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Giorno perfetto (Un)
Un Giorno perfettodi Ferzan Ozpetek
con Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo
 
Panorama, n. 37 2008

Follia d'amore violenta

Ferzan Ozpetek non è un regista da festival, non è in quei luoghi di sofisticate dispute e sentimenti freddi che il suo cinema può toccare il cuore degli spettatori. Un giorno perfetto è un dolore continuo, tenace, con qualche slabbratura che è lecito segnalare ma che non conta nell'insieme. E l'insieme è una storia comune, da pianerottolo, dentro una città sfatta: l'uomo è violento, la donna è consenziente, poi un giorno si stanca, torna dalla madre, lo abbandona. Lui precipita nella follia d'amore, non può stare lontano da lei né sa ritrovare un po' di grazia, alla fine le ammazza i figli. Entrambi sono vittime della propria ignorante debolezza, uno scorcio di vite difficili, stonate, di quelle che la cronaca registra ogni giorno. Ma sì, certo, l'angelo che passa (Angela Finocchiaro) o gli eccessivi silenzi della testimone Monica Guerritore sono metafore ingenue, però è difficile rimanere insensibili davanti alla prima scena, balzo temporale da una lontana normalità al presente brutale, o alla passione malata, sbagliata, di Antonio, per una volta declinata al maschile. Questa è la vita, che a volte è anche un po' ignorante, sentimentale, idiota, e finisce male. Valerio Mastandrea è pietrificato in quello che crede amore, Isabella Ferrari disegna l'incoscienza ed è bravissima.

Piera Detassis

 
L'Unità, 10 settembre 2008

Colpi rimasti in canna al Lido ma corsa dei critici a ridimensionare a ritroso l'opera del regista turco per questo film su commissione sceneggiato da Petraglia, dallo stesso romanzo di Melania Mazzucco, con interventi di Ozpetek che aggiunge due donne, Angela Finocchiaro, inutile angelo custode e la prof. Monica Guerritore al posto del prof. gay. Isabella Ferrari, separata con figli, torna dalla madre, intimorita dall'ex, uomo della scorta di un politico inguaiato con la giustizia (nel libro vicino a mister B.). Lui la perseguita perché la rivuole insieme alla vecchia vita coniugale. La violenza, ce lo dicono le statistiche e ce lo nascondono i governanti, arriva quasi sempre da familiari e conoscenti.

Affresco italiano medio borghese sotto il cielo della capitale. Quanti ancora in formato fiction tv? Genitori infelici (e figli infelici), politici corrotti, piccole evasioni. La scena clou nel canneto lungo il Tevere è venuta in mente al regista "pensando a Rocco e i suoi fratelli". Ferrari e Mastandrea sono nella parte. Lei calda, mentalmente libera, solare. Lui taciturno, scostante, un rovello che gli si legge in faccia. Tutto il resto (compresa la tutt'al più "simpatica" nonna Sandrelli) è un abbozzo poco efficace. La camera fluttuante, le inquadrature di spalle, il vezzo dell'attrice portafortuna Serra Yilmaz gelataia, testimoniano che Ozpetek ce l'ha messa tutta. Ha provato i soliti ingredienti sommati alle idee poco coraggiose di certo cinema. Sarà un successo ma a cuore freddo.

Pasquale Colizzi

 
Corriere della Sera, 12 settembre 2008

Ozpetek, un dramma con troppi contorni

Ozpetek nel suo primo film su commissione tiene in pugno la materia incandescente del romanzo della Mazzucco su un dramma della gelosia che finisce con la morte di due innocenti (versione nazional pop di Steiner, Dolce vita) anche per la bravura di Isabella Ferrari e Mastandrea, che vengono però poi lasciati in disparte. In questa Roma triste e ribollente di contraddizioni, i personaggi di contorno sono stereotipati (politico-amante-figlio) o inutili (la brava Finocchiaro tipo Angel in America). Ferzan alleva talenti nell'harem: la Sandrelli la si osserva sempre con amore (è Adriana, «Io la conoscevo bene»…) e la Guerritore torna al cinema con sguardo prensile. Ma c'è qualche punto di sutura melò che non funziona contro alcuni brani ispirati come il piano sequenza iniziale notturno e il minuto di silenzio che scende dopo la violenza al canneto. Ma il poster di quale film è?

VOTO: 6,5

Maurizio Porro

 
Avvenire, 31 agosto 2008

Ma a Ozpetek sfuggono le anime

Come ogni straniero finito nella capitale italiana il regista di origine turca Ferzan Ozpetek è innamorato di alcuni luoghi di Roma: via Giulia nel silenzio della notte, i lungoteveri pieni di canneti dove può succedere di tutto e le scalinate che salgono in alto in alto e potrebbero finire in cielo, le strade prossime a Campo de'Fiori, l'ospedale dell'Isola Tiberina. E descrive questi luoghi con una partecipazione che potrebbe definirsi desichiana (vedi Ladri di biciclette). Più oscure devono sembrargli la psicologia, le ansie e le paure dei suoi 'nuovi' abitanti, borghesi dalle esistenze mediocri che talvolta esplodono in clamorosi fatti di sangue di cui un vicino di casa neppure può accorgersi. Eccoli, mentre la città è scossa da un diluvio, che dormono nei loro letti in abitazioni molto comuni. Senza dubbio, come mostra la sua precedente attività (da Le fate ignoranti a Saturno contro), Ozpetek conosce benissimo i segreti della cinepresa. Magari, a volte, è impacciato nell'intendere l'indole delle figure narrative che non sempre capisce del tutto. Gli va bene Stefania Sandrelli, nel ruolo di chiromante e di nonna, che costruisce per il nipote un aquilone che, nei cieli di Roma, non volerà mai ma che, nella sua immaginazione, è un passaggio obbligato per diventare adulti. Un passaggio che non tutti riescono a compiere come Antonio, che pur avendo due figli, si è separato dalla moglie Emma. Antonio è un uomo insicuro e depresso, da tempo inutilmente in cura presso uno psicanalista. Non cerca i figli. Un giorno, dopo aver parlato a lungo con la moglie ed essersi sfogato con lei (al punto da violentarla nel canneto) li sequestra, li porta con sé, in trattoria e a casa e, alla fine, disperato li uccide. La moglie, intanto, reduce da un devastante licenziamento, incontra l'insegnante della giovane figlia che nei temi scriveva di sentirsi come in Siberia, una terra devastata dal freddo. Il dialogo tra le due donne, che mai si erano conosciute, si fa caldo, si apre alle confidenze… In Un giorno perfetto Ozpetek non lavora, come era uso fare fin qui, su materiali propri, su ambienti che ben conosce. Sulla traccia di un romanzo della Mazzucco si spinge in una sorta di terreno sconosciuto e, dopo essersi a lungo soffermato con simpatia sui due figli della coppia in crisi (molto bravo il piccolo Gabriele Paolino) a un certo punto narra di un celebre avvocato alle prese con un onorevole implicato in un caso di corruzione. Forse per questa 'lontananza' i personaggi del film, pur interpretati con partecipazione da ben scelti attori, non rendono al loro meglio. Sono poveri di 'spessore'.

Francesco Bolzoni

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