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Tutta la vita davanti
Tutta la vita davantidi Paolo Virzì
con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Valerio Mastrandrea, Massimo Ghini, Elio Germano (Italia, 2008)
 
Corriere della Sera, 4 aprile 2008
Il call center di Virzì: non solo precariato

La vita comincia con un balletto, come in uno spot, nella riuscita tragicommedia di Paolo Virzì, certo sul dramma del precariato ma anche sulla vita virtuale offerta alle masse dalla tv in regime di volgarità coatta, tra grandi fratelli e coreografie ginniche. Una fauna costretta in un call center-kapò comandato da una Ferilli che torna brava come non mai, agitando un film in cui ciascuno fa la sua scelta sbagliata nell'allegro caos che ci circonda. Lasciamo la sorpresa del finale, dove l'autore vira verso la patologia, abbassando il peso critico della normalità di un quadro pieno di personaggi infelicemente vuoti e verosimili, una solitaria e disperata generazione allevata dal tubo catodico. Attori ben diretti: il rampante Ghini, il nevrotico Germano, il sindacalista «compagno» Mastandrea (scia di Monicelli-Mastroianni), la snaturata Ramazzotti; rivelazione Isabella Ragonese.

Voto: 8

Maurizio Porro

 
Il Mattino, 29 marzo 2008
Virzì nell'Italia dei call center

Il punto di vista è il vero tesoretto dei registi e quello di Paolo Virzì potrebbe riassumersi nel motto «una risata vi seppellirà»... Che film riuscito, incisivo, divertente è «Tutta la vita davanti»! Peccato, o meglio per fortuna, che per apprezzarlo sia indispensabile dotarsi di cattiveria, compassione, fantasia e raziocinio in parti generose e abbondanti. Accetterà la sfida l'indecifrabile pubblico nostrano, blandito o esecrato dalla critica a ogni spiffero di vento (commerciale) contrastante? Un dato sicuro di partenza è che l'agguerrito toscanaccio, in combutta con lo sceneggiatore Francesco Bruni, ha miracolato la commedia all'italiana, nel senso che è riuscito a riagguantarne l'anima nera laddove sono falliti i bolsi epigoni e i revisori supponenti. La chiave di questa commedia «a cinepresa armata» non può, dunque, prescindere dalla cronaca e dal costume odierni: Marta (Isabella Ragonese), siciliana neolaureata col massimo dei voti a Roma, s'arrangia come baby-sitter prima d'essere introdotta dalla smandrappata ragazza madre Sonia (Micaela Ramazzotti) nell'universo alieno dei call center. L'azienda è un inferno di sfruttamento e ipocrisia, ma il piatto forte sono i personaggi che ci vivono e sopravvivono dentro: il boss Ghini, la direttrice Ferilli, il venditore Germano, il sindacalista Mastandrea e una pletora di ragazzotte invasate, illuse, confuse, spaventate la cui vita «finta» sembra imitare quella «vera» del «Grande fratello». Attenzione, però: l'occhio del regista è dilatato e deformante, non cerca il balsamo dell'indignazione a cottimo e non trova buoni e cattivi come nei pamphlet politicanti. I contropiedi morali ed emotivi non si contano ed il bello è che il tragicomico e il grottesco dilagano da ogni parte, proprio perché le figurine di Virzì possono essere complesse o elementari, tenere o ripugnanti, ma sono sempre sfaccettate, contraddittorie e in qualche modo familiari, hanno tutte uno struggente retrogusto umano più che sociologico e non esitano a svaporare nell'onirico quando l'iperrealismo dell'album diventa allucinante. Contribuiscono alla coerenza dell'intreccio - ora di fioretto, ora di sciabola, ora di randello - attori perfettamente sintonizzati sul Virzì-touch: la Ragonese splendida Alice nel paese dei disperati del precariato; la Ferilli finalmente misurata in un ruolo importante, gravido di corrusche tonalità alla Gloria Swanson de'noantri; Ghini fulminato sulla via di Dino Risi e pronto a recuperarne le sfumature più perfide e patetiche; un Mastandrea eccezionale nel conferire all'unico buono & corretto le disastrose stimmate della viltà e del velleitarismo; la Ramazzotti credibilissima nelle vesti della velina di borgata ossia della testa di turco femminile del momento.

Valerio Caprara

 
La Repubblica, 28 marzo 2008
"Tutta la vita davanti", omaggio alla commedia all'italiana

Magari tanti risvolti sfuggiranno ai più. Magari Paolo Virzì e Francesco Bruni suo compagno fisso di sceneggiature, che dalla culla si sono abbeverati a sorsate ghiotte alla fonte della commedia italiana, si saranno scocciati di sentirselo ripetere. È un fatto che, nel suo esserne attuale e originale rilettura, Tutta la vita davanti è una gerla traboccante di omaggi a quella tradizione. Il sindacalista dei precari di oggi Valerio Mastandrea è l'amaro punto di arrivo del percorso iniziato dall'agitatore protosocialista Mastroianni in "I compagni" di Monicelli: i diritti erano un lusso e reclamarli costava la vita agli albori industriali torinesi, difendere i diritti degli addetti a un mastodontico call center romano è una missione impossibile per la diffidenza e la paura dei lavoratori prima che per la volontà delle aziende di tornare alle mani libere di un secolo fa.

Ne fa simbolicamente fede il raffronto tra i due monologhi-chiave nei rispettivi film. Quello affidato a Mastandrea sembra fatto per commuovere solleticando le nostalgie per la sinistra idealizzata e perduta: "Mio padre era verniciatore alla Fiat. Quando c'erano le manifestazioni ci portavano anche me, e mi piaceva un sacco, perché era come una festa: ci andavano tutti e novemila e vedessi come erano belli, forti, allegri, con le tute blu, coi cartelli, gli striscioni. Lì in mezzo anche l'ultimo arrivato si sentiva invincibile: se toccavano uno toccavano tutti".

Il controcanto è la sciroccata Sonia (Micaela Ramazzotti, un po' Marilyn un po' Sandrelli), bella e scema di buon cuore, di facili costumi ma di sani principi. Quella che prende la protagonista Marta come baby sitter e la presenta al call center dove lei già lavora. Che si porta a letto il sindacalista Giorgio e subsce poi la ritorsione aziendale per averlo frequentato. Esemplare la sua battuta a proposito dei volantini che Giorgio distribuisce invitando a denunciare gli abusi: "Sei quello che dà i dépliant pubblicitari, però de politica".

Sonia, solo più debole ed esposta, è come il boss Massimo Ghini, la sua sottocapa Sabrina Ferilli e come Elio Germano il più "vincente" e poi disperatamente più "perdente" dei venditori dell'inutile prodotto che il call center promuove: vittime del mondo illusorio in cui la produttività e la "motivazione" delle telefoniste e dei venditori si misurano come le nomination e le "esclusioni" del Grande Fratello.

Una brillante soluzione di sceneggiatura porta la Marta di Isabella Ragonese - a inizio film neolaureata in filosofia con lode e abbraccio accademico, un minuto dopo giovane disoccupata - a ricomporre tutto, saperi ed esperienze di vita, nel saggio che le farà varcare l'ambita soglia di una prestigiosa università. Dove si formula un'audace chiave di lettura dell'oggi collegando Heidegger e call center, mito della caverna e reality show.

Brillante ma troppo consolatoria rispetto a un dramma socio-generazionale che tale resta? Senza scadere nell'ovvietà che un film non fa la rivoluzione, difficile non ricordare l'eterna querelle: nel servire a veicolare argomenti tosti la commedia paga il compromesso di annacquarli. "La Grande Guerra" docet. Tanto per non essere ipocriti: chi scrive si augura che questo film lo vedano in tantissimi, ma senza dimenticare - come, sicuramente, gli autori per primi - di che stiamo parlando.

Paolo D'Agostini

 
Il Giornale, 28 marzo 2008
Sogni e speranze in un call center

Il manifesto di Tutta la vita davanti di Paolo Virzì è la parodia del Quarto stato di Pellizza da Volpedo? Il cosceneggiatore (con Virzì) Francesco Bruni dichiara che il film - ispirato da Il mondo deve sapere di Michela Murgia - guarda ai Compagni di Mario Monicelli?
Per questa storia di sottoccupazione in un centro telefonico, versione attuale di quella che fu la fabbrica, i modelli sono alti. Ma l'esito è uno dei migliori film italiani dell'ultimo decennio (che stranamente non è stato proposto al Festival di Cannes). Merito di scrittura e regia: nessun personaggio è buono/buono o cattivo/cattivo; merito anche degli interpreti; nessuno, salvo a tratti Massimo Ghini, va sopra le righe.
Sì, ci sono pleonasmi (la voce fuori campo di Laura Morante) ed eccessi cinefilici, come uno dei finali, ricalcato da Viale del tramonto, con Sabrina Ferilli al posto di Gloria Swanson. Ci sono anche eccessi letterari (citazioni della Arendt, di Heidegger, di Schmitt e Jünger, con la rivoluzione conservatrice tedesca che entra nella commedia all'italiana!). Soprattutto ci sono gli esterni, tutti girati d'agosto, sempre col deserto urbano circostante.
Ma sono dettagli rispetto alla bravura della protagonista, Isabella Ragonese, e delle comprimarie: incantevole e spiritosa Micaela Ramazzotti, misurata e autoironica Sabrina Ferilli. Lato maschile, il sindacalista adultero di Valerio Mastandrea e il cottimista isterico di Elio Germano riflettono bene la condizione di trentenni che, comunque schierati, valgono poco. Cioè quanto i loro schieramenti.

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 28 marzo 2008
Ferilli aguzzina dei precari

Tragicommedia divertente e seria. Al regista Paolo Virzì (livornese, 44 anni) piacciono i film che comprendono tutto: il mondo diviso tra affamati poveri e ricchi industriali del nulla, coralità e individualismo, Bene e Male, decadenza del sindacato e giovani senza futuro, ignoranza e cultura, l'Italia a rotoli e il lavoro che non c'è. Tutta la vita davanti (il titolo, naturalmente, è sarcastico) appartiene al genere: e la brava protagonista quasi debuttante Isabella Ragonese, insieme con un cast assai ben scelto di interpreti-amici (Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Valerio Mastandrea), contribuisce notevolmente alla riuscita.

Il manifesto del film è un adattamento dello storico dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo Quarto stato (1901): ma a guidare l'esercito proletario sono i precari. Una ragazza laureata benissimo in filosofia teoretica e bisognosa di soldi càpita in un call center: è un'avventura sociale e umana. Virzì ha immaginato un'azienda di vendite, la Multiple, somigliante a certe aziende americane degli Anni Ottanta, basata sulla competizione accanita e sull'euforia coatta, sul raggiro telefonico dell'acquirente e sul brusco licenziamento degli inefficienti, su rituali e gratificazioni familistiche e sulla mancanza di diritti sindacali. L'azienda, descritta in chiave parodistica insieme con i suoi dirigenti come un luogo di sopraffazioni, ma anche di protezione per i disoccupati senza speranze, è al centro del film che racconta bene l'insicurezza e la paura come sentimenti contemporanei. La voce narrante fuori campo di Laura Morante è troppo saltuaria e ha toni didattici sgradevoli. Elio Germano e Micaela Ramazzotti interpretano bene i loro personaggi, un venditore ed una ragazza madre in preda all'alienazione. All'origine c'è un libro di Michela Murgia Il mondo deve sapere (ISBN Gruppo Editoriale Il Saggiatore).

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 26 marzo 2008
Una bella commedia tragicomica con un cast da grandi applausi

Seguo con simpatia Paolo Virzì dal suo esordio nel '94 con "La bella vita", sul mondo del lavoro, protagonista Sabrina Ferilli in una delle sue parti più impegnative. Oggi, dopo essersi tenuto sempre in abile equilibrio fra la commedia, la cronaca e il dramma, con una puntata, di recente, anche nella Storia ("N-Io e Napoleone"), lo vedo, ammirandolo anche di più, tornare ai problemi del lavoro, un occhio attento e preciso all'attualità più immediata, quella che, per un verso, riguarda il precariato (di cui tanto si parla) e per un altro affronta, non di sfuggita, le difficoltà amare di quanti, usciti a pieni voti dalle università, stentano a inserirsi in quella società che non sembra affatto attenderli a braccia aperte.
Lo spunto, oltre guardandosi attorno, l'ha trovato in un libretto di una ex operatrice di call-center, Michela Murgia, intitolato polemicamente (e giustamente) "Il mondo deve sapere".
Così eccoci di fronte alla sua nuova protagonista, Marta, che si è appena laureata con la lode e l'abbraccio accademico in filosofia teoretica. Pensa di avere "tutta la vita davanti", come dice il titolo, invece davanti ha solo delle porte chiuse, al massimo con qualche promessa ipocrita per delle possibilità molto eventuali. Così, lontana da casa (viene dalla Sicilia), senza mezzi si sussistenza, finisce telefonista in un call-center che vende, anche con inganni e frodi, elettrodomestici. All'inizio tra coetanee obbligatoriamente sempre allegre si trova quasi bene, ma non tarda a scoprire, con desolato stupore, il rovescio della medaglia, invano soccorsa da un sindacalista, inutilmente presa a ben volere, per meschini interessi, dal boss dell'impresa, presto, per quello stesso motivo, fatta segno alla gelida avversione della capo telefonista. Con un finale triste (e commovente), seguito da un sospetto di serenità, solo in parte però risolutivo.
Un personaggio centrale, il coro attorno, un ambiente. Virzì ha lavorato di fino per costruirli con sapienza e rigore. Umanissimo, ma spesso, anche vibrante, nel disegno del personaggio, agilissimo (e a volte quasi frenetico) nella ricostruzione tutta ritmi angoscianti di quel mondo festoso in apparenza, in realtà sempre turbato, che lo accoglie in quasi spietate cornici avveniristiche. Con un piglio, con un tocco di saldissimo rilievo, anche stilistico.
Un'opera maggiore, la più matura a tutt'oggi di Virzì. Cui si aggiunge una interpretazione, in tutti, di grandissima classe: Marta è Isabella Ragonese già vista in "Nuovomondo", come dirigente torna con Virzì una Sabrina Ferilli tutta fiamme nere. Ci sono anche Valerio Mastrandrea, il sindacalista, Massimo Ghini, il boss, Elio Germano un collega sempre in smanie.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011