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Tutta colpa di Giuda
Tutta colpa di Giudadi Davide Ferrario
con Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Cristiano Godano, Francesco Signa
 
Corriere della Sera, 17 aprile 2009

Littizzetto, in carcere è una suora molesta

Un film misto e geniale di Davide Ferrario che ambienta la storia nel carcere delle Vallette di Torino: una teatrante off vuole allestire la Passione con i carcerati. Ma nessuno vuole essere l'infame Giuda e quindi, a meno di non cambiare la vita di Gesù, se non intervenisse un deus ex machina sarebbe un bel pasticcio. Intorno un direttore della prigione facile ai sentimenti, una suorina molesta ma simpatica come solo Littizzetto, un cappellano poco propenso a mutare il cast di Jesus Christ Superstar. Una commedia divertente, quasi musicale in cui l'autore fa domande non banali con una una spontaneità paradossale e corporea, una libertà espressivo creativa che non è mai improvvisazione, con attori «graziati», dalla bravissima Smutniak danzante aerea su croce a Fabio Troiano.

VOTO: 8
Maurizio Porro

 
L'Unità, 10 aprile 2009

Il paradiso può attendere?

Meno male che c’è Davide Ferrario a macinare cinema a basso costo sennò il settore sarebbe un campo di lagnanze. Certo non può essere la regola girare con pochi soldi però capita spesso che ci si lamenti dei tagli al Fus senza mai porsi (anche) l’obiettivo di pensare bene, tirare fuori delle idee e tentare di bypassare la tirannia del finanziamento. Prendete “Dopo mezzanotte”, un gioiello leggero, creativamente ed economicamente, tirato da un cilindro all’apparenza vuoto. Pur vero che ci vuole talento e attitudine all’indipendenza, due condizioni difficili da ritrovare. Ed è appunto questa l’anomalia di uno degli autori italiani più interessanti: velocità e leggerezza d’esecuzione, capacità di annusare l’aria, un filo diretto con la cultura giovanile e antagonista (non per niente è la nostra testa di ponte con Fassbinder e Jarmush). Prendete questo strambo progetto carcerario, TUTTA COLPA DI GIUDA, nato da “serie” frequentazioni del regista con San Vittore a Milano e le Molinette di Torino: è cantato, ballato, spesso poco recitato, improvvisato per lunghi tratti (dice Ferrario: “Rifuggo la tirannia della sceneggiatura” e sembra di sentire Alberto Grifi), con inserti non fiction e animazioni digitali. Un uovo di Pasqua avvelenato, che fagocita il concetto di libertà per comprendere la tirannia dei luoghi, delle gabbie sociali, della religione. Uno strappo pasoliniano alla regola che dal carcere possono arrivare solo storie piagnucolanti. Questa è combattiva, la certezza della pena è che “stiamo tutti a penare” e il messaggio: “La cosa più triste di un carcere vuoto (dopo l’indulto) è un carcere pieno”.

Prendete Bjork che balla in fabbrica per von Trier e pensate una cosa del genere nel carcere, una sorta di musical-commedia Dogma coi rumori e le facce di chi sta dentro: la storia pressappoco è quella di una giovane regista d’avanguardia (Kasia Smutniak, impressiona bravura e bellezza) invitata a organizzare nel penitenziario un recital per Pasqua e poi convinta dalle insistenze del cappellano a inscenare la passione di Cristo. Giuda l’infame giustamente non lo vuole fare nessuno. In cambio i detenuti veri accettano di raccontare un Gesù diverso dall’iconografia, schizzato, carnale, che contempli meno rassegnazione nei suoi atteggiamenti e si faccia accendere da sana rabbia. Uno sberleffo per la suora Luciana Littizzetto (cammeo) che in mancanza di alternative valide pensa che pregare Dio sia la soluzione. Convertito invece all’aria nuova che tira (ma non ci sono slanci “rivoluzionari” né lirismi) il giovane direttore della struttura, Fabio Troiano, che schietto e col forte accento napoletano si porta a letto la regista, stanca della distanza scazzata e poser del convivente regista. Per il piccolo ruolo Cristiano Godano (tanto era proprio se stesso) che con i Marlene Kuntz firma la colonna sonora ritrovando Ferrario a distanza di anni. Dentro ci stanno anche le fisarmoniche di Fabio Barovero e il sound elettrificante di Gianni Maroccolo, mentre sono infiltrati tra i carcerati il paroliere Francesco Signa e il rumorista Paolo Ciarchi. Insomma la musica come amalgama e sentiero da seguire, la via preferita da Ferrario per far parlare i suoi personaggi (pensate a Jarmush) e non perdersi dietro le libertà strappate dalla sceneggiatura.

Pasquale Colizzi

 
Il Messaggero, 10 aprile 2009

Musical sì, però
dietro le sbarre

Antico quanto il cinema, il genere carcerario di rado incrocia generi forti come musical e documentario. A tentare il salto mortale è Davide Ferrario, non nuovo a film-scommessa (come l’eccellente Dopo mezzanotte), che qui usa l’occasione “penitenziaria” per riflettere proprio su questo. Sulla libertà sempre condizionata di cui gode un regista. Sul contratto che lega un autore agli attori che sceglie e dirige (e da cui viene scelto e diretto, se è un bravo regista). E naturalmente su cosa accada a questa libertà in un luogo come il carcere. In Tutta colpa di Giuda il gioco è ancora più complicato perché a dirigere una Passione con attori-detenuti, su mandato del parroco delle Vallette di Torino, è una regista serba (trascinante Kasia Smutniak). Irena però di Vangeli mastica pochino, i detenuti non sono disposti a cantare e ballare all’americana né a farsi docilmente “pasoliniani” come vorrebbe il prete. E poi il nome stesso di Giuda è tabù in carcere. Di qui la sfida di Irena: trovare il loro Gesù, abolendo il tradimento. Un paradosso che genera un curioso mix di vitalità e malinconia, spontaneità e calcolo, prevedibilità e sorpresa. Come tutto questo film che mescola veri detenuti, cantanti e star tv (suor Littizzetto). Sarebbe bello se fosse una traccia. Per un film in grande stile che nessuno oserà mai fare.

Fabio Ferzetti

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