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Mondo sconosciuto (Un)
di Henry Denker
Radiocorriere, 23 settembre 1963

 “Quando una personalità, poco o molto illustre, giunge agli onori della ribalta”, ripeteva un po’ avventatamente un illustre quanto ottimista critico del secolo scorso,” vuol dire che, per essa, si sono aperti i cancelli della storia”. Viste le condizioni in cui è caduto il teatro oggi, bisognerebbe sostituire il termine ribalta con quello di schermo e, magari, a maggior prudenza, aggiungerci anche il microfono e il video e ancora ancora… In poco tempo, a conclusione di uno dei più ardui, combattuti, scoraggiati e denigrati itinerari compiuti da una verità per farsi luce e penetrare nel costume, Sigmund Freud è stato promosso agli onori di tutte e quattro quelle vetrine: teatro, cinema, radio e televisione: una moda. Magra, tardiva soddisfazione e tuttavia confortante se si considera che, per lungo tempo, la scoperta e l’indagine della psicologia dell’inconscio furono considerate poco meno che torbide elucubrazioni di un delirante affetto da sessuomania e, come tali, irrise, condannate e respinte da quasi tutta la scienza ufficiale oltreché dalla polizia razzista: nel ’38, Freud vecchio, malato e già famoso in tutto il mondo, per il solo torto di essere ebreo, dovette abbandonare l’adorata Vienna la cui scuola aveva reso gloriosa, subendo l’umiliazione di farsi pagare il riscatto da una principessa Bonaparte, fedele seguace della sua dottrina. Affetto da cancro, e lo sapeva, esulò prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti dove morì, senza smettere, fino all’ultimo giorno, di approfondire i suoi studi e di difendere le sue scoperte con la semplicità e la serena distanza mentale sole del genio.
È curioso, quest’uomo che scandalizzò mezzo mondo, spezzando, una dopo l’altra, le catene dei tabù, ipocrisie e convenienze sociali; che seppe mettere a nudo, contemplare e descrivere il tumulto irrazionale degli istinti, visse la più normale e limpida delle esistenze, nel più borghese rispetto delle norme sociali e nel più austero e delicato culto delle comuni gioie familiari, distinguendosi, se in qualche cosa si distinse, per l’unicità e la pienezza d’un amore quasi anacronistico che lo legò, fino all’ultimo respiro, alla fanciulla di cui s’era innamorato romanticamente a prima vista, come un eroe di De Musset, ad un ballo, e che divenne sua moglie.
Il protagonista della più drammatica ed inquietante avventura dello spirito fu, insomma, l’uomo meno drammatico e più sereno che immaginar si possa o, quanto meno, tale si impose di essere e risultò. Merito della commedia di Henry Denker, Un mondo sconosciuto, in programma stasera, è l’avere scrupolosamente rispettato tutto ciò, evitando di esercitarsi in invenzioni romanzesche fuori luogo. Ciò che, teatralmente, poteva e può essere difetto di fantasia e di interesse, serve, se non a creare, a far indovinare un fascino fatto di ardimento e di forza d’animo non comune, manifestati in virtù comuni.

L’autore coglie il personaggio nell’amaro momento della forzata partenza da Vienna. Riordinando le sue carte, gli vengono fra le mani gli appunti clinici del “caso” – la paresi isterica alle gambe di una fanciulla – dal quale ebbero origine le prime intuizioni e le prime incerte applicazioni terapeutiche della psicanalisi, che ora rivive nella memoria. Nell’alternativa di miglioramenti e peggioramenti della paziente, nel fallimento del tentativo di giovarle con l’ipnotismo a rischio di vedersi sconfessato dalla facoltà di medicina, nell’ambivalenza del rapporto di attrazione e repulsione che inaspettatamente si istituisce fra malata e medico, nell’aggressiva resistenza, prima, e poi nella tumultuosa esplosione dei ricordi repressi che affiorano dal subcosciente alla coscienza e dal cui sentimento di colpa è scaturita la malattia come autopunizione e come difesa e rifugio, risultano ben puntualizzate, in efficace gradualità scenica, la casualità, le perplessità, le incertezze ed anche lo sgomento di una scoperta a cui, inizialmente, la stessa mente dello scienziato non è preparata. Fino a che davanti alla clamorosa prova della scomparsa della malattia, cessa ogni dubbio: conoscersi è guarire. Certo, di fronte all’ingenuità di un trattamento psicanalitico ridotto all’osso e volgarizzato alla ribalta, per uno psicanalista di stretta osservanza freudiana, c’è da sentirsi rizzare i capelli in testa. Ma anche il teatro ha i suoi diritti e, tutto considerato, la sua utilità.
   
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