Una delle ultime sere di Carnovale
di Carlo Goldoni
regia Luigi Squarzina
scene e costumi Padovani
con Lina Volonghi, Elsa Vazzoler, Morlacchi, lo Zanetti, la Ruspoli, la Benedetti, il Pagni, l’Antonutti, il Milli, la Spina, il Ferri, il Barpi
La Notte, 9 gennaio 1969
Se Dio vuole, il mio Goldoni! Magari non proprio come lo avrei voluto vedere ma, insomma, nella sterile sterpaglia comica che, da tre mesi, ininterrotta, gioconda i palcoscenici milanesi, anche se tirato su un po’ storto, un copione di Goldoni è pur sempre un fiore che fa spicco.
Certe opere condividono una sorte curiosa. Non si perde occasione di sommergerle sotto carrettate di lodi, però sistematicamene si gira loro al largo. Occhi negli occhi: succede persino alla Divina Commedia, figurarsi, per quanto celebrata, se non poteva succedere anche a Una delle ultime sere di Carnovale. Le ragioni? Due sostanziali, a mio avviso. Una, che le mancherebbe poco, pochissimo, un sollevarsi sulle punte dei piedi, per poter dire di essere un capolavoro e, purtroppo, per un’incollatura, non lo è. Pur essendone prossima parente, non può competere, che so?, con La locandiera, con I rusteghi, con Il campiello, con La casa nova, con Le baruffe chiozzotte che la precedono solo di un anno. L’altra ragione, che, trattandosi di una commedia massimamente corale, dove, se si misurassero le parti a numero di parole, lo scarto tra l’una e l’altra non supererebbe la ventina, non ha potuto avvantaggiarsi se non occasionalmente di qualche grosso interprete (figurò, sì, nel repertorio di Emilio Zago e di Ferruccio Benini ma né la recitarono spesso, né molto volentieri. Ci stava, più che altro, per prestigio, diciamo, per onor di firma). Neanche si deve dimenticare che a causa della sua struttura orizzontale, del suo affollamento di figurette, costituenti un volubile microcosmo borghese; ognuna con la propria inequivocabile individuazione, come incisa sotto lente da un orafo, è stato sempre assai raro disporre di una compagnia omogenea, intonata a un comune denominatore di bravura, di disciplina e di accordo, egualmente condiviso da tutti i suoi componenti e scusate se è poco. Non frequentemente rappresentata nell’Ottocento, nel nostro secolo, che io mi sappia, non riappariva sul palcoscenico da trent’anni, quando si fusero in una – e, naturalmente, non durò – le due compagnie di Baseggio e del Micheluzzi, nonché i resti, ed eccellenti resti, di quella di Gianfranco Giachetti.
Lode, dunque, al Teatro Stabile di Genova, applaudito ospite, da ieri sera, al Manzoni, per averla recuperata e rimessa in circolazione. Lode condizionata solo da qualche eccentricità didascalica non condividibile della regia – sotto altri aspetti ottima – a cominciare dalla spezzatura della calcolata euritmia della commedia col fare, tagliando in due tronconi il secondo, dei tre atti, due tempi. Figurarsi, poi, interrompere il ritmo del realismo musicale di Goldoni con la trovata di “estraniare” un paio di volte i personaggi, immobilizzandoli ad ascoltare, dalla bocca del protagonista, stralci delle Memorie del Poeta!
A parte che in un continuo alternarsi di trasparenze e insinuazioni, quel poco che deve dire la commedia lo dice chiaro come la luce del sole; a non tener conto che se, nel numerosissimo canone goldoniano, esiste un copione patetico, sotto sotto, un fatto personale di cuore, è proprio questo; nonostante tutto ciò, era una questione di orecchio. Come non avvertire le segrete, eppur rigorose, leggi musicali che ne reggono la struttura, direttamente mutuata, si direbbe, dall’opera buffa, coi suoi assolo, i suoi duetti e terzetti, i suoi briosi concertati; le cadenze armoniche, la strofica simmetria, il mirabile contrappunto che regola le grandi sequenze di una piccola realtà quotidiana, colta in una sorta di fluido, mutevole e volubile impressionismo ante litteram, che ne bilancia e ne regola tono e ritmo dal principio alla fine? Goldoni è sempre stato insidioso da mettere in scena. Così, però, è come interrompere il Tristano e Isotta facendo leggere al tenore brani dell’Opera d’arte dell’avvenire e Dio liberi, – ma chissà che non ci si arrivi – qualche lettera personale di Mathilde Wesendonk che del Tristano fu l’ispiratore. E tuttavia, come si sarebbe in malafede negando coerenza e rigore allo spettacolo, sarebbe altrettanto ingiusto non segnalare, nella regia di Squarzina, dei bei momenti ingegnosi, schietti e suggestivi.
La commedia, lo si impara al ginnasio, nel sottile equilibrio della propria ambigua comicità che lascia fluire una malinconia serena come il naturale crepuscolo d’un giorno di sole, è il congedo tenero ed estremamente pudico e discreto di Goldoni da Venezia. Riformatore osteggiato dai suoi stessi comici, demolitore incompreso di quella peste nazionale che fu la Commedia dell’Arte, vincitore deluso dai morsi di quel balordo sporcaccione dell’abate Chiari, e dalla reazionaria codineria di quel malmostoso atrabiliare del conte Carlo Gozzi, tutto il contrario dell’urbano ed umano suo fratello Gaspare, egli aveva accolto, lusingato nell’amor proprio, senza sospettare la delusione a cui sarebbe andato incontro, l’invito di trasferirsi a Parigi a dirigere il Théâtre des italiens, nemmeno lontanamente immaginare che, lassù, sarebbe stato costretto a tornare agli aborriti “scenari” all’improvviso, uno dei quali, sia detto di passaggio, poi scritto da capo a fondo sarebbe stato Il ventaglio, altra commedia alla quale mancano pochi centimetri per raggiungere il tetto del capolavoro, come, invece, ne mancano molti di più al Burbero benefico, steso in francese al modo dei grandi francesi, e che avrebbe avuto l’onore di esser rappresentato alla Comédie. Ci stette una trentina d’anni lassù; in tempo, prima di chiudere gli occhi, per esser travolto dalla Rivoluzione; sempre con la sua Venezia nel cuore, che aveva lasciata fermamente convinto di rivederla entro un paio d’anni e non la rivide più.
E così, una delle ultime sere di Carnevale, precisamente il martedì 23 febbraio 1762, a cinquantacinque anni, mandava in scena, al teatro San Luca, la sua ultima commedia scritta nel proprio paese, per salutare i suoi veneziani; per prometter loro di tornar presto e per dar parola di mandare altri copioni da Parigi. Lo fece col ritegno, il garbo e l’affettuosa famigliarità di sempre. Mise in scena l’allegoria di sé stesso – curioso: è il personaggio men compiuto e vivo di una commedia che è una vera e propria galleria di deliziosi microritratti, ognuno coi propri estri, col proprio morbin, coi propri capricci e coi propri “fumi” – nelle vesti – modestia fattasi umiltà! – di un disegnatore di stoffe chiamato a lavorare in Moscovia, cioè in Russia.
Ad onta dei tre matrimoni coi quali si conclude, la commedia è fatta di niente. Vive, si alimenta, si esprime, concresce unicamente sul proprio dialogo. La mano del poeta è ormai miracolosamente così sicura da poter fare a meno di una vicenda vera e propria e dell’appoggio di questa o quella situazione, colpo di scena, accidente, incidente o altro. Gli è sufficiente l’aerea architettura di una riunione fra amici – anche qualche altro personaggio è a chiave – per una piccola baldoria borghese di fine Carnevale: un prim’atto di presentazione perfetto, mozartiano, direi; gli altri due, più proclivi all’indugio che frena e ritarda la conclusione; occupati, quasi per intero, dal virtuosismo ineguagliabile, tutto una fantasia a tocchi impercettibili, delle due enormi sequenze: il gioco della Meneghella, il secondo; il cenone del martedì grasso, il terzo. E nell’una, come nell’altra, la mano del regista che le ha concertate, altrove seriosa anzichenò, è stata felice e assai abile.
Stante il carattere della commedia, istituire una graduatoria di merito fra gli attori oltre che difficile sarebbe fuori luogo. Vogliamo fare una eccezione per Lina Volonghi ed Elsa Vazzoler campeggianti, con la loro rilevata comicità, su un clima generale – persin le scene e i costumi del Padovani – tendente piuttosto a premere il pedale sul grigiore di una patetica malinconia presaga, che non su quello di un’ilarità intimamente spruzzata di mestizia appena affiorante? Eccellenti nell’obbedienza alla concezione registica: la Morlacchi, lo Zanetti, la Ruspoli, la Benedetti, il Pagni, l’Antonutti, il Milli, la Spina, il Ferri, il Barpi e così via. Un subisso di applausi esteso anche al regista e allo scenografo. |