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Tulpan
Tulpandi Sergej Dvortsevoy
con Askhat Kuchinchirekov, Samai Yeslyamova, Andasyn Besikbasov (Kazakhstan, 2008)
 
Il Manifesto, 30 aprile 2009

Come incorporarsi nel paesaggio arido

Sergey Dvortsevoy, kazako, star del documentario, coccolato oltralpe e conteso tra Marsiglia e Cinéma du Réel di Parigi, era atteso per questo esordio nella «finzione». Tulpan, del lavoro da documentarista, mantiene la necessità di un racconto reale, che vuol dire fisicità del paesaggio, un movimento fluido degli attori che sembrano non professionisti ma «veri» pastori nomadi della steppa khazaka. Isolamento, fatica, una natura violenta che il regista aveva raccontato nei suoi documentari, sono anche qui elementi fondamentali, quell'orizzonte senza limite, la polvere soffocante che danza contro al cielo, le bestie che si ammalano o fuggono, gli iurta, le tende tradizionali dove si mangia, si canta, si dorme, si fa l'amore, si respira attacati gli uni agli altri, la pecora che partorisce l'agnellino. Invece i due attori protagonisti vengono da un'altra zona del Khazakistan, il nord, assai lontana anche culturalmente dalla steppa, non erano mai entrati in una tenda di nomadi, e per un mese hanno vissuto tutti insieme, vicino a dei veri pastori come la famiglia nomade protagonista del film: padre, madre, tre figli. La bimba che non smette mai di cantare massacrando le orecchie a tutti - il padre specialmente. Il ragazzino che annota per il padre le notizie della radio nazionale. Il piccolino che non parla, grida e gironzola su un bastone trasformato in cavallo chiedendo sempre di andare in città. Con loro vive il fratello più giovane della donna, Asa, che finito il servizio militare da marinaio, è tornato cercando di ottenere un gregge. Il capo locale vuole però che prima si sposi ... Tulpan, il titolo, è il nome della ragazzina che vorrebbero dargli in moglie. Solo che a lei lui non piace, ha le orecchie a sventola, e c'è un bel dirle che pure Carlo d'Inghilterra ce l'aveva. Ed è pure disoccupato, la ragazza invece di sposarsi vuole andare in città a studiare, come tutti i giovani che fuggono dalla steppa oggi, e i genitori non vogliono forzarla: «siamo una famiglia bene educata» dicono. Anche Asa pensa alla città e così il suo amico che gira su un trattore pieno di foto porno...
Tulpan ha una forza di fascinazione, soprattutto nel modo in cui Dvortsevoy filma la sua terra rendendola quasi protagonista assoluta. Ci sono scorci in cui si respirano colori e odore di tempesta come l'immagine col cielo scuro sul quale si staglia il cane chiaro dei bambini mentre gioca. Così l'idea di scegliere il tempo della quotidianeità entrando nella vita dei nomadi con immagini di piccoli dettagli, momenti improvvisati, punti fuga rispetto alla macchina da presa. Eppure l'impressione finale è di avere visto l'ennesimo, intelligente film da festival. A cominciare dalla cura visuale, eccessiva proprio nei momenti di bellezza, e quel conflitto di tradizione e sogni cittadini, senz'altro doloroso e comune a tutte le culture che vanno verso l'industrializzazione dentro a un certo modello capitalista - l'essere postsovietici non è eredità indifferente. Ma come dare torto ai ragazzi di voler studiare, la città dipende dai presupposti, magari uno come il marinaretto che sogna l'angolo di paradiso con cammello e tenda avrà atroci delusioni ... Commedia e realismo è il modello di Dvortsevoy, già sperimentato nell'amato Matrimonio di Tula, altro film di paesaggi e steppe, venato di un involontario esotismo che disturba.

Cristina Piccino

 
Corriere della Sera, 24 aprile 2009

La ragazza che non c' è
La storia di Asa, il reduce kazako con le orecchie del principe Carlo

Perché mai Carlo d' Inghilterra, con le sue orecchie a sventola, può sposare Lady Diana e finire immortalato sui giornali e invece il povero Asa, kazako appena tornato dal servizio militare su un sottomarino sovietico, viene respinto dalla possibile sposa proprio per via delle sue orecchie? Molto meno «sporgenti» di quelle dell' erede al trono inglese, bisogna aggiungere. Inizia pressappoco così, con una gag degna delle migliori commedie degli equivoci, il film Tulpan - La ragazza che non c' è, opera prima del regista del Kazakhstan Sergey Dvortsevoy, premiato l' anno scorso al Festival di Cannes come miglior film della sezione Un certain regard. E proprio un «certo sguardo», non convenzionale e non prevedibile, è la qualità maggiore di questo film, che inizia come una commedia e poi si apre a più complesse riflessioni. Asa, il protagonista (interpretato da Askhat Kuchinchirekov), è un pastore nomade della steppe kazaka, che non sembra per niente ammaliato dalla vita di città che deve aver sperimentato sotto le armi. Anzi, di quella esperienza ha portato con sé uno spirito tra il mitico e il favolistico, che gli fa raccontare con lo spirito di un nuovo Jules Verne l' incontro - chissà se davvero reale - con una piovra gigante, mescolando mitologia e cultura popolare («se ti afferra coi suoi tentacoli, per liberarti devi morsicarla esattamente in mezzo agli occhi») ma svelando in questo modo di possedere un animo non certo tentato dalla modernizzazione. No, il suo sogno è avere un proprio gregge di pecore da allevare, magari aggiungendovi qualche dromedario. Il problema è che senza moglie non può sperare di ottenere le dieci pecore che servono per iniziare la sospirata attività: è la regola del capo della cooperativa, ma anche la regola della sopravvivenza, perche per affrontare la dura vita del pastore una donna che accudisca i figli e prepari da mangiare è fondamentale. Da cui l' ansia di Asa di trovare moglie. Anzi di convincere la Tulpan (cioè Tulipano) del titolo, la figlia dell' unica coppia di pastori che abitano nei dintorni e che, quasi per un involontario sberleffo, non riuscirà mai a vedere. Ma scena dopo scena Dvortsevoy allarga il suo campo visivo: la ricerca di una sposa che non si mostra mai, nascosta dietro una tenda o una porta, non è la sola preoccupazione di Asa. Ospite della sorella e del suo arcigno marito (Ondasyn Besikbasov), il giovane ex militare deve fare i conti con le durezze della quotidianità, la sua mancanza di esperienza nel gestire le pecore ma anche la sua poca voglia di sottomettersi agli ordini troppo bruschi del cognato, una misteriosa «malattia» che uccide gli agnellini appena nati. E soprattutto una natura che sembra infinita, dominata dai venti e dalla sabbia del deserto. Il film procede per scene staccate e quasi contrapposte, a volte inseguendo azioni che sembrano non dover finire mai (i trasferimenti in trattore, la raccolta delle pecore disperse dal vento, la lotta contro la polvere onnipresente), altre volte aprendo improvvisi squarci sulla vita quotidiana di questa popolazione di nomadi, sia sognando improbabili avventure con le donnine nude di un giornale e stordendosi con la musica fuori tempo massimo dei Boney M (come fa Boni, l' amico che vorrebbe trasferirsi in città), sia confrontandosi con un veterinario «inseguito» da un dromedario, la cui diagnosi è la più cruda risposta possibile ai loro sforzi quotidiani: gli agnelli muoiono non per colpa di una malattia ma perché non hanno cibo a sufficienza... E proprio gli agnellini saranno i protagonisti di due scene speculari, dove l' imbarazzo nell' accompagnare due parti difficili diventa la chiave di lettura stilistica di tutto il film, costruito su una sceneggiatura molto scritta ma talmente rispettosa della realtà delle cose da saper trasformare due attori in credibili pastori e utilizzare le loro esitazioni e le loro difficoltà (alitare nella bocca di un agnellino appena uscito dal grembo materno non dev' essere certo la cosa più piacevole da fare) per dare concretezza e credibilità ai loro personaggi. Così un film che poteva sembrare la commedia di un mondo arcaico condannato a inseguire la modernità (l' aspirante sposa non vuole legarsi perché vuole lasciare la steppa per vivere in città) diventa il ritratto, duro ma in qualche modo anche affettuoso e partecipe, di chi non vuole rinnegare le proprie origini e sceglie di vivere come hanno fatto tutte le generazioni che l' hanno preceduto: lottando ogni giorno col vento e con la sabbia per salvare il proprio gregge.

Paolo Mereghetti

 
Il Tempo, 24 aprile 2009

«Tulpan» di Dvortsevoy film kazakho nella steppa tra amori e natura ostile

Opera prima. Ne è autore Sergej Dvortsevoy incontrato come documentarista in vari festival. E il suo gusto per il documento dal vero si percepisce subito, anche quando si affida a una vicenda come questa con un principio e una fine. Quella di Asa, un giovane pastore appena tornato dal servizio militare. Per poter ottenere la cura di un gregge deve sposarsi, ma lì nella steppa, tra pastori costretti al nomadismo per andare alla ricerca di pascoli senza dei quali il bestiame morirebbe di fame, non è semplice, tanto più che l'unica ragazza disponibile, la «Tulpan» del titolo, non solo non pensa a sposarsi, ma ha addirittura in progetto di andare lontano, in città. Asa, così, resta per il momento nella iurta, la tenda mobile in cui vivono una sorella a lui molto legata e un cognato che invece gli rende la vita difficile dato che non trova moglie e non può quindi possedere un gregge... La vita di Asa. I suoi contrasti spesso molto duri con il cognato, i suoi tentativi sempre delusi di convincere Tulpan a sposarlo. È il semplice tessuto narrativo su cui il film si costruisce. In primo piano, però, la steppa, la natura, i temporali, il vento, le trombe d'aria che coprono tutto e tutti di polvere e, naturalmente, il gregge, con le pecore che rischiano di morire perché i pascoli ormai sono solo sterpi (da qui appunto la necessità di spostarsi altrove), con molti agnellini che nascono già morti per la denutrizione delle madri. Tutto rappresentato quasi in diretta, perfino il difficile parto di una pecora in tempo reale, tutto accogliendo dei personaggi che, intenzionalmente, si propongono solo come persone, tutto autentico e, di fronte alla macchina da presa, quasi immediato, pur non trascurando il dipanarsi dei pochi eventi attorno ai quali quella nitida avventura umana si svolge. Nelle stesse cifre gli interpreti: qui doppiati in italiano, anche se alcune canzoni ci son date in lingua kazakha, ognuno però con facce autentiche come se sorprese lì nella steppa. Un incontro raro, ma potrà convincere.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011