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Tropa de elite
Tropa de eliteGli squadroni della morte
di Josè Padilha
con Wagner Mauro, Andrè Ramiro, Caio Joaquin (Brasile, 2007)
 
Corriere della sera, 13 giugno 2008

Squadre della morte in giro per le favelas

Il film brasiliano di José Padilha, best seller in patria ed Orso d'oro a Berlino, racconta di come nel 1997 il reparto speciale della polizia ripulì la favelas dove alloggerà il Papa in missione. Il ripulisti inizia dal corpo, fatto di arrivismo, concussione, corruzione; il capitano Nascimento, prossimo padre, porta il marchio del teschio. Sete di potere, ansia di smettere per respirare, lotta tra il giovane che non ci sta e quelli che vengono a patti con la buona borghesia. Tutti complici, non solo gli spacciatori. Il film ha una sola dimensione di iper realismo urlato, di notti di tregenda, di loschi affari e di polizia spiccia come Callaghan. Su tutto ciò la regia non ha ombra di dubbio, il film quindi firma una condanna precisa anche se la spettacolarità agghiacciante non permette soluzioni. Non resta che il solito amen per i soliti poveri cristi del cinema sudamericano di denuncia. voto: 6,5

Maurizio Porro

 
L'Unità, 6 giugno 2008

Gli squadroni della morte

Brasile: vacanze al sole a Copacabana, partite di calcio sulla spiaggia, sparatorie nelle favelas, indios sperduti nella giungla. Noi italiani abbiamo un'immagine turistico-folkloristica del Brasile. È un immenso paese pieno di italiani, ed è forse il paese di cui noi italiani meno sappiamo. Ignoriamo, ad esempio, che il cinema brasiliano ha una storia antica e complessa: i più colti riescono al massimo ad isolare la fulminea parabola del «Cinema nôvo», che negli anni 60 stupì il mondo con film violenti e fiammeggianti - quelli di Glauber Rocha, di Nelson Pereira dos Santos e pochi altri. Poi, in tempi più recenti, c'è l'exploit di Central do Brasil, il film di Walter Salles Orso d'oro a Berlino nel 1998: lo stesso Salles ha dato, alla propria carriera, un seguito più «internazionale» che etnico (il suo film più famoso, I diari della motocicletta, parla di un argentino, un certo Che Guevara…) ma a Cannes 2008 ha fatto centro con una storia familiare ambientata a San Paolo, Linha do passe.
Berlino è il festival più attento al cinema brasiliano del Duemila: provengono dal Fimfest entrambi i film venerdì usciti in Italia, Tropa de elite (Orso d'oro 2008) e L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza (in concorso nel 2007). Di Tropa de elite, ribattezzato in Italia «Gli squadroni della morte», abbiamo ampiamente riferito da Berlino. È un film d'azione molto «all'americana» (nel senso hollywoodiano del termine: fino a prova contraria anche il Brasile è America…), simile nello stile al famoso e controverso La città di Dio di Fernando Meirelles. Diretto da Josè Padilha, racconta le gesta abbastanza discutibili di un gruppo speciale della polizia di Rio de Janeiro, specializzato nello sterminare gli spacciatori di droga che infestano le favelas. Il film è potente, e potentemente ambiguo: l'addestramento di queste super-teste di cuoio ha toni alla Full Metal Jacket, come se gli sbirri venissero trasformati in automi senza cervello; le loro successive imprese, però, acquistano un'enfasi che li (ri)trasforma in eroi. Sembra che Padilha voglia fotografare una situazione di guerra non dichiarata prendendo le distanze in modo acritico. Certo Tropa de elite non piacerebbe ai nuovi dirigenti del nostro cinema: descrive una Rio in cui nessuna persona sensata passerebbe mai una vacanza.

Alberto Crespi

 
Corriere della sera, 6 giugno 2008

Il battaglione delle favelas

Non ho mai saputo se la famosa «licenza di uccidere» di James Bond fosse una brillante invenzione o un segreto di cui Ian Fleming aveva avuto sentore lavorando per l' intelligence della marina britannica. Forse la mostra del centenario dello scrittore, attualmente visitabile all' Imperial War Museum di Londra, potrebbe fornire qualche risposta. In ogni caso quella dispensa, che tanto scandalizzò le anime belle (inclusa la mia...) all' apparire dei film di 007, oggi è largamente superata da tutto ciò che si possono permettere i membri del Bope (Battaglione operazioni poliziesche speciali) dello Stato di Rio de Janeiro. I quali godono, oltre che della incolumità bondiana, di infinite altre licenze come quelle di aggredire, sequestrare, torturare e quand' è il caso sparare nel mucchio e far sparire i cadaveri. Sono i 400 uomini (su 45 mila poliziotti) meglio addestrati del mondo per la caccia a terroristi, spacciatori e malavitosi. Fieri della loro uniforme nera e dello stemma con due pistole, un gladio e un teschio (se volevano proporsi come paladini della democrazia armata non potevano trovare un abbigliamento meno fascista?) sono il terrore delle 700 favelas che a loro volta sono il terrore dell' intera metropoli di Rio. L' insieme è un allucinante girone d' inferno che ricorda Il leviatano di Hobbes: la guerra di tutti contro tutti. Tropa de elite di Soares, Batista e Pimentel (quest' ultimo un ex capitano del Bope), edito da Bompiani che lo presenta come un romanzo, è in realtà una serie di racconti sciolti illustranti gli aspetti più atroci dello scontro fra criminalità e repressione. Tratto dal libro, l' omonimo film di José Padilha (avendo fra gli sceneggiatori lo stesso Pimentel) reca come sottotitolo Gli squadroni della morte e ha vinto l' Orso d' oro all' ultima Berlinale. Non tutti hanno concordato con la decisione della giuria, vedi la recensione di Variety che denuncia la pellicola come un' irresponsabile esaltazione della violenza poliziesca. Padilha ha scelto di ambientare principalmente la vicenda nell' estate 1997, alla vigilia del viaggio in Brasile di Giovanni Paolo II che determinò un inasprirsi della vigilanza. Nel film corrono due storie parallele, vagamente ispirate alla pagina e destinate a una convergenza finale. Il narratore è il capitano Nascimento (Wagner Moura), ormai un veterano del gruppo, che dopo anni di immersione totale nell' adempimento feroce del suo compito non ne può più. La sua vita personale è sul punto di autodistruggersi, ci va di mezzo il matrimonio con una moglie che sta perdendo la pazienza e la nascita di un bambino ha reso più acuta la necessità di non trascurare i doveri familiari. Nascimento è sull' orlo di una crisi di nervi, urge cambiare lavoro ma prima deve trovare un sostituto. Costui sarà, contro tutte le aspettative, André Matias (André Ramiro), una recluta di colore che ha tentato di vivere una doppia vita fra gli studi di legge e la militanza nella polizia, ma è stato psicologicamente travolto dagli impegni del Bope e poco per volta ha perso ogni freno. Il film, insomma, è la cronaca di un faticoso riscatto intrecciata alla cronaca di un fallimento. Il tutto è immerso in un montaggio frenetico di scene prevalentemente girate con la macchina a mano, panoramiche a schiaffo e una recitazione spesso corale tenuta sul livello dell' urlo. Il senso generale dell' operazione appare abbastanza diverso nel libro e nel film. Dalla scrittura a fondo memorialistico emerge una convinta consapevolezza della propria funzione, anche quando implica gesti estremi, e perfino l' orgoglio di appartenere a un manipolo di imbattibili e incorruttibili. Sullo schermo, invece, si evidenzia il disagio della disumanizzazione di un intellettuale come il povero André trasformato sotto i nostri occhi in una macchina da guerra.

Tullio Kezich

 
Il Tempo, 8 giugno 2008

Un film brasiliano. Con lo stesso rigore del "cinema novo" degli anni Sessanta, ma con asprezze maggiori, crudeltà esasperate, momenti addirittura di ferocia. L'occasione, nel '97, è l'attesa di una visita che Giovanni Paolo II dovrebbe compiere a Rio de Janeiro. Si sa che scenderà all'Arcivescovado che però confina con una delle più turbolente favelas, dominio incontrastato della criminalità e dei narcotrafficanti. Così la polizia si accinge a rimediare, anche con brutalità. Non solo la polizia normale, ma un corpo specializzato che, addestrato alla guerra sulle strade, è solito non guardare in faccia a nessuno, neanche agli altri poliziotti in mezzo ai quali vige quasi soltanto la corruzione, gli accordi sottobanco con i criminali, le vendite a caro prezzo di protezioni accordate solo a chi le paga. Due linee narrative. Da una parte, appunto, quella che descrive, senza mai mezzi termini, la corruzione della polizia normale. In parallelo con un ritratto truce e spietato delle bande dei narcotrafficanti cui raramente ci si oppone, perché coinvolti nelle stesse gesta delittuose. Da un'altra l'accento su quella "tropa de elite" del titolo il cui addestramento, quando ci si sofferma a descriverlo, è perfino - più duro di quello dei Marines americani almeno come risultava in un celebre episodio di François Reichenbach in un film collettivo dei Sessanta, "Il fiore e la violenza". Lì in mezzo la corruzione è minore ma i modi sono spesso violenti fino all'efferato. Li coltiva senza remore anche il comandante del gruppo che però, sapendo che la moglie sta per farlo diventare padre, medita di ritirarsi a vita privata, non prima, tuttavia, di essersi scelto un successore del suo stesso stampo. Lo troverà e saprà come insegnargli a spargere sangue a freddo... Un quadro con accenti quasi apocalittici. Ce lo propone un regista, José Padilha, che, appunto, portando fino alle più estreme conseguenze la lezione del vecchio "cinema novo", con la macchina a mano, il ricorso al digitale, un montaggio che suscita ritmi con cui quasi il respiro si inceppa, non molla la presa finché non è arrivato fino in fondo a quell'inferno cui si è impegnato di dar volto. In una assenza quasi totale dei cosiddetti "buoni", con un atteggiamento gelido, anche nei momenti di maggior spasimo, che tende a non giudicare mai nessuno, limitandosi più che a raccontare a mostrare. All'insegna dell'orrore.

Gian Luigi Rondi

 
Il Mattino, 7 giugno 2008

«Gomorra» in Brasile

È davvero incredibile la super-striminzita distribuzione sul nostro territorio di «Tropa de elite - Gli squadroni della morte», il film che ha vinto più che giustamente l'Orso d'oro all'ultima Berlinale. Si tratta della riuscita trasposizione sullo schermo dell'omonimo romanzo-verità, edito in Italia da Bompiani, che rievoca in una serie di autonomi capitoli le azioni di spietata guerriglia messe in atto dal Bope (reparto speciale della polizia di Rio de Janeiro) per contrastare ad armi pari il regime del terrore instaurato da gangster, terroristi e spacciatori nelle circa settecento favelas della megalopoli sudamericana. Ancorché giocato su un approccio sociologico, una tonalità stilistica e un principio romanzesco diametralmente opposti, va idealmente ad affiancarsi a «Gomorra» con il quale condivide il disperante senso finale di solitudine morale, sconfitta civile e fallimento istituzionale: non a caso sono subito scattate le accuse di «ambiguità» che, modulate sulla stantia gamma dei pregiudizi politically correct, hanno tentato goffamente di ridurre il film a una truce esaltazione della violenza fascio-poliziesca. L'opera seconda di José Padilha, saldamente impiantata sulla sceneggiatura di Braulio Mantovani (già candidato all'Oscar per l'altrettanto impressionante «A Cidade de Deus»), è ambientata nel 1997, alla vigilia del viaggio pastorale del Papa Giovanni Paolo II, quando i quattrocento imbattibili e incorruttibili agenti del Bope intensificano per ragioni d'immagine la loro agghiacciante «caccia grossa». Scandito dalle ansimanti riprese della macchina a mano, dal dialogo feroce e urlato e, soprattutto, dal montaggio mozzafiato, il film - al contrario, ma non meno efficacemente del capolavoro di Garrone - sceglie due personaggi-guida, due antieroi noir che rientrano appieno nella tradizione dicotomica del poliziesco classico. Da una parte c'è, infatti, il Capitano Nascimento (Wagner Moura) che sta per distruggere se stesso e il nucleo familiare a causa dello stress insostenibile procurato dai metodi violenti e illegali applicati giocoforza nell'impegno diuturno contro il Male (i paladini della democrazia armata godono di discutibili licenze, come quelle di sequestrare, torturare o sparare a vista); dall'altra incalza il giovane agente-studente Matias (André Ramiro), che ne sarà il sostituto vivendo, però, una grave contraddizione tra la militanza in uniforme nera e la complicità con un gruppuscolo «rivoluzionario» di giovanotti della Rio bene oggettivamente collusi con i narcotrafficanti. In effetti, la forza di quest'avvincente ballata criminale, in cui la drammatica asciuttezza del documento e la costante immanenza della cronaca (ispirata alla notoria corruzione dilagante tra le fila degli sbirri «regolari») s'amalgama con la mitologia individualista, sta proprio nel rigore di uno sguardo che non arretra davanti ai dogmi «di destra o di sinistra» e preferisce immergere la macchina da presa negli abissi di una ben più preoccupante disumanizzazione apocalittica.

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 6 giugno 2008

Cosa bisognava fare per proteggere il Papa

La Weinstein Company nordamericana spaccia nel mondo merce strana e contraffatta. Ha coprodotto e lancia nel mondo un film brasiliano giovane e adrenalinico, tutt'azione e ideologia, ripetitivo e volgare (confezionato secondo ricetta, e se ne compiace), che ha avuto un misterioso successo di pubblico in patria e critico nei festival (Orso d'oro di Berlino 2008), elettrizzando il mercato globale e euforizzando l'orgoglio carioca.
Certo, sputare addosso, come fa questo film di due ore, a Orfeu di Cacá Diégues, che sempre nelle favela di Rio era ambientato e sempre sui legami fatali tra polizia e bande di narcotrafficanti era incentrato, può essere legittimo. Che le nuove generazioni di cineasti sbuffino di fronte al trombonismo romantico dei vecchi maestri è comprensibile e fertile. Ma dovrebbero creare forme più libere, non meno. E andare più in là del semplicistico messaggio da oratorio: la corruzione è cattiva quanto il traffico di droga, senza neanche immaginare che le due cose abbiamo un legame (operativo) ben in alto, e non nel foro della coscienza. Perché piace tanto dunque, forse irritando a tratti, ma comunque non indigna più come una volta una techno-bufala-You Tube-dark come Tropa de elite (Gli squadroni della morte)? È uno tsunami ossessivo a luci caravaggesche (certo, Lula Carvalho, il direttore della fotografia, geniale occhio ipnotico anche di Bressane, è talmente bravo che se fosse lui il responsabile subliminale del successo potrebbe esserci del buono nella cosa, ma allora dovrebbero eliminare dialoghi e sonoro dal film) che inneggia esplicitamente alla tortura, alla tolleranza sotto zero, all'uomo della provvidenza (un prossimo generale Medici?) e all'umiliazione sbeffeggiante di ogni atteggiamento umanitario social-liberal-democratico (che, come ripeteva fino alla noia Churchil, è invece più egemonico, dunque più sadico e violento) nell'estirpare la microcriminalità dalle favelas di Rio. Infatti la monotona voce off del protagonista, il capitano del Bope, Nascimiento (Wagner Moura), dall'inizio alla fine, spiega tutto ciò che si vede sullo schermo e ogni sua possibile motivazione. L'intelligenza dello spettatore e il suo libero gioco con le immagini, è vietata.
Forse piace, il thriller, perché l'eroe ombra, l'uomo della legge «con ogni mezzo necessario» che eredita le migliori virtù di Nascimiento, è un «uomo nero», l'allievo modello afro-americano che crede di imitare il tenente Callaghan e ne è invece l'esatta, demoniaca (e dunque un po' razzista) parodia? Lui non si fa giustizia da sé, ma peggio, in nome di uno stato Moloch che lui crede di servire onestamente perché lo merita (Callaghan metteva in discussione proprio la legittimità di eseguire gli ordini immorali imposti dallo stato, secondo gli insegnamenti di Norimberga). O forse piace Tropa de elite perché va a 170 pulsazioni al minuto, ti scassa e svuota la testa da ogni senso critico sostituendolo con un piacevole ritornello violento, ottico-acustico? O perché è il primo blockbuster planetario dal vago sapore latino?
1997. Poco prima della visita di papa Woityla in Brasile il comandante di un nucleo scelto di poliziotti pazzi, come il nostro battaglione Padova, divisa nera, tatuaggio sinistro, psicofarmaci a manetta, addestra i suoi uomini come ha imparato dai film di Hollywood sui marines e in tv da Abu Ghraib, li fa esercitare nelle favelas, assassinando e seviziando chiunque, dai ragazzi/ragazze ingenui e utopistici dei centri sociali ai poliziotti corrotti, senza mai fare prigionieri. Applica gli stessi metodi in famiglia, con la moglie, se non gli giurerà eterna e fallica obbedienza, e per educare il suo bebé appena nato a conquistarsi l'eterna stima di Chuck Norris.
Il film, che ha lasciato non tutti di stucco a Berlino (ma l'onesto critico di Variety sì), diretto dal José Padilha che esplose con il mockumentary Onibus 174 (qui è anche sceneggiatore e co-finanziatore), si traveste da Cidade de deus, capovolgendo l'ordine dei fattori. Rassicura la brava gente, terrorizzata dalla criminalità: non preoccupatevi, le forze dell'ordine sono molto, molto più orride di quelle del male. I cattivi, chiunque siano, fanno incassare di più, e, perfino se sono servi dello stato, c'è sempre qualcosa da impare da loro. Basta poi continuare a ripetere le stesse immagini, commentarle nello stesso modo, e diventeranno verità assodata. Chi controlla le tv lo sa bene. E chi controlla Rio, se non Rede Globo (dove infatti il Pt di Lula non supera le percentuali del Prc in Italia)? Non fu criminalmente bella la sua battente, opprimente, totalizzante campagna contro il banditismo dilagante che culminò con le riprese di ragazzi che ballavano il funk sulla spiaggia, fatti passare per feroci teppisti armati che seminavano il panico a Copacabana, in prime time tv? Berlusconi imparò.
A Berlino non ci ha stupito che il sincero democratico Costa Gavras sia stato ipnotizzato da queste immagini e le abbia premiate. Anche le sue si affidavano a un flusso ritmico-emozionale pervasivo, al dettaglio consolatorio, allo spazio-tempo senza «fuori campo», cercando di fotocopiare ogni trucco e astuzia del cinema commerciale per spedire messaggi edificanti. Con tecnica autoritaria. Come fa Padilha, immeritamente premiato dalla Berlinale 58, mentre Screen, rivista degli industriali britannici, si entusiasmava perché la lotta all'ultimo sangue contro il banditismo nelle favela non era esente dalla mistica antiterrorismo di Blair.
Il nauseabondo polpettone, quasi nostalgico dei metodi spicci del generale Medici nella repressione dei comunisti di una volta, o profezia dei leghisi anti rom, ha inoltre l'ideuzza vigliacca di affidarsi a un contro-eroe black, colto, occhialuto, doppiogiochista, intellettuale e torturatore, esecutore sia di prigionieri banditi che di piedipiatti corrotti. Era il peggiore aggettivo nel Brasile anti Lula del momento, con la destra scatenata e moralizzatrice contro lo scandalo «peggiore di tutti». Già. Dopo questo film.

Roberto Silvestri

 
Il Messaggero, 6 giugno 2008

Quei poliziotti
speciali ma non troppo

In Brasile è stato il caso dell'anno. A Berlino la giuria presieduta da Costa-Gavras gli ha attribuito un discusso orso d'oro. Per la stampa internazionale, invece, è uno dei film più controversi della stagione. Ma cosa raccontano davvero le immagini di Tropa de elite - Gli squadroni della morte? Si tratta di coraggiosa ricerca della verità, per sgradevole che sia, o è solo propaganda imbellettata con il taglio finto-documentaristico e visivamente sofisticato di certo cinema "d'autore"?
Scritto dal regista con Braulio Mantovani, già sceneggiatore di Cidade de Deus, e con l'ex-poliziotto Rodrigo Pimentel, a lungo membro di quelle stesse "squadre speciali" raccontate dal film, Tropa de élite è un carnevale di contraddizioni. I personaggi sono tagliati con l'accetta, i loro sentimenti ovvi e stereotipati come quelli di un telefilm, il punto di vista monotono fino all'ossessione (mai un "controcampo", gli abitanti delle favelas sembrano non avere storie e vita propria).
Gli stessi autori hanno continuato a modificare il materiale per mesi e mesi al tavolo di montaggio, fino a quando il film non è stato rubato e "piratato" in milioni di copie, forse per timore della censura («Il dvd-pirata riportava la decima versione, in sala è uscita la sedicesima», ghignava il regista a Berlino; chi vuole saperne di più non avrà che da confrontare il film alla sua versione romanzata appena edita da Bompiani). Eppure, sarà la bravura degli attori, sarà il materiale di prima mano riversato nello script (tecniche, metodi, organizzazione: delle squadre speciali sapremo tutto), è difficile restare indifferenti a questa ennesima incursione nell'inferno, sempre molto fotogenico, delle megalopoli che proliferano nel Sud del mondo.
La cosa più irritante è la situazione, a dir poco logora, del poliziotto stressato che aspetta la nascita del primo figlio e vuole cambiar vita. Più interessanti, e inquietanti, i dettagli con cui Padilha dà vita alle azioni di questa squadra speciale creata per stroncare con ogni mezzo i narcotrafficanti di Rio. L'addestramento bestiale, il blitz preparato studiando il plastico della favela, i simboli para-nazi cuciti sulle divise, l'ufficiale che vuole la mancia per concedere le ferie, la corruzione minuziosa e pervasiva che mina il loro lavoro, il modo obliquo e insieme inequivocabile con cui i capi autorizzano, suggeriscono, incoraggiano la tortura.
Si potesse credere anche al lato più intimo dei personaggi, come il catastrofico amore fra la giovane assistente sociale e il grintoso allievo ufficiale che di giorno studia Foucault all'Università e di sera perfeziona l'uso delle armi, si riuscirebbe a prendere sul serio Tropa de élite fino in fondo. Ma liquidarlo come un qualsiasi film forcaiolo e compiaciuto è semplicistico e fuorviante.

Fabio Ferzetti

 
Il Giornale, 6 giugno 2008

Arriva Wojtyla a Rio
polizia in prima linea

Un film brasiliano non vinceva il Festival di Berlino dal 1998, quando l'Orso d'oro andò a Central do Brasil di Walter Salles. Ancor più a sorpresa che allora, quest'anno s'è imposto Tropa de elite (Truppa scelta) di José Padilha, storia di un reparto speciale della polizia militare, composto di centocinquanta specialisti. Tropa de elite esce in Italia con tre minuti di meno rispetto alla copia del Festival e con un'aggiunta arbitraria al titolo: Squadroni della morte. Come se, dalla vicenda, si volessero prendere le distanze.
L'emergenza è comune in un Paese dalle dimensioni del Brasile: nel film di Padilha, occorre prevenire attentati in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Rio de Janeiro. È il 1997; la città ha quartieri degradati, dove la legge arriva o con la mano venale dei poliziotti civili o con la mano pesante dei poliziotti militari. È uno di loro il reale capitano Rodrigo Pimentel (nel film interpretato da Wagner Moura), che deve anche designare un successore fra gli allievi della scuola per agenti... Fedele a una vocazione didattica, una volta lasciato il servizio Pimentel ha messo i suoi ricordi in un libro - scritto con l'ex superiore André Batista e con un intellettuale, Luiz Eduardo Soares - che ora appare a rimorchio del film (Bompiani).
Distribuito nel mondo dai fratelli Weinstein, Tropa de elite è un film che ha le ambiguità dei polizieschi hollywoodiani: mostra le durezze repressive e al contempo le giustifica. Ciò ha suscitato critiche politiche al Festival di Berlino. Ma il problema di Tropa de elite è che racconta, su uno sfondo nuovo per noi, una vecchia storia.

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 6 giugno 2008

Il braccio violento di Rio

La formazione di élite porta una divisa nera, ha come stemma un teschio con pistole, si considera il meglio dei tanti corpi di polizia del Brasile nel 1997. In un senso, lo sono: diversamente da ogni altra formazione di polizia non sono corrotti, non chiedono né prendono soldi. Però ammazzano senza rimorsi.

Il film è tratto da un libro scritto da tre ufficiali o sottufficiali del gruppo di élite, Luis Eduardo Soares, André Batista, Rodrigo Pimentel, pubblicato in Brasile nel 2005, edito in Italia da Bompiani. Dai loro scritti si viene a sapere che il Nucleo della compagnia delle operazioni speciali della polizia militare dello stato di Rio de Janeiro, il BOPE, creato nel 1978, «non è stato organizzato per la sicurezza pubblica ma per essere una macchina da guerra». E' infatti intitolato «Diario di guerra» il racconto di numerose «operazioni» di morte. Nella storia del BOPE «si è riusciti a trovare una sola risposta anti-corruzione: l'orgoglio», la fierezza dell'appartenenza.

Tropa de elite, vincitore dell'Orso d'Oro all'ultimo festival di Berlino, trasforma gli episodi del libro in una narrazione compatta, ed è pervaso dall'ambiguità che nasce dal mix di assassinio e spirito di corpo: del resto tutto è visto dalla parte dei militari, con abile accorgimento. Gli agenti preparati per andare contro gli avversari politici adesso pare si occupino dei commercianti di droga: entrano nelle favelas (i quartieri popolari) per cercarli, sparano addosso a chiunque. Il loro turpiloquio si moltiplica quando vengono addetti alla protezione della terza visita in Brasile di Giovanni Paolo II: «I nostri uomini sono formati attraverso il dolore e l'umiliazione». Oltre ad ammazzare, torturano togliendo il respiro con un sacchetto di plastica stretto al collo, picchiano, trasferiscono cadaveri in altri quartieri per liberarsi dalla responsabilità, insultano. Il film è dinamico, un intreccio di «tiroteos» (sparatorie), musiche altissime, urla, scontri. Lo si segue con interesse, anche se non corrisponde all'idea della polizia brasiliana condensatasi soprattutto nei lunghi anni della lotta politica. Un eccesso di enfasi chiassosa toglie semplicità a quanto accade che non si vorrebbe vedere mai.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011