De Capitani e Webb a Brescia con Britten
Un «Giro di vite» freddo a puntino
Il Circuito Lirico è un sistema che permette ai teatri lombardi,
ai quali s' è aggiunto ora l' Alighieri di Ravenna, di ammortizzare
i costi, garantendo al tempo stesso una stagione accettabile ciascuno
al proprio pubblico. In sostanza, ogni teatro produce un titolo e questo
viene allestito in tutte le città. Difficile dire se concordato
in via preliminare o meno, un fatto è che da un pò di anni
a questa parte il Ponchielli di Cremona si distingue per la capacità di «smarcarsi» dal
repertorio. È così anche quest' anno, perché Cremona
ha messo in circolo una nuova edizione di The Turn of the Screw (Il giro
di vite) di Benjamin Britten. Non che questi sia un carneade, è chiaro.
Anzi, saranno vent' anni che il suo teatro si rappresenta con una certa
continuità in Italia. Né si è mancato di dire ogni
volta che il musicista britannico è tra i massimi autori d' opera
del Novecento, troppo a lungo sottovalutato, causa l' estraneità di
lui ai dettami delle avanguardie. Ritornelli talmente sentiti da diventar
noiosi. Una cosa comunque è innegabile. Di musica bellissima si
tratta. E ancor di più nel caso del Giro di vite, dove alla sorpresa
per la consueta originalità melodica e armonica si aggiunge un'
orchestrazione d' altissimo magistero (tredici strumenti in mille combinazioni,
con effetti anche di pieno orchestrale) e una drammaturgia «a spirale» (ogni
scena è variazione della precedente in un vortice da togliere
il fiato) che rende l' opera molto più efficace (e bella) del
racconto di Henry James cui si ispira. Tutto ciò lo si riscopre
a fronte di buone esecuzioni. E quella di Jonathan Webb con l' Ensemble
del Circuito Lirico ascoltata al Grande di Brescia, lo è. Webb è un
freddo. L' ideale per questa musica che richiede anzitutto analisi. Nel
segno del rigore anche la regia di Elio De Capitani: pochi oggetti ad
alto valore simbolico in scena, più che altro un gioco mutevole,
circolare, di porte e finestre, pensati in funzione della recitazione,
molto accurata, a tratti epica. Bene anche il cast, con Marlin Miller
(Peter Quint, anche tenore del Prologo) perfetto per intonazione, chiarezza
di dizione, scarsissimo vibrato: ciò che serve, e che possiedono
anche Gabriella Sborgi e Luisa Castellani, oltre che i due eccezionali
ragazzini Beatrice Palumbo e Antonio Giovannini. Ciò difetta invece
nella vocalità della rediviva Tiziana Fabbricini, che ha qualità adatte
a ben altro tipo di scrittura vocale. Non c' è il tutto esaurito,
ma in ogni caso è un buon successo.
Enrico Girardi