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Cuore Grande (Un)
Un Cuore Grande
di Michael Winterbottom
con Angelina Jolie, Liev Schreiber,
(Usa/GB, 2007)
 
Il Manifesto, 16 novembre 2007
Caso Pearl, la morte in diretta

Al suo terzo film sul Medio Oriente (dopo The World e Road to Guantanamo) Michael Winterbottom porta al cinema la storia di Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal rapito e decapitato in Pakistan nell'inverno 2002. Fonte del suo nuovo lavoro è A Mighty Heart: the Brave Life and Death of My Husband Danny Pearl, scritto dalla vedova del reporter, Mariane.
Nel film, prodotto da Plan B, la casa di produzione di Brad Pitt, Angelina Jolie indossa i panni della signora Pearl (giornalista, buddista, cresciuta in Francia ma di origine afrocubana e olandese) mentre Dan Futterman interpreta suo marito.
La storia di Pearl era già stata raccontata in un documentario prodotto da Hbo, The Journalist and the Jihadi: The Murder of Daniel Pearl, dei pakistani Ahmed A. Jamal e Ramesh Sharma, che ricostruiva non solo le indagini successive alla sparizione del reporter ma anche alcuni tratti della sua vita precedente. Realizzato con grande partecipazione della famiglia, quel documentario includeva lunghe interviste ai genitori e agli amici di Pearl, homemovies, foto di famiglia e la presenza di Mariane.
La luminosa vedova - che è stata attivissima nel coltivare la memoria di suo marito e ammirevolmente lucida quando si è trattato di evitare che la sua morte venisse strumentalizzata dai media o dal governo di Washington - è anche al centro di questa trasposizione fiction che Winterbottom «hollywoodizza» relativamente poco, nonostante la presenza di Jolie.
Con le curve di una donna incinta di sei mesi e una testa piena di riccioli, l'attrice si cala in un'interpretazione tutta interiore, controllatissima - i suoi scoppi di rabbia, di panico o di pianto, ripresi sempre da lontano e quasi mai in presenza di altri. Giornalista come suo marito (lavorava per la Radio pubblica) Mariane era arrivata con Danny a Karachi dopo aver «coperto» i bombardamenti americani in Afghanistan che seguirono gli attentati dell'11 settembre. La città pakistana (ritratta nel film come un luogo immenso, di caos totale, un labirinto di auto e umani di cui è impossibile delineare una mappa e in cui è impossibile districarsi) era l'ultima tappa del loro soggiorno in Asia prima di rientrare in patria per il parto.
Winterbottom mantiene asciuttissimo il preludio: quello che sarà l'ultimo giorno della loro convivenza è un giorno come gli altri. Danny Pearl ha una intervista che vuole fare, a Mubarak Ali Shan Gilani, il leader di un piccolo gruppo di militanti musulmani che avrebbe legami con al Qaeda. Il contatto è avvenuto tramite una serie di intermediari. L'appuntamento, per le sette di sera, è in un ristorante - «se è in un luogo pubblico non dovrebbero esserci problemi» gli dicono tutti coloro cui Danny chiede un'opinione prima di salire sul taxi. «Sarò a casa alle 9», dice alla moglie che ha invitato alcuni amici per una cena cubana.
Da quando Pearl non rientra quella notte, Winterbottom - come Mariane - abbandona raramente la casa, dove si raccolgono poliziotti, diplomatici americani, colleghi e amici. La sua è una storia raccontata al microscopio - le notti insonni, i falsi indizi, le ipotesi, le piste che si intrecciano, come una ragnatela, su un tabellone bianco appeso al muro.

Giulia D'Agnolo Vallan

 
Il Messaggero, 16 novembre 2007
Ben fatto e furbetto insieme, il docu-fiction
di Winterbotton ispirato al dramma di Daniel Pearl

Più vero della finzione. Deve aver pensato Winterbottom. Così ecco il Vanzina del cinema d'autore (12 film negli ultimi 10 anni) tornare alla tecnica molto inglese del docu-fiction che tanto aveva funzionato nell'avvincente Road to Guantanamo per raccontare in A Mighty Heart - Un cuore grande l'odissea di Mariane Pearl, la moglie del giornalista del Wall Street Journal rapito e ucciso in Pakistan nel 2002 dai fondamentalisti islamici. Il film, tratto dall'omonimo libro della vedova Pearl, è vissuto dal punto di vista di una moglie che cerca disperatamente di ritrovare l'uomo che sarà il padre del figlio che porta in grembo. Gli amici, la frustrazione, l'impotenza, i depistaggi, l'immagine volutamente scialba e la grande star hollywoodiana che deve dimostrarci di poter diventare normale. Si era confuso con altrettanta diligenza tra i sofferenti del mondo il suo compagno star Brad Pitt in Babel e ora tocca a lei: Angelina Jolie, il cuore ma anche la testa di questo film ben fatto e furbetto insieme.

(f. alò)

 
La Repubblica, 16 novembre 2007
Il "Cuore grande" di Angelina
moglie coraggio contro i terroristi

Il 23 gennaio 2002 Daniel Pearl, corrispondente dal Pakistan del "Wall Street Journal", è rapito mentre conduce l'inchiesta su un'organizzazione terroristica. Il mondo vedrà via Internet la sua morte, avvenuta secondo il macabro rito della decapitazione. Resta la moglie Mariane, incinta di sei mesi, che scriverà sulla vicenda il libro cui Mighty Heart-Un cuore grande si è ispirato nella ricostruzione dei fatti. Michael Winterbottom era già laureato a pieni voti nel docu-drama, genere cui l'industria cinematografica anglosassone ricorre ormai sempre più spesso quando vuole produrre film "adulti".

Premiato due volte con l'Orso d'oro a Berlino per storie improntate agli scenari della politica contemporanea e del cosiddetto scontro di civiltà ("Cose di questo mondo", "Road to Guantanamo"), questa volta il regista inglese si è dato, però, un compito più difficile: trarre da una storia vera un film concepito nel circuito hollywoodiano, prodotto da una star (Brad Pitt) e interpretato dalla sex-bomb più plastificata del cinema odierno. Ciò non bastando, si trattava di mettere in scena un thriller dalla fine già nota.

Winterbottom ha accettato la scommessa con l'ardimento di quel regista eclettico, capace, intelligente che è. L'ha vinta? Solo in parte. Pur guardandosi dal dilapidare il potenziale emotivo della storia, emblematica della figura del giornalista-martire (Pearl ha anche il coraggio di assumere, nella minaccia incombente, le proprie origini ebraiche), la regia si studia di prendere la giusta distanza tra emozione e osservazione, pudore ed empatia. Lo fa ricorrendo a uno stile para-documentaristico: macchina da presa instabile, immagine "sporcata", ritmo di montaggio ansimante, come a tradurre visivamente la sofferenza di Mariane.

Attraverso la donna, infatti, è focalizzato il dipanarsi degli eventi; mentre la sua casa di Karachi si trasforma in un quartier generale operativo, popolato da poliziotti, specialisti dell'antiterrorismo, giornalisti, dove le notizie s'intrecciano contraddittorie alternando angoscia, speranza, disperazione.

L'opzione della regia a favore del realismo funziona, come funzionano il contrasto fra la casa e le vie della città orientale, ai nostri occhi minacciose e impenetrabili. E funziona anche la Jolie, che disegna un carattere di moglie coraggio convincente oltre le previsioni, malgrado la scelta di moltiplicare le inquadrature "strette" sul suo viso. Mighty Heart, insomma, non sprofonda nelle convenzioni di Hollywood, contrariamente a quel che si poteva temere. La cosa più apprezzabile, anzi, è il modo in cui tiene a una certa "distanza" lo spettatore: ammettendolo nella situazione come un testimone, tollerato sì ma sempre un po' intruso.

Detto questo, non mancano le riserve sul complesso dell'operazione. Risolvendo tutto nel resoconto dell'inchiesta di Mariane, il film lascia da parte il contesto in cui si svolgono gli eventi, con i relativi aspetti politici, culturali e morali. Dove Winterbottom, che ha già provato di essere tutt'altro che un integralista antislamico, avrebbe potuto spendere, meglio di altri, una buona parola.

Roberto Nepoti

 
Il Giornale, 16 novembre 2007
Che "Cuore" la Jolie nel dramma di Pear

Brad Pitt ha prodotto il film - ambientato in Pakistan ma girato in India - di un regista britannico impegnato come Michael Winterbottom: Un cuore grande. Presentato, fuori concorso, al Festival di Cannes, il film è il punto d'incontro fra neodivismo e anti-neocolonialismo e l'ha originato l'autobiografia di Mariane Pearl, vedova di Daniel, giornalista rapito e decapitato in Pakistan nel 2002 come ebreo, come americano e (forse) come agente della Cia. Un buon soggetto che la sceneggiatura di Orloff ha rispettato: così Winterbottom ha potuto compendiare dramma personale, crisi politica locale e internazionale.
Se c'è una donna in angoscia (Mariane Pearl, interpretata da Angelina Jolie) perché il pubblico femminile s'immedesimi, il contesto storico del suo dolore è il vero centro del film. Qui vediamo i servizi segreti pakistani - che devono salvare Pearl da altri pakistani con e per conto dei servizi segreti statunitensi - lacerati quanto si può esserlo: sono infatti composti da agenti che, con e per conto degli statunitensi, avevano sostenuto i talebani afghani quando questi ultimi erano appoggiati da altri integralisti islamici (sauditi, egiziani, algerini, ecc.), fra 1979 e 1988, della guerra contro l'invasore di turno dell'Afghanistan: allora era l'Urss...
Meglio che in Rendition di Gavin Hood, presentato alla Festa di Roma, in Un cuore grande si colgono paradossi e contraddizioni del neocolonialismo americano, privo di un progetto di dominazione geopolitico di lungo respiro come quello del colonialismo britannico. La Jolie è una sobria Mariane, finita per imprudenza del marito in un gioco che, almeno per loro, era vano giocare.

© Sipario 2011