Trilogia della Villeggiatura
di Carlo Goldoni
regia Giorgio Strehler
scene Mario Chiari
costumi Maria De Matteis
musiche di Fiorenzo Carpi
con Valentina Fortunato, Tino Carraro, Fulvia Mammi, Sergio Tofano, Marcello Giorda, Pina Cei, Jone Morino, Checco Rissone, Bianchini, Fantoni, Piazza, Fanfani, Ridoni, Chazalettes, Tarascio
Corriere Lombardo, 24 novembre 1954
Fortunato Goldoni quest’anno. Che gioia per noi essere obbligati a passar le serate riascoltandolo e le notti a recensirlo col gusto di girargli intorno rimirandolo da tutte le parti e cercando di penetrarne gli angoli riposti sconosciuti.
Goldoni è il nostro vizio segreto e quest’anno il teatro ci dà modo di soddisfarlo. Il risvegliarsi dell’interesse da parte di registi ed interpreti intorno al suo nome col corrispondente ridestarsi di favore presso il pubblico è uno dei pochi segni di civiltà del nostro teatro attuale. E questo rifiorire di un repertorio a torto trascurato, non può riserbare delle autentiche scoperte critiche.
Un paio d’anni fa, destò un piccolo scandalo una mia recensione di proposito provocante, la quale, in occasione de La casa nova alla Biennale veneziana, aveva parlato di crepuscolari e inespressi sottofondi di vago sapore cecoviano ante-litteram, elegantemente infrenati nei precisi recinti della commedia comica.
Stamattina, a proposito delle tre commedie sulla villeggiatura (1761): Le smanie della villeggiatura, Le avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura lodevolmente riunite in una serata sola e, tutto considerato, esemplarmente allestite dal Piccolo Teatro come spettacolo inaugurale della sua nuova stagione, non rinnoverò lo scandalo.
Non si deve rinuniciare, tuttavia, a ribadire un’opinione – del resto non soltanto mia – che a qualcuno può sembrare un po’ eretica. Ed è questa: il significato e l’importanza delle tre commedie non si esauriscono nella sola brillante caricatura o, se si vuole, nella benevola satira di una moda dilagante e, nei suoi eccessi, ridicola oltreché economicamente disastrosa, che prese i veneziani verso la metà del Settecento, frenetici di trasferire, fra estate e autunno, la mondana e movimentata vita della città, lungo la vegetale placidità delle rive del Brenta o sulle colline di Asolo, di Treviso, di Conegliano, biancheggianti di marmoree ville palladiane, sulle cui pareti Paolo Veronese affrescò fantastiche e sconfinate prospettive architettoniche, popolate di favole mitiche. Starei per dire che tutto ciò non è che l’occaisone, l’aspetto esteriore di una realtà assai meno brillante, gaia e fatua di quanto l’infallibile controllo musicale dei ritmi e delle simmetrie comiche riesca a far credere, all’insaputa stessa del poeta.
E mi spiego, di conseguenza, come la migliore delle tre commedie sia sempre parsa la prima, formalmente la più perfetta nella sua mirabile e gratuita levità. Personalmente, viceversa, preferisco la seconda e la terza dove, increspando le acque della comicità, affiora un mondo premoderno di inquietudini interiori, di evasioni anelate, di insoddisfazioni sociali, sentimentali e familiari; di bramosie di ricchezza e di diversa condizione sociale, di speranze vaghe e sognanti, di cocenti rammarichi, di tentazioni peccaminose, di turbamenti indefiniti, di pericolosi abbandoni, di egoismi inconsapevoli, di istinti mal repressi, di compromessi morali, di umiliazioni economiche e di accomodanti malinconie le quali ribadiscono un’ implicita amarezza nell’autonomia della soluzione comica, salvata e garantita all’ultimo momento e solo per miracolo d’arte e di misura.
Le tre commedie, com’è noto, sono autonome, ognuna chiusa e conclusa nel cerchio dei propri avvenimenti. A un tempo, esse costituiscono però anche, per così dire, gli atti successivi di una commedia più estesa e di un quadro più ampio. Quasi a spirale, su un piano superiore e di più largo raggio la stessa progressione, la medesima aurea euritmia e l’eguale contrappunto ritmico che governano i singoli copioni, reggono il più vasto affresco della trilogia. Quello della villeggiatura era un argomento a lungo meditato dal commediografo; già sfiorato ne I malcontenti, artisticamente un fallimento, e ne La villeggiatura che s’era limitata a una caricatura generica del cicisbeismo in villa.
Soltanto qui però, quasi alla fine della sua permanenza a Venezia prima di partire per Parigi, e dopo tutti i suoi maggiori capolavori, nella completa maturità e consapevolezza dell’artista, il motivo perde ogni elemento occasionale e si libera d’ogni suggestione esteriore per diventare il naturale paesaggio di caratteri precisi cimentati al suo paragone e reagenti di conseguenza, e lo stimolo alla liberazione di particolari stati d’animo.
Non è a caso che per il piccolo, numeroso e irrequieto mondo che popola la trilogia, egli abbia scelto la classe borghese, escludendo qualsiasi personaggio nobile. Era la classe a lui più nota e congeniale, la più dotata di disponibilità interiori, la meno stabile, ancora e per poco, socialmente; ma la più ricca di fermenti, di inquietudini, di aspirazioni, indistinte o troppo distinte. Con essa, aveva anche mano più libera nei riguardi della censura, in omaggio alla quale tuttavia trasformò in personaggi toscani i suoi veneziani così veneziani. Fossero stati dei nobili, egli non si sarebbe potuto permettere quel quadro abbastanza squallido e tetro di debiti, di calcoli, di compromessi, di ripieghi, di dissipazione sconsiderata, di affarismo sbagliato, di disgregazione economica a cui corrisponde una vaga ma equivalente disgregazione morale, che, dopo le spese pazze per figurare in campagna, attende parte dei suoi personaggi al Ritorno dalla villeggiatura.
Quel che accade lungo le tre commedie è presto detto. Basta enuclearlo dal fitto contrappunto di figure e figurine, incidenti e accidenti, capricci e bisticci, contrattempi e dispetti, galanterie e gelosie, rivalità e pettegolezzi, invidie e risentimenti, scrocconerie e prodigalità, rimorsi e paternali e via discorrendo. Dopo aver a lungo questionato sul guardaroba da portar seco e sulle precedenze dei posti in carrozza, Giacinta e suo padre Filippo finalmente possono mettersi in viaggio per la villeggiatura in compagnia di Leonardo suo fidanzato e della di lui sorella, Vittoria. Fino all’ultimo momento, la partenza ha minacciato di andare all’aria per la presenza di un altro giovanotto innamorato di Giacinta e amato da Vittoria: Guglielmo. Il guaio accade in campagna. Ad onta del proprio temperamento riflessivo Giacinta si accorge di non amare Leonardo e si rende conto di essere innamorata cotta di Guglielmo. Comincia una dura battaglia nel cuore della fanciulla e Le avventure della villeggiatura altro non sono che le avventure dei suoi stati d’animo. Tutto la allontana da Leonardo, mentre ogni cosa la avvicina a Guglielmo. La situazione diventa pericolosa per lei principalmente e per tutti intorno a lei. Sembra che la campagna sia fatta apposta per un preoccupante rilassamento dei costumi nel quale tutta la compagnia risulta più o meno coinvolta. Alla fine, prevarrà il senso del dovere e la forza di volontà. Col cuore a pezzi e ardente di gelosia, Giacinta farà in modo di far sposare Guglielmo con Vittoria e terrà fede alla parola data a Leonardo, lasciandosi condurre all’altare. Ma è un accomodamento fin troppo palese. Si tratta di una povera cosa senza amore, e il tradimento delle anime è totale e senza rimedio.
Ci vuol poco a comprendere che questa è materia drammatica e non comica; e solo la raffinatissima arte del poeta riesce, ma solo, apparentemente a trattenerla nei limiti del patetico e dell’umoristico. Il regista ieri sera l’ha compreso ottimamente e con un coraggio criticamente più che giustificato ha spinto la rappresentazione in questo senso fino al massimo del limite consentito.
L’Apollonio fa un’osservazione, in proposito, un po’ azzardata, se si vuole, ma sostanzialmente vera, e tale da illuminare di una luce insospettata la trilogia, ponendone in evidenza tutta la implicita drammaticità. Il ripiego teatrale dettato da opportunità moralistica – egli nota – che fa Giacinta soltanto la fidanzata di Leonardo non inganna nessuno sul fatto che quel che si rappresenta è un vero e proprio dramma d’adulterio, con pentimento della colpevole e sacrificio della passione peccaminosa.
Molto più tempo e molto più spazio occorrerebbero per illustrare i numerosi altri bellissimi elementi marginali ma mai superflui, della movimentata vicenda. Basti accennare a tre altri originali e stupendi caratteri: il credulo, prodigo ed espansivo Filippo; la vecchia Sabina, potente e ardito ritratto – quasi incredibile nel Goldoni – di una vera e propria ninfomane senile a caccia rapace di mercenari giovanotti; e il famoso zio Bernardino: una sola scena e una figura indimenticabile di arida indifferenza e sarcastico cinismo. Se la buffoneria non facesse da schermo a Sabina e l’austerità familiare non giustificasse Bernardino, saremmo quasi di fronte a due inquietanti creazioni da romanzo nero, si fa per dire.
Per tornare a Giacinta, balza da questa storia un’indimenticabile ritratto di donna. Tutta femminilità, appassionata, volitiva, ricca di slanci cordiali e di sentimenti profondi, come anche di senso del dovere, di facoltà d’autocontrollo, di spirito di sacrificio, frutto di una superiore educazione dell’animo. Proprio questa ricchezza psicologica e questa consapevolezza morale, una volta tanto, e per quanto possono, ci impediscono di avvertire nella soluzione della vicenda, ricondotta alla consuetudine più ortodossa con precipitosa marcia indietro allo scopo di evitare qualsiasi ombra di scandalo, uno dei frequenti accomodamenti dovuti al moralismo del poeta, ancora una volta, suo malgaro, preoccupato di star dalla parte dei conservatori.
Ecco, se Dio vuole, uno spettacolo che ci riconcilia col teatro; e per definire il quale non occorrono lunghi discorsi, basta una parola sola: perfetto; dove tutto nasce dal testo, nel testo si legittima ed al testo ritorna. Sono completamente d’accordo, una volta tanto, su ogni particolare; il che, trattandosi del Piccolo Tetro è poco meno stupefacente. La locandiera di Visconti è evidentemente servita a qualche cosa. Finalmente Goldoni ci viene restituito libero da sovrastrutture, maniere, convenzioni; e cimentato in quelle che sono le nostre esigenze moderne più sensibili e più suscettibili, alle quali regge benissimo, svelandoci, anzi, valori e significati inattesi e sorprendenti. Alla regia di Giorgio Strehler intesa a sorprendere e ad armonizzare i ritmi interiori e, starei per dire, le occulte confessioni di un linguaggio proposto con verità scevra da indugi naturalistici, ed effuso in dimensioni da teatro d’atmosfera, le scene e i costumi mirabili rispettivamente di Mario Chiari e Maria De Matteis hanno fornito il preciso e necessario equivalente figurativo senza esorbitare di un millimetro di tono e di gusto.
Senza eccezione, tutti sul medesimo piano di eccellenza, gli interpreti, da Valentina Fortunato che, con questo spettacolo, ha superato il suo esame di laurea di prima attrice, ed è una prima attrice che farà parlare di sé; a Tino Carraro così vero, umano e discreto, a Fulvia Mammi, varia e brillante in ogni tono, della sua parte; a Sergio Tofano tutto sfumature una più intelligente dell’altra, a Marcello Giorda netto, solido e preciso, a Pina Cei dal volubile umorismo, a Jone Morino comica di gran classe, a Checco Rissone che dello zio Bernardino fece la figura di un sardonico pirata; al lepido Bianchini, all’appassionato Fantoni, alla maliziosa Piazza, al furbo Fanfani, alla Ridoni, al Chazalettes, al Tarascio, per finire con le musiche di Fiorenzo Carpi. L’unanime e vivissimo successo s’è arricchito di innumerevoli applausi a scena aperta, agli attori, alle scene, al regista e… al copione. Tutti largamente meritati. Ieri sera è stato portato un inestimabile contributo alla valorizzazione e alla diffusione del nostro maggior teatro. |