Ghirlanda a
Sant'Erasmo (Una)
di Thornton Wilder
Corriere Lombardo,
15 dicembre 1967
Che ci sia sotto o, per meglio dire, che ci sia dentro qualcosa
lo si sospetta fin dal momento in cui si vede entrare Adriana Innocenti,
bianca rossa e corvina, vestita da balia, spingendo una carrozzella
grande tre volte più del necessario. Il sospetto si acuisce
quando viene a raggiungerla un’altra carrozzella, identica
precisa, mandata avanti da Olga Gherardi, pettinata a bandeaux e
con indosso una princesse celeste pavone con passamanerie
in lungo e in largo, tale e quale come nei film muti di Charlot,
dei cui astri e dei cui stupori ci aveva poco prima dato un saggio
mimico vocale Gianni Cajafa, sotto le spoglie di un policemen di
guardia a un giardino pubblico.
Dopo che questi tre si sono lasciati andare a delle bambinesche smancerosità che
riducono la loro serietà di persone adulte ad un infantile piagnisteo,
si aprono le tendine delle carrozzelle e si affacciano Giustino Durano e Carlo
Montini, in cuffietta e bavagliolo e, con delle stentoree voci da baritono, si
mettono a inveire contro i grandi che li lasciano crescere troppo lentamente
con la scusa, falsa ed interessata, che non sieno in grado di comprendere, mentre,
in verità, capiscono tutto assai più e assai meglio di loro.
La loro protesta giunge a forme insultanti e ricattatorie non escluso un tentativo
di suicidarsi, strangolandosi con una caramella. Morale? Nove volte su dieci,
i bambini si comportano da grandi e i grandi si comportano da bambini, avendo,
reciprocamente qualche ragioncella di detestarsi come, di solito, avviene quando
uno ha fretta di prendere il posto di un altro, e l’altro non ha nessuna
fretta di cederglielo.
Il senso di questa elementare situazione da sketch o, se si vuole, da
farsa, da antica sottise, per la quale Maner Lualdi ha avuto l’arguta
intuizione di recuperare modi e ritmi – anche nella recitazione – di
candida comica da vecchio film muto, sarebbe ovvio e semplicistico se, a dargli
brillantezza, non fosse l’eleganza, appena appena sfumata di pensierosità,
di un umorismo affettuoso e gentile: gioco allo scoperto, senza reta di un talento
aristocratico che, per tema di calcare la mano, la mantiene fin troppo leggera.
Si tratta dell’iniziale dei tre episodi “Infanzia” di Thornton
Wilder – un resuscitato! --, applauditissimi ieri sera in prima esecuzione
europea, riuniti per l’occasione sotto il titolo Una ghirlanda a Sant’Erasmo.
Il secondo episodio “Fanciullezza” è un’invenzione meno
pura ma teatralmente più elaborata e calcolata, un pezzo di bravura ricondotto
all’inconfondibile stile dell’autore del Lungo pranzo di Natale e
di Piccola città, con la sua esclusiva fiducia nella parola e
basta. Si ricama sempre sull’innocenza di un’ispirazione casta, ma
con una punta di pessimistica malizia nella ingenua gaiezza, di derivazione vagamente
letteraria. Se è vero quel che dice la psicanalisi, e cioè che
i giochi sono una sonda rivelatrice di ciò che si nasconde nel subcosciente,
il fatto che gli adulti tendano ad appropriarsi i giochi dei fanciulli, e i fanciulli
i giochi degli adulti, dovrebbe far riflettere; e tanto più quando la
fantasia dei figlioletti prediliga esercitarsi su argomenti come i disastri automobilistici,
le operazioni chirurgiche e i funerali di cui sono sempre, immancabilmente, protagonisti
i genitori. Incomprensione, incomunicabilità, impercettibile astio nel
rapporto fra padri e figli? La penna di Wilder è troppo fine per dichiararlo
apertamente ma è sufficientemente disincantata per lasciarlo supporre.
Anche qui sono da ammirare l’equilibrio, la misura e la discrezione della
regia del Lualdi, nel conservare il tenue profumo del discorso, disciplinando
l’umorismo da ragazzo cresciuto troppo presto dello spassosissimo Gianni
Santuccio, la silente malinconia della Gherardi, e la grazia spontanea ed incolpevole
dell’adolescente Ludovica Modugno seriosamente comica e dei due piccoli:
la stupita Lorena Corradi e l’insolente Maurizio Torresan, una carognetta
di bambino d’una bravura da schiaffi, che si accaparrò il maggior
successo della serata.
Ambizioni, tono e risultati del tutto diversi, nell’episodio di chiusura: “Qualcuno
ad Assisi”, una variazione umanistica, una specie di “moralità” – dove
l’intervento del Lualdi traduttore, affiancato da Laura del Bono, è stato
prezioso – costruita intorno a San Francesco. In una visita a suor Chiara,
il poverello semicieco, mistico sposo della Povertà, incontra una vecchia
mentecatta che vaneggia d’un amante regale lungamente atteso dopo averne
conosciuto il fuoco in gioventù. E’ lui: Francesco; ed essa è stata
una delle donne amate ed esaltate peccaminosamente, nella stagione del traviamento
mondano. Anche su quel tristo passato, su quell’immagine in disfacimento
della bellezza, della tentazione, della lussuria, del disordine dell’anima,
si versano ora la carità e l’amore – ben altro amore – del
taumaturgo. Vi prestano la loro arte Renzo Ricci ed Eva Magni: stupendi nel cogliere
il nucleo segreto della breve composizione. L’uno con un’incorporea
levità non priva di una punta di leziosaggine da presepio; l’altra
con un’atteggiata stilizzazione da allegoria medioevale.
Tre operine se si vuole marginali, evasive, ed anche un po’ stanche; d’una
fedeltà a sé stesso da approntare deliberatamente la taccia di
anacronismo. Con Saroyan, Wilder rappresenta il caso più commovente e
rigoroso di uno scrittore americano a tipiche nostalgie europee, che si è rifiutato
di compromettersi col tempo. Può essere un modo di morir prima, ma può anche
essere un modo di sopravvivere più a lungo. Chi lo può dire? I
corsi ed i ricorsi son tanti! |