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Notte da leoni (Una)
di Todd Phillips
con Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Justin Bertha (Usa, 2009)
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Il Giornale, 19 giugno 2009
Che noiosi quei "leoni" a Las Vegas
Quando un film evoca un recente bidone come Svalvolati on the Rock, conviene dribblarlo. E Una notte da leoni di Todd Philips (in originale The Hangover, il doposbornia) suscita sùbito questo pessimo ricordo. La principale differenza fra i due film è che in Una notte da leoni recitano attori giovani e sconosciuti, anziché maturi reduci. All’origine, anche qui però, c’è un viaggio solo maschile e le relative disavventure; l’aggravante è che i viaggianti si dirigono a Las Vegas, portando frustrazioni e pulsioni di trentenni. Heather Graham mostra il seno, ma nei restanti novantasette minuti altri mostrano… altro.
voto 5
MC
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Il Messaggero, 19 giugno 2009
Tre amici e lo sposo
che scompare
Quattro amiconi e un blackout: cosa è successo quella notte di addio al celibato a Las Vegas? C'è chi ha perso un dente e si è sposato, chi è stato in ospedale, chi ha rapito una tigre a Mike Tyson e chi si è perso. Lo scomparso è quello che si deve sposare. Risvegliatisi il giorno dopo in stato comatoso, i tre amici superstiti dovranno ricostruire i fatti, trovare il novello sposo e tornare a casa. Tra loro e la soluzione: un gangster asiatico trovato nudo nel bagagliaio, una spogliarellista dal cuore d'oro, un neonato pacifico e un Mike Tyson parecchio incavolato. Specializzato in commedie con maschi ossessionati da virilità e cameratismo (Road Trip, Old School, Starsky & Hutch) l'ex documentarista Todd Philips realizza con Una notte da leoni una commedia efficace, dal ritmo incessante e leggermente "più" rispetto alla media hollywoodiana: più vera (tra gli amici c'è un dropout anche sgradevole), più provocatoria (l'americano è casinaro perché represso), più politica (ogni cosa ha un prezzo a Las Vegas). Peccato per un finale conciliante e retorico. Un pizzico di coraggio in più ed avevamo un nuovo Tutto in una notte. Ma Phillips, rispetto al leone Landis, è ancora una pecora.
Francesco Alò
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La Stampa, 19 giugno 2009
Las Vegas a crepapelle
Il gruppo di amici trentenni arrivati a Las Vegas per festeggiare con una notte esagerata l’addio al celibato di uno di loro, si sveglia al mattino nella suite del Caesars Palace. Bruciori di stomaco, conati di vomito, mal di testa. Sul divano c’è un neonato sconosciuto con gli occhiali da sole. In bagno c’è una tigre di cattivo umore. Loro non ricordano nulla, il futuro sposo è scomparso. Ritrovarlo e ricostruire le ore smarrite sono i doveri immediati e faticosi dei protagonisti di una delle commedie più divertenti dell’estate, arricchita da molte belle canzoni. Uno del gruppo, dentista, scopre che gli manca un dente; un altro non trova più le sue mutande senza stoffa sul sedere, con lacci a mo’ di tanga o di sospensorio. Un terzo si preoccupa per la preziosa automobile che il futuro suocero ha prestato al futuro sposo, una Mercedes cabriolet argentata del 1969: dove sarà finita?
Dopo un caffè si mettono comunque al lavoro. Bussa alla porta Mike Tyson: è il padrone della tigre e la rivuole, ma consegnata a casa. Piano piano, si disegna il profilo della notte dimenticata: in una casa-chiesetta rosa d’un kitsch atroce, in tight celeste avuto in prestito, il dentista ha sposato una ragazza che non conosce: del resto, è già sposato. Tutti hanno bevuto e si sono impasticcati (ma le pasticche, anziché di anfetamina, erano di diuretico). In tre si ritrovano coinvolti in un imbroglio cinese che potrebbe costare 80.000 dollari, rubano e usano un’auto della polizia. Alla fine, dopo aver tenuto a bada per ore sul telefonino la futura sposa sempre più innervosita, ritrovano il futuro sposo e corrono in auto con lui a Los Angeles, al matrimonio. Molto divertente. Vedere Las Vegas di giorno, bruttissima, è un fatto raro; è bello vederla di notte con i grattacieli azzurrati dal neon, con gli alberghi- Casinò a forma di Tour Eiffel, oppure chiamati Riviera, Bellagio. Gli attori, comici o no, sono tutti molto bravi; sono frequenti e molto ben congegnate tanto le gag quanto le battute e le situazioni spiritose; la collocazione dei personaggi nello spazio dell’inquadratura è nello stesso tempo disinvolta ed eccellente; non capita spesso di ridere così.
Lietta Tornabuoni
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