Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Gioco da ragazze (Un)
Gioco da ragazze (Un)di Matteo Rovere
con Chiara Chiti, Filippo Nigro (Italia, 2008)
 
Il Mattino, 8 novembre 2008

Droga, sesso e ragazzacce in formato spot

Ragazzacce forever. Il progetto di Matteo Rovere (tratto dal romanzo di Andrea Cotti) non sarebbe male, perché basato sul tentativo di sbaragliare le melense eroine del filone Federico Moccia. Qui seguiamo le imprese di quattro diciassettenni belle, magre, ricche e proterve, annoiate allieve di un liceo privato e disinteressate a qualsiasi cosa che non si relazioni con droga, sesso & shopping: la capobranco è Elena, che esercita un forte ascendente sulle altre pseudo-Paris Hilton. L'arrivo di un nuovo professore idealista e ingenuo - che vorrebbe adirittura educare gli alunni con le buone letture - viene subito preso come occasione per un gioco seduttivo, destinato a provocare solo danni. Rispetto al recente e abominevole «Albakiara» (versante proletario dello stesso spunto sociologico), «Un gioco da ragazze» reggerebbe anche la botta, perché - checché ne pensino i benpensanti e gli impegnati - il bullismo femminile esiste in alto e in basso della piramide giovanile ed è degno di attenzione. Quello che abbassa il livello del film è, però, la confezione, troppo superficiale, spottistica, ammiccante: vada pure per gli identikit delle protagoniste, bene tratteggiati dall'inedito quartetto Chiti-Noferini-Caselli-Paoli e per il finale senza redenzione, ma la regia senza spessore volge il tutto a un sensazionalismo fine a se stesso.

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 7 novembre 2008

Uno sfilacciato pasticcio per ragazze sole

Orecchiando la storia di Un gioco da ragazze potevano nascere molte curiosità. Basta con adolescenti che diventano gelatine al primo incontro, qui siamo in un altro ambito. Quello di cui spesso danno conto le cronache: bullismo. Perdipiù femminile. Il cinema made in Usa ci ha raccontato qualche volta come sono le cattive ragazze di laggiù. Matteo Rovere, giovanissimo, 26 anni, esordiente nel lungo dopo buon tirocinio nei corti, sembrava la persona adatta per dirigere la storia tratta dal romanzo di Andrea Conti. Storia di giovanotte liceali viziate, tra ballo, sballo e shopping, famiglie distratte, scuola come palestra per far vedere chi è più attrezzato per umiliare. Non hanno alcun valore di riferimento, e non vogliono averne. Sono un terzetto con una leader che si fa carico del gruppetto per procedere compatte verso il nulla. Poi arriva un insegnante che vorrebbe insegnare, non solo facendo lezione, ma trasmettendo valori. Beh, un nuovo obiettivo. Anche perché l'omino è fragile, trasferito per problemi nella nuova sede, con moglie a carico e armato di buone intenzioni. Come quelle che lasciava presagire il film. Sulla carta. Poi, però, qualcosa si inceppa, forse la giovane età del regista avrebbe richiesto maggior guida, perché non è sprovvisto di talento, o forse l'intenzione di realizzare qualcosa di forte in contrapposizione ai lucchetti di zucchero ha stravolto tutto. Resta il fatto che la vicenda si smarrisce, complice anche una sceneggiatura sfilacciata, dove il sottotesto non funziona (la richiesta di denaro dell'industriale e i genitori in generale), la seduzione adolescenziale sconfina nel grottesco e la materia da incandescente diventa riscaldata, minestrina. A salvarsi sono le tre ragazze che mostrano una discreta presenza scenica (Chiara Chiti, Desirée Noferini, Nadir Caselli), mentre il personaggio dell'insegnante, interpretato da Filippo Nigro, non arriva alla sufficienza.

Antonello Catacchio

 
Il Giornale, 7 novembre 2008

I vizi di tre ragazze per bene nel gioco agrodolce della vita

Il cattivismo non rende un film interessante, ma lo rende meno molesto di un film buonista. Infatti al cattivismo - di cui fu maestro Dino Risi - non si è più abituati, in quanto la televisione, ormai matrice del cinema, ne diffida.
Un gioco da ragazze di Matteo Rovere, presentato al Festival di Roma, è un esempio di come le cattive intenzioni di cattive adolescenti non bastino però a garantire la qualità: mancano infatti al film le doti professionali che la commedia all'italiana invece aveva. Ma questo è almeno un altro tentativo, dopo Come tu mi vuoi, diretto l'anno scorso da Luca Lucini, di mostrare dove porti il consumismo, se non arginato dall'educazione.
Sono le donne a dare il tono di un popolo. Donne belle e ben vestite non affascinano se all'estetica non uniscono un'etica. E l'Italia abbonda ormai di ragazzine tanto attraenti a bocca chiusa e a gambe scostate - postura tipica sulle copertine dei settimanali femminili (!) - quanto deludenti una volta che aprano bocca. Per quel che dicono? Per come lo dicono: in confronto a loro, le popolane della Magnani e della Loren paiono ormai duchesse pre-rivoluzione francese.
Quindi il romanesco italianizzato delle ragazze di Un gioco da ragazze andrebbe bene, se la loro vicenda avesse uno sfondo geografico e familiare coerente. Invece no. Non siamo in una borgata pasoliniana: siamo in ville dal prato all'inglese, ma che non paiono quelle sulla Appia antica. Infatti il film è stato girato a Lucca, ma se ne fa cenno soltanto in fondo ai titoli di coda, dopo i ringraziamenti di rito agli sponsor. E poi c'è il semplicismo dei caratteri. Perché le adolescenti sono cattive (soprattutto la graziosa capobranco, Chiara Chiti)? Perché i genitori le trascurano? Mistero per un'ora di film, quando una di loro smette d'esser cattiva perché diventa povera, per l'improvviso tracollo finanziario di papà.
È la ricchezza, se ne deduce, che la pervertiva. Deciso a redimerne un'altra, un insegnante (il barbuto Filippo Nigro) non capisce in che guai si mette. Ma non si riesce a patirne per lui. Comunque con Un gioco da ragazze, se non si piange, alle fine si ride: nella polarizzazione dei temperamenti - generoso e ingenuo lui; meschine e sfrontate loro - affiora l'umorismo migliore: quello involontario.

Maurizio Cabona

© Sipario 2011