scarso rendimento. Buon per lui che c’è un suo giovane inesauribile ed imprudente collaboratore pronto a rilevarla e il matrimonio può venir sciolto per non essere stato canonicamente consumato. Tornato libero, sintonizzato com’è sulle vedove, don Eduardo si rimette a funzionare col rendimento e la brillantezza di un motore rimesso a nuovo.
La commedia lievita e vive in un crescendo che – cosa rara – fa del terzo atto il migliore di tutti, frequentato com’è da una folla variopinta e volubile di personaggi, ognuno pittorescamente individuato. Essa manifesta nel coro delle vedove, tutte diverse l’una dall’altra, un gusto della variazione dal cui contrappunto si generano momenti di comicità irresistibile tanto più originali e scattanti quanto più popolarescamente ispirati ai lazzi dell’improvvisazione.
Ieri sera il divertimento, le risate, gli applausi non si sono contati. Ne ha raccolto per tutti Nino Taranto con una comicità asciutta, nervosa, ammiccante, piena di piccanti sottintesi, alla quale si sono accordati, con più o meno controllo, il buffissimo Girard, la procace Luisa Conte, l’arguto Carlo Taranto, la lepida Vittoria Crispo, il Veglia, l’Artesi; la Mascetti e la Prencipe, giovani vedove allegre, notevoli soprattutto per l’abbondanza degli attributi ormonici che fanno fin troppo intuire le ragioni del decesso dei loro stagionati consorti. Regia di Lionello De Felice, facile e un po’ grossa ma farsescamente efficace. |