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Bacio romantico (Un)
Un bacio romanticodi Wong Kar-wai
con Norah Jones, Jude Law, David Strathairn, Rachel Weisz, Natalie Portman
 
Il Mattino, 29 marzo 2008
Kar-Wai l'americano finisce on the road

Come spesso accade, la notorietà e i premi hanno prodotto in Wong Kar-Wai una sorta di manierismo e «Un bacio romantico» («My Blueberry Nights»), ideato e girato negli States, sciorina una versione delle sue tematiche in cui la qualità della forma e l'accuratezza delle recitazioni si attorcigliano su se stesse. Elizabeth, interpretata dalla cantante Norah Jones esordiente sullo schermo, ha appena sofferto una rottura sentimentale: in una remota caffetteria di New York intreccia, così, un esitante rapporto di confidenza con Jeremy, il gestore affidato al fascino spettinato di Jude Law. Tempi lenti, dialoghi allusivi e scorci impressionisti colti dalla superba fotografia di Darius Khondji. Poi Elizabeth rompe gli indugi e scompare, intraprendendo un periplo dell'America. Lo stile ipnotico e rapsodico del regista, a questo punto, si concentra sugli incontri "on the road" che dovrebbero contribuire alla rinascita della donna quando tornerà al punto di partenza e alla madeleine proustiana della torta ai mirtilli (blueberry) cucinata da Jeremy; ma anche in questo caso né il poliziotto tormentato David Strathairn, né la moglie Rachel Weisz che lo ha abbandonato e neppure l'estrosa e apparentemente spregiudicata pokerista Natalie Portman (i cui primissimi piani, come sospesi sul segreto dei pensieri, restano la cosa migliore del film) danno l'impressione di accendere la scintilla dell'emozione autentica. Anzi, gli accordi lancinanti di Ry Cooder che si perdono nell'immensità dei paesaggi e nei labirinti delle nuvole rievocano - non solo agli occhi dei cinefili incalliti - la progenitura poetica di «Paris, Texas».

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 28 marzo 2008
Quando il mondo è un paradiso di bugie

Rendere attraverso gesti semplici idee complesse. Sembra libero il linguaggio illusionista del cinema, e invece è così facile disciplinare e asservire le emozioni... Di quale emozione si tratta questa volta? È doloroso essere lasciati. E, nella vasta, infinita America lunga quasi 10 mila chilometri semidesertici, chissà perché essere abbandonati da chi ami pazzamente (sia esso un padre che non vedi più perché ti si è incorporato addosso, o l'uomo che vuole intrappolarti eternamente come sua Regina) è davvero più insostenibile ancora. La banalità del dolore ti acceca. Ci sono meno reti di sicurezza. Sprofondi nel vuoto facilmente. E allora vodka, whisky, il brivido del gioco estremo, la velocità pazza di una fuoriserie che ti sbatterà contro un albero...Davanti a tutto questo inferno arrivano gli anticorpi: il buio, il dark, preferibilmente; la mobilità interiore di un ex maratoneta diventato sedentario barman; la freddezza apparente di una gambler, professionista della telesina; la dolcezza immensa di chi ha trovato il trauma giusto per crescere, allontanandola dal luogo del misfatto e dalle sue chiavi; la scrittura di una lettera che, a differenza della parola, ti abitua al controllo, alla Legge, alla disciplina, soprattutto se provieni dalla cultura dell'ideogramma.... Un metodo per capire se qualcuno mente o dice la verità.
Il regista cinese Wong Kar-wai sa fare la pubblicità, dunque dice magnificamente le bugie, e, proprio come chi mente bene, sa anche prescinderne. E ama riprendere, e in primissimo piano, abbracciante e avvolgente, chi reagisce alla brutta botta, piange, dorme d'alcool, mangia avidamente, e ne protegge, dal minaccioso spazio esterno, e dalle luci abbaglianti, lo sguardo puro e l'impuro incedere. Ma non siamo allo spaccio di narcisismo, allo spot dell'«individualismo celibe». Esercizio anzi di cudeltà e sadismo cinese, insostenibile, per gli attori, spesso deformati. Anche quando si dispone di un cast che ipnotizza per bravura, a cominciare da Natalie Portman, Jude Lowe, David Stathairn e Rachel Weisz. E di due esordienti, ma idoli del sound contemporaneo, che non canteranno mai nel film, come Norah Jones e Chan Marshall-Cat Power (lo fa Otis Redding per loro, Dock of he Bay mai aveva trovato sfondi, trasparenze e neon così convincenti).
Per dire due o tre cose non banali sull'America, il cinese di Hong Kong Wong Kar-wai ha allineato alcuni oggetti e stereotipi della mitologia hollywoodiana. Li ha messi al muro, non li fa muovere. Non c'è mai il Wenders dell'esotismo prensile, nel film. A partire dalla torta di mirtilli di nonna Papera, quel dolce oggetto del benessere tipicamente Usa (proprio come la violenza) e che dà il titolo vero all'opera, My Blueberry Nights (da noi «Un bacio romantico»). E permette all'operatore Darius Khondji alcuni virtuosismi sensuali underground fin dai titoli di coda. E alla protagonista Elizabeth (Norah Jones), lasciata dopo 5 anni dal fidanzato con il cuore a pezzi, di iniziare, con qualche piacevole sensazione, ma ingrassante, il restauro della sua emotività. Una prima pausa dall'incubo è un barman per amico (Jude Law), poi attraversa al buio tutto il paese, dal sud al west, dal Tennessee al Nevada, ammazzandosi di lavoro, triste relitto (come Marilyn in Bus Stop, in fuga da sè), senza accorgersi (abbasso internet) che ha proprio a portata di penna e di labbra l'angelo della sua trasformazione. Poi il poliziotto distrutto dall'alcool e da un altro amore andato in acido (che tirerà fuori la pistola, quando il copione avrà bisogno di un brivido); l'automobile sulla Route 66, che è il simbolo stesso del roadmovie; il poker perdente, fino quasi alla fine della notte, come in un George Stevens (L'unico gico in città); il locale di Manhattan, il Caffè di Jeremy, l'ex maratoneta che si fermò per amore, e fu dimenticato dal lei sul posto, a sottolineare che la spazialità del film è l'interno, si indaga nelle interiorità delle passioni devastanti qui. Più ancora che ai negozietti e ai siparietti di Wayne Wang, lo scrittore Lawrence Block, cui è interamente lasciata la tastiera sentimentale, implicitamente allude a quel certo localino di H. C. Potter anni '40, l'unico posto italo-Usa dove Cagney ritrovava l'intimità. Una rapsodia in blu romantica, nelle fessure del sogno americano, dove si intrufolano alcuni diavoletti. L'America è altro da noi. È ai confini della realtà. Mente troppo.

Roberto Silvestri

 
La Repubblica, 28 marzo 2008
"Un bacio romantico", l'America
con gli occhi di Wong Kar Wai

Mr. Wong Kar Wai goes to America. E ci va portandosi, come bagaglio, le stesse fantasticherie depressive di "In the mood for love" e "2046": lui è così, prendere o lasciare. In Un bacio romantico, abbandonata dall'amico, Elizabeth elabora il lutto viaggiando per le strade americane. Fa la cameriera, mangia torta ai mirtilli, scambia un lungo bacio con Jeremy, disilluso gestore di bar, s'accompagna a una giocatrice d'azzardo, conosce un poliziotto in lutto sentimentale.

A ogni tappa, verifica l'abisso che separa gli esseri umani, l'impossibilità ontologica di sincronizzare i sentimenti, di vivere l'amore senza soffrirne. Per il suo primo film americano, il regista cinese sceglie un genere peculiare della cultura del paese che lo ospita - il road movie, versione malinconica - ma lo usa come contenitore di visioni e domande tratte dal repertorio del suo cinema precedente.

Se rappresenta l'America nelle forme del mito, la avvolge (aiutato dai direttore della fotografia Darius Khondji), nelle luci e nelle immagini ricercate che ne hanno fatto la griffe d'autore. Il cast di star si piega docilmente ai suoi voleri; inclusa la cantante Norah Jones, al debutto nel cinema: un po' maldestra sì, ma nel senso voluto dalla parte.

Roberto Nepoti

 
Il Messaggero, 28 marzo 2008
Quanta panna sulla
torta di Wong Kar-wai

Montagne di gelatina, crepacci di gelato fuso, un paesaggio che sembra un pianeta mentre è solo pastafrolla. Un bacio romantico si apre con le immagini di una torta di mirtilli in primissimo piano, e la battuta è inevitabile. Sarà un caso, ma il primo film Usa di Wong Kar-wai inizia dal dessert. In tutti i sensi, perché My Blueberry Nights è un film bifronte. Un occhio al passato e uno al futuro, la testa in Asia e i piedi in America, un cast zeppo di star e un'andatura sincopata, da film che cerca una forma anziché seguire una formula. E pazienza se non sempre la trova, dopo In the mood for love Wong Kar Wai può fare tutto, perfino ripetersi, purché lo faccia con stile e di stile qui ce n'è fin troppo.
Nessuno oggi ha più gusto di questo cinese nato nel '58 a Shangai e cresciuto nella fibrillante Hong Kong, nessuno meglio di lui incarna il fascino e forse i limiti di un cinema sempre più rarefatto e seducente, fatto di poche cose precise. Pochi personaggi, ambienti chiusi, situazioni che si ripetono a spirale rimbalzando da una storia all'altra.
Nel primo episodio la debuttante di lusso Norah Jones, vulnerabile e convincente, torna e ritorna più volte nel caffè di Jude Law in cerca di un amore perduto. Nel secondo, spostatasi nel Tennessee, assiste allo scontro finale fra un uomo che beve per dimenticare la moglie che lo ha abbandonato ma continua a provocarlo (David Strathairn e Rachel Weisz). Nel terzo, il più maturo e l'unico on the road, siamo in Nevada e Norah Jones incontra un'altra donna, la giocatrice Natalie Portman, pure lei impegnata a ignorare i propri sentimenti, anche se stavolta è un padre l'uomo da cui fugge.
Ma più delle storie, appena abbozzate (anche se al copione ha collaborato il grande giallista Lawrence Block), contano i conflitti che esprimono, sempre gli stessi, e soprattutto le immagini grazie a cui Wong spalanca una porta sui sentimenti dei suoi personaggi: una rissa improvvisa ripresa dalle immagini in bassa definizione di un video di sorveglianza; un bacio rubato sui tavolini del caffè ("la" scena madre del film); due semafori che dondolano appesi ai cavi, dopo un incidente mortale.
C'è un'eco di Paul Auster in questi baristi ostinati e romantici che conservano in un barattolo le chiavi lasciate dagli innamorati delusi sperandoche i loro partner tornino a prendersele. Ma è chiaro che stavolta Wong gioca fuori casa e i vagabondaggi di Norah Jones sono una specie di guida alla scoperta del paese più esplorato del mondo, gli Stati Uniti, che si rivela ancora incredibilmente pieno di cose mai viste.
Anche se con la sua foto magnifica (di Darius Khondji, altra prima volta) e con tutti i suoi virtuosismi di regia, My Blueberry Nights a tratti ricorda non solo i film precedenti di Wong Kar-wai ma i suoi sofisticatissimi spot. Destino paradossale, ma non troppo, per un maestro di stile che rischia di vedersi retrocesso a stilista.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011