EQUILIBRIO DELICATO (UN)
di Edward Albee
regia di Franco Zeffirelli
con Rina Morelli, Paolo Stoppa, Diana Torrieri, Fulvia Mammi, Ermes Zacconi
LA NOTTE 25/01/68
L’atteso gran serraglio di Franco Zeffirelli: due tigri reali volteggianti intorno a un leone berbero, presentati allo stato libero, in esercizi di alta acrobazia circense, giunge a Milano mancante di una delle sue superbe fiere. La fulva Sarah Ferrati, ammalatasi seriamente durante le ultime rappresentazioni romane e, solo ora, in via di rimettersi – auguri e a presto – ha dovuto rinunciare al debutto nella città del suo cuore.
È stata, però, validamente sostituita da Diana Torrieri, leoparda in agguato, notoriamente nemmeno lei priva di unghie, oltreché sempre spericolatamente disponibile a codesti rischiosi salvataggi alla garibaldina. Essa è venuta, così, ad affiancarsi a Rina Morelli e a Paolo Stoppa, tappando il buco, pardon!, ricostituendo il trio monstre e rendendo possibili i suoi trascendentali exploits, oplà!
In parole povere, anche i milanesi han potuto finalmente cavarsi la voglia di ascoltare e di applaudire Un equilibrio delicato del reclamizzatissimo Edward Albee. Delicato fin che si vuole, il suo equilibrio, ma accidenti!, anche fin troppo scaltramente predisposto per il successo.
Stingi stringi, tutto l’ardimento di codesto americano di esportazione, nato rabbioso e povero, fuori Broadway e subito riassorbito, addomesticato e arricchito, dentro, non è altro, o poco più, che calcolo organizzato; come lo fu quello di Tennessee Williams. Che malinconia, però, di autori indubbiamente di talento e significativi, il giorno di dover dire: fu. Lo fu in Chi ha paura di Virginia Woolf?, lo è, ora, in Equilibrio delicato, più ambizioso e vasto ma, forse mano riuscito e chiaro, che lo ha riportato al successo mercé quel tanto di condizionamento imposto dalle esigenze di consumo di una clientela mondana, sia pure a rispettabile livello, dopo la serie nera di quattro anni di jella. Alla resa dei conti, l’autentico momento di grazia che gli valse veramente l’ambiguo e pericoloso titolo di autore di avanguardia, oggi più ambito della Legion d’Onore, resta Zoo story, il lungo atto unico col quale esordì.
A costo di far la figura del Bastian contrario, vorrei dire che se ci si mette ad elencare temi, toni, e atteggiamento morale che nutrono un discorso indubbiamente non privo di originalità, a servizio di uno dei tanti drammi dell’incomunicabilità e dell’alienazione – mi vergogno, ormai, perfino a scriverle queste due parole tanto presto logorate – incontriamo, con piacere, sia ben chiaro, delle vecchie conoscenze che ci rassicurano sulla solidità e la robustezza delle radici onde esso si sostiene tanto saldamente. Dove si dimostra che, se non proprio la rivoluzione, si può fare il rivoluzionario anche sparando con vecchie cartucce purché di buona qualità e ben conservate, non conta se di importazione (europea).
Quali sono tali cartucce? Tanto per incominciare, quella che, dai tempi dei tempi, rimane il primo, indispensabile e ineliminabile strumento d’ogni commediografo: e cioè una facoltà dialogica eccezionale, in grado di inserire, nel dato più petulante e rissosamente realistico, insinuazioni e dilatazioni allegoriche, in un volubile ma spontaneo svariare dal comico al serio, dall’umoristico al drammatico e, nei momenti più scoperti, dal tragico al farsesco. È un dono che se, in Albee, ha un difetto è di essere spinto fino all’ostentazione narcisistica.
Questa sorta di olio bollente è in grado di sciogliere qualsiasi sostanza vi venga gettata dentro, cucinandola in una drogata ma appetitosa sofisticazione, anche a costo di mettere a repentaglio la sincerità e la genuinità. Non tanto, però, da non rendere identificabile la buona qualità dei vari ingredienti. A cominciare, checché se ne dica, da una sostanziale impalcatura morale, pur nel sobbollire della più torbida ostentazione di violenza scandalistica con cui viene condotta l’abusata, impietosa autopsia della famiglia americana; e dove, naturalmente, al solito, ci si sbrana a vicenda da belve inferocite, in un mortale, diabolico gioco della verità.
Codesti ingredienti giungono da lontano. Non abbastanza, però, da non rendere riconoscibile il negozio di acquisto. La misoginia di Strindberg e la colpa di Ibsen, per esempio; l’angoscia di Pirandello, l’abulia di Cechov, le sabbie mobili del subcosciente freudiano, a non tener conto del solito composito sperimentalismo di O’ Neill, spinta, anche là dove meno appare avvertibile, di tutto il miglior repertorio contemporaneo americano.
Che significa tutto ciò? Significa ancoraggio a quella che è stata e rimane la via maestra del teatro contemporaneo. Altro che avanguardia! Se Albee guarda in avanti è perché tiene un occhio di dietro. Psicologista e autobiografico, gli si può rimproverare di ignorare le questioni e le ragioni sociali di cui sembra che l’attuale drammaturgia non possa e, forse, realmente, non può fare a meno. Il suo modo è il ceto intellettuale ed economico della media borghesia. Ma, in quell’ambito, bisogna dirlo, si aggira ad occhi chiusi e depone bombe ad ogni angolo, facendo tutt’attorno la terra bruciata.
Con minor rigore e mistero metafisico, compensati da una maggior concretezza e brillantezza teatrale, la commedia ha un po’ l’aria degli apologhi scenici di Eliot. Gliela conferisce una trovata per così dire realisticamente surreale, come, in un certo senso, è tutta la commedia: una coppia di coniugi che, afferrata da un improvviso quanto misterioso raptus di paura, si rifugia in casa del protagonista, loro amico. Basta la loro presenza, con la sua “peste” – l’ibseniano “cadavere nella stiva” – a scatenare l’angoscia assopita in tutti e tenuta a bada come una belva nella famiglia, svelando l’artificiosa insufficienza di un precario equilibrio dei sentimenti e dei rapporti umani che ha consentito, fin’allora, di sopravvivere in un, più o meno, tollerabile inferno.
Alla maestria del gioco di bussolotti dell’autore – triplo salto mortale senza rete – ha corrisposto quella del regista e degli interpreti, tutti; guidati dal terzetto principale, Zeffirelli, al quale si deve anche la singolarità sinistramente allusiva della scena, ha agganciato lo spettacolo all’inquietante ambivalenza di un gioco perverso, sospeso su una vertigine. Non ci son parole atte a descrivere l’amarezza e la desolazione serpeggianti sotto le finezze umoristiche di Rina Morelli come donna fallita ostentatamente rassegnata all’alcoolismo. Non cesserà, dunque, mai di stupirci, questa straordinaria attrice, contro la quale, si è scontrata Diana Torrieri nel delirio razionale di una fredda e compressa passionalità, non meno disperata nella sua accanita volontà di salvare, a forza di rispettabilità, una barca che naufraga. Né meno bravo ed insolito m’è parso Paolo Stoppa per la gradualità del tragico sgomento nel quale, via via, affonda. E, con tutto ciò, i tre non son riusciti a mettere in ombra né la nevrotica frustrazione di Fulvia Mammi, né la drammatica tensione di Ermes Zacconi né la bonomia malinconica del Pagliarini. Ah, c’è, poi, un settimo personaggio che non parla, però ha un partone: l’alcool. Non è ancora il protagonista ma, all’atto prossimo, certo lo diventerà. |