Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
             

OSTAGGIO (UN)
di Brendan Behan
al Teatro Manzoni
regia di Giorgio De Lullo
scene Pierluigi Pizzi
con Romolo Valli, Elsa Albani, Gino Pernice, Alfredo Bianchini, Guido Marchi, Annamaria Guarnieri
LA NOTTE 10/03/62

A qualsiasi tempo, a qualsiasi temperamento, a qualsiasi corrente appartenga, evasivo oppure “impegnato”, nessun altro repertorio come il repertorio irlandese, entro l’intero arco fra Synge e Shaw, mostra altrettanta costanza e coerenza di estro, di tono e di atteggiamento. Chi, per esempio, ha assistito alla recente trasmissione televisiva del vecchio Furfantello dell’ovest e poi alla provocante commedia rappresentata egregiamente, ieri sera, al Manzoni, dalla compagnia dei perpetui giovani, può rendersene conto. Ecco veramente quello che si dice un autentico teatro nazionale, se non anche nazionalistico, specchio d’un popolo che ha modellato – arte e vita – la sua più vistosa fisionomia in funzione unicamente della sua fanatica polemica anglofoba, due culture, due civiltà, due costumi nemici inconciliabili, rimasti tali anche dopo il conseguimento dell’indipendenza. Il giorno che un irlandese cessasse di odiare l’Inghilterra cesserebbe di essere un irlandese; diventerebbe un inglese e si metterebbe a disprezzare l’Irlanda.
L’eccentrico tenore del momento ha nome Brendan Behan e la sua bella commedia ha per titolo Un ostaggio. Siamo, tanto per non smentirci, in piena lotta fra ribelli dell’armata repubblicana clandestina e rappresentanti dello Stato occupante; ancora una volta Dublino contro Londra. Non più però che in termini atti a suscitare un conflitto per così dire fantastico, poiché la commedia è tutto fuorché il realistico quadro di una lotta per l’indipendenza con precisi riferimenti storici e un retorico grido di dolore di nazionalismo oppresso. Anzi, sotto certi aspetti, è il contrario di tutto questo: anacronistico, antierpoco, antirazzista, pacifista, anticlericale, antifascista e mica poco anarchico.
Da parte inglese, siamo alla vigilia dell’impiccagione di un giovane patriota. Da parte gaelica, fanno prigioniero un soldato di S.M. britannica e lo tengono come ostaggio. Se quelli impiccheranno l’irlandese, questi fucileranno l’inglese, testardi gli uni e testardi gli altri. Semplice  e naturale; è la regola del gioco, l’unica differenza consiste nel modo di far fuori un innocente che, da una parte come dall’altra, non ha né colpa né peccato di quel che succede e chiederebbe soltanto di vivere una vita oscura e tranquilla. Ma come si fa, in tempi, per giunta, di bombe atomiche! “La bomba atomica – dice uno – mi rende nervoso. È una bomba così grande che mi mette paura anche di quelle piccole”. La morale della commedia è, in fondo, tutta qui.
Il gusto della storia consiste nella sfasatura di tono fra l’angosciosa drammaticità della situazione e l’umorismo parodistico, fitto di fendenti sarcastici, del discorso intessuto dai tipi più eccentrici e singolari, una sorta di macchiettismo favoloso, dedotto dalla deformazione impietosa della locale realtà etnica, che mescola disinvoltamente prostitute, rappresentanti del terzo sesso, vecchi soldati della causa di liberazione ormai imbalorditi, patrioti deliranti fuori dal mondo, e giovani combattenti fanatici in servizio attivo, senza cervello, tutto un mondo stravolto che si dà convegno in una taverna poco rispettabile, gestita da un reduce mitomane, dove si dimostra come l’ideale nazionalistico possa benissimo coabitare in un postribolo.
Si aspetta la mattina. I custodi fanno coraggio all’ostaggio, del quale, uomo a uomo, diventano subito amicissimi, rassicurandolo sulla sua sorte e quasi finiscono col credere alle loro stesse parole. Avviene anche di più: un repentino idillio fra il soldatino e una servetta, simboli, se si vuole, di una possibile intesa impossibile fra un’Inghilterra democratica e pacifica e un’Irlanda sincera e generosa, capaci di colmare il secolare abisso che le divide, in umana concordia. Si beve, si canta e si spera. Tutto da credere che prevarrà il buonsenso, il buoncuore e, perché no? il buonumore. Hai voglia. E dove mettete l’irrisione del caso? Che guerriglia sarebbe senza nemmeno una sparatoria? Quando la sparatoria finisce, l’unico rimasto a terra, stecchito, è il povero militare. Una pallottola volante s’era incaricata di sistemarlo.
L’autore è considerato il più cospicuo degli “arrabbiati” inglesi del momento. Ma quale arrabbiato? Arrabbiato come tutti i commediografi irlandesi, col loro ramo di filosofica follia, coi loro umori stravaganti, col loro graffiante anticonformismo che non risparmia, per primi, i propri connazionali, col loro strampalato lirismo che prende a schiaffi ciò che accarezza, col loro linguaggio capricciosamente immaginoso, arruffato da risvolti imprevisti a cui la stilizzazione del folclore concorre non meno della satira dell’ambiente, e il particolare volgarmente e farsescamente concreto procede a braccetto della provocante significazione simbolistica.
La commedia sarà irritante, avrà dei vuoti, risentirà di una traduzione inevitabilmente impedita a restituire l’icastica acredine dell’argot dell’originale, abuserà di canzoni, cori e couplets – del resto gradevoli e spiritosi, adattati dallo stesso autore su vecchi motivi popolari irlandesi – ma è innegabilmente geniale, come di primissimo ordine è lo spettacolo; ed ha avuto torto quella minoranza del pubblico che ha dissentito, incerto,  forse, se si trattasse di una imitazione di Brecht, oppure di una presa in giro dello stesso, mentre non è né l’una cosa né l’altra. Giorgio De Lullo, soccorso dalla scenografia e dai costumi di un acceso estro inventivo,  dovuti a Pierluigi Pizzi, ha colto tutto il piglio irridente del copione, distribuendolo in un discorso registico ricchissimo di sorprese, sotteso fra perentori ardimenti e furbissime cautele, dove hanno fatto spicco le autentiche invenzioni interpretative di Romolo Valli, Elsa Albani, Gino Pernice e Alfredo Bianchini, tutte  di una non comune originalità umoristica. Né da meno, su altro piano, sono stati Guido Marchi e Annamaria Guarnieri, intorno ai quali il De Ceresa, la Nogara, il Bonora, il Barlotti e i molti altri hanno agito da ottimi gregari. Qualche taglio in più e qualche cantatina in meno e il pieno successo dovrebbe essere assicurato e peggio per chi non ci sta.

   
© Sipario 2011