Matrimonio tranquillo (Un)
di Ester Mc Cracken
Corriere Lombardo, 22 luglio 1955
Esiste una vecchia, cara, amabile e spiritosa commedia italiana di Giannino Antona Traversi, conte ambrosiano e fecondo commediografo, interprete ufficialmente riconosciuto, ai suoi non lontani eppur già tanto remoti dì della mondanità aristocratica lombarda fine di secolo. Essa è rimasta nel repertorio italiano per trent’anni almeno, e per altrettanti e più ha imperversato nel tenace e misterioso clan delle patrie filodrammatiche, sempre con fortuna costante prima di venir travolta anch’essa dalla guerra. Si intitola I giorni più lieti e descrive con garbata insolenza ed esteriore eleganza il quadro di quelli che dovrebbero appunto essere i più lieti e graditi giorni dei fidanzati e delle loro famiglie: la vigilia, cioè, delle nozze; con tutti gli innumerevoli obblighi sociali le corvées mondane, gli accidenti o gli incidenti, le innumerevoli piccole ma indispensabili cose da fare; le partecipazioni da mandare, i regali da ricevere, le visite da restituire, le formalità da rispettare, le discussioni sul viaggio, i bisticci per la scelta d’un abito e via discorrendo, con tutti gli annessi e connessi risentimenti, malumori, imbarazzi, incertezze repentine, dubbi proditorii, prudenze e viltà dell’ultimo momento a cui vanno soggetti i promessi sposi nelle ore che precedono l’indissolubile sì, col rischio di compromettere il loro buon accordo a forza di violare la discrezione e la intimità del loro amore.
Tale e quale o quasi, soltanto meno aggraziata, ma, in compenso, più movimentata, l’abbiamo riascoltata ieri sera all’Olimpia, responsabile l’Estate della prosa, ambientata in Inghilterra – si vede che tutto il mondo è paese – ad opera della non meglio identificata signora Ester Mc Cracken, sotto il titolo: Un matrimonio tranquillo. E non è nuova neanch’essa, essendo stata, mi si informa, rappresentata fra noi alcuni lustri fa dalla povera e indimenticabile Kiki Palmer.
A ventiquattr’ore dal matrimonio, in casa Royd c’è una confusione paragonabile a quella di un mercato musulmano nelle ore di punta. Sarte che vanno e vengono, fornitori che sfiaccano i campanelli, parenti e ospiti vari che arrivano, una invasione di servizi da tè per sei e di vasi di porcellana finta Sèvres che invadono la casa come la piaga delle cavallette, a dimostrazione della scarsa fantasia degli amici. Zii, zie, fratelli, sorelle, cugini, cognati, ognuno dei quali ha da dire la sua come se la parola d’ordine fosse di far la maggior confusione possibile compatibilmente con la buona educazione ricevuta. È tutta gente un po’ eccentrica e di conseguenza maldestra e inopportuna a cominciare dalla madre di Janet imminente sposina.
Sbattuti in questo caos, esposti alle facezie, alle insinuazioni e alle malizie d’uso in questi casi, quelli che ne vanno di mezzo sono i due protagonisti. Janet, in modo particolare; offesa nel suo segreto pudore con la sensazione che il suo affetto per il mite e miope fidanzato Giorgio venga involgarito dall’intrusione altrui. E si domanda se veramente lo ami e se veramente sia amata. Altrettanto accade a lui, fatte le debite proporzioni con la diversa sensibilità di cui dispone. Serpeggia fra loro un’irritazione suscettibile, un’ombra di rancoroso sospetto: piccoli cascami psicologici coi quali l’autrice imbandisce tutte le salse e le salsette alle quali è capace una donna economa e, per giunta, inglese; di quelle terribili massaie, per intenderci, a cui basta avere in mano un paio di uova ed hanno già in mente duecento maniere di cucinarle. Basta. A un certo punto, dopo le baruffe, fra i due innamorati in repertorio sulla scena da Goldoni in poi, Janet dichiara di non volersi più maritare gettando nella costernazione la famiglia.
Falso allarme, naturalmente. Una simpatica amica di famiglia la quale, essendo romanziera di professione, conosce tutti quelli che abusivamente si chiamano i segreti del cuore femminile, ed ha sulla punta delle dita i ferri del mestiere che consentono a Luciana Peverelli di affrontare senza rossore le duecentomila copie di tiratura, sa ciò che ci vuole: un’ora di solitudine, di intimità fra i due colombi, che, allontanandosi dal clamore isolante degli estranei, permetta loro di ritrovarsi.
E infatti si ritrovano anche troppo. Senza rendersi conto di esagerare, essi consumano addirittura il matrimonio durante la notte che precede la cerimonia. Non s’ha idea dell’effetto benefico che questo in fondo semplice atto fisiologico esercita sulle loro perplesse psicologie. Ora possono affrontare il sacerdote persuasi intus et in cute – è il caso di dirlo – di essere fatti l’uno per l’altro, come noi già sapevamo fin dal principio ma sarebbe stato indelicato avvisarvi.
La commedia è mediocre ma piacevole, è banale ma simpatica, sembra spregiudicata ed è educativa.
Successo cordiale e promessa di numerose repliche.
Fu recitata, sotto la mano pesantuccia ma spicciativa e sagace del regista Lucio Chiavarelli, in modo caricaturalmente disinvolto e colorito: dalla deliziosa signorina Cerliani, da Laura Carli ricca di mutevoli finezze umoristiche, dal sensibile Caldani, dalla arguta e sempre elegante signora Marchiò, dal fantasioso Carlini, dal sacrificato Pierantoni, dalla fataleggiante Edmonda Aldini, dalla abile Rina Centa, dalla lepida Nora Villa; dalla Ramorino, dalla Gentili, dalla Quattrini, dall’Alighiero: tutti bravi, benché ognuno per conto suo; ma anche disciplinatamente concordi nel mettere insieme un’ennesima e sempre spassosa edizione di quelle scombinate e assurde famiglie delle quali gli ottimistici cinematografari americani, con la scusa di aver vinto la guerra, hanno fatto un’arma di vendetta contro i vinti. |