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Trilogia
della signora K
L'Analfabeta / L'ora Grigia / La chiave dell'ascensore
di Agota Kristof
regia: Cristina Crippa e Elio De
Capitani
scene e costumi: Ferdinando Bruni
con Cristina Crippa, Elio De Capitani /
Gabriele Calindri, Elena Russo Arman, Jean-Christophe Potvin
violino: Stefania Yermoshenko
luci: Nando Frigerio
suono: Jean-Christophe Potvin
Milano, Teatro dell'Elfo, dal 27 maggio al 22 giugno 2008
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Corriere della Sera, 1 giugno 2008
Folgorata da Agota Kristof
Al contrario dell' opera lirica, del romanzo e del film, che si distendono nel tempo e che, proprio per questo, per il tempo, sono arti emotive, la poesia e la drammaturgia, che del tempo sono puri distillati, appaiono arti intellettuali. A maggior ragione, un' arte intellettuale è il teatro. Essa, poiché interpretativa, cioè critica, è un' arte la cui arte, mi si perdoni il bisticcio, consiste tutta nel non cadere nell' intellettualismo, vale a dire nell' abuso o nel difetto di intelligenza. Leggendo il programma di sala di Trilogia della Signora K (coregisti Elio De Capitani e Cristina Crippa) mi ha colpito una nota di quest' ultima. La Crippa, che dello spettacolo e con De Capitani e con Elena Russo Arman, anche l' interprete - proprio come Mariangela Melato, di cui ho riferito la scorsa settimana a proposito de Il Dolore di Marguerite Duras - racconta del suo incontro con la scrittrice svizzera di lingua francese ma di origine ungherese. Due incontri, il suo con Agota Kristof e quello della Melato con Il dolore, casuali e folgoranti. Entrambe queste due nostre brave attrici ci si mostrano come madonne trafitte da un raggio di luce, con le mani sul petto, con la testa china. Impossibilitate a liberarsi dal sacro fardello. Non a caso, reagiscono allo stesso modo. Ma il problema non è la loro personale bravura o il grado di eccellenza dell' una o dell' altra: attori bravi in Italia ce ne sono mille, o diecimila se si considerano i disoccupati. Il problema è che uso si fa di ciò che si sa fare. Ubbidienti alla folgorazione, la Melato e Crippa si comportano di conseguenza. Vogliono folgorare noi, gli spettatori. Avvertono l' urgenza di comunicare quanto è toccato loro in sorte, che incontro meraviglioso abbiano fatto, rivivere il miracolo. Ma lo spettatore, per definizione incredulo, apatico o rallegrato del proprio destino, d' esser sulla riva mentre gli altri naufragano, lo spettatore resiste. Non si fa coinvolgere. Più la Crippa mobilita le proprie risorse, oserei dire il proprio repertorio, più aumenta in noi il distacco, se non la malvagità. Tranquilli come siamo, fino alla prostrazione, andiamo misurando il divario (di qui l' intellettualismo) tra la cosa e la valutazione della cosa. La cosa, nella fattispecie Agota Kristof, o questi suoi tre testi, un racconto autobiografico, L' Analfabeta, tradotto da Letizia Bolzani, e due brevi atti unici, L' ora grigia e La chiave dell' ascensore, tradotti da Elisabetta Rasì, la cosa, dicevo, e d' una modestia imbarazzante. Con un solo testo davvero notevole, il suo primo, Il grande quaderno, la Kristof è diventata una scrittrice di culto, forse perché resta sia misterioso che attraente l' anello di congiunzione tra il suo cosiddetto nichilismo e la presunta origine di esso, che lei viveva in Ungheria, nei tirannici dominii ideologici. Sta di fatto che tanto più anodina, o spoglia, o elementare è la sua nuova lingua, il francese, tanto più la Crippa e la Russo Aslan spingono il pedale espressivo, ora quello grottesco, ora quello buffonesco, ora quello parodistico. Peggio di tutto il gran finale, quando la Crippa si presenta come iperbolica vittima di un marito che sembra schierato in prima linea nella guerra di protezione della moglie, della sua femminile fragilità. Qui la Crippa dà fondo alla sua consumata arte debordante. Invece di abbassare il tono, lo alza in continuazione, incrementando in noi l' effetto di svagatezza e indifferenza. Segnalo come più straordinario di tutto, in questo spettacolo, che ognuno dei tre pezzi duri esattamente 35 minuti.
Franco Cordelli
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Panorama, n. 24 2008
I sentimenti impossibili della signora K
Lui gioca col coltello, lei coi sogni che s'inventa per farlo contento, a pagamento s'intende: tra il ladro e la prostituta protagonisti dell'Ora grigias'innesca un saliscendi sadomaso sull'orlo d'un sentimento possibile, sempre negato in extremis. Finché un colpo di pistola sul far dell'alba fa da terzo incomodo, virando la storia a una conclusione imprevista. L'ora grigiaè il segmento più riuscito della Trilogia della signora K (all'Elfo di Milano fino al 22 giugno), che Cristina Crippa ed Elio De Capitani hanno dedicato da registi e interpreti alla musa inconciliata di Agota Kristof. Nella duttile scenografia di Ferdinando Bruni, come un libro da sfogliare, le parole crude della scrittrice tessono nell'Analfabeta l'agra trama del forzato dispatrio, linguistico e umano, dall'Ungheria natale. La chiave dell'ascensore è la favola nera d'una donna murata viva in se stessa dal sadismo del marito; ma davvero è solo lui il carnefice? Il sospetto s'insinua col graffio sonoro del violino di Stefania Yermoshenko: fiorito stridore che contrappunta d'angoscia l'intero spettacolo. Ma non annulla l'impressione che il vero teatro di Kristof sia la pagina scritta.
Roberto Barbolini
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La Stampa, 31 maggio 2008
La storia della Signora K e del suo feroce amore
A 21 anni
Agota Kristof (n.1935) scappò dall'Ungheria
stalinista dov'era nata e cresciuta in un piccolo borgo
senza elettricità e senza acqua corrente, e dopo
un'esperienza in campo profughi austriaco fu accolta in
Svizzera. Qui lavorò a lungo in una fabbrica di
orologi prima di imparare partendo da zero una nuova lingua,
e in questa diventare scrittrice. O meglio, ridiventarlo:
perché, unica della sua poverissima famiglia, aveva
sempre nutrito per la letteratura una vocazione addirittura
feroce. A quattro anni il nonno la esibiva facendole leggere
il giornale in pubblico, né la successiva esperienza
delle sinistre scuolette rurali (freddo, fame, lezioni
obbligatorie di russo) la distolse mai dalla passione per
leggere qualunque cosa, e scrivere in ogni momento libero.
Le vicissitudini di quell'infanzia e adolescenza travagliate
eppure a modo loro luminose sono rievocate in un collage
di scritti autobiografici intitolato L'analfabeta, ridotto
ora per il palcoscenico da Cristina Crippa come primo elemento
di una Trilogia della signora K, completata da due testi
nati invece per la rappresentazione, L'ora grigia e La
chiave dell'ascensore (tradotti questi da Elisabetta Rasy,
mentre la prosa dell'Analfabeta è di Elisabetta
Bolzani). Curiosamente, o forse no, dei tre lavori il più appassionante
all'ascolto risulta proprio il primo. Sì, qui la
regia della stessa Crippa e di Elio De Capitani è briosa
e inventiva, con due attrici vestite da bambine, grembiule
nero e basco (la Crippa, e la giovane Elena Russo Arman)
sdoppiantisi nella protagonista-narratrice ed eseguenti
evoluzioni tra bauli che aprendosi e chiudendosi evocano
vari ambienti più o meno rustici; ma anche negli
gli altri due episodi l'allestimento, firmato dagli stessi, è squisito,
né pare meno efficace la scenografia di Ferdinando
Bruni, con un gioco di fondali semitrasparenti color crema
alzati e abbassati a mo' di vele, soavemente illuminati
dalle luci di Nando Frigerio e movimentati da elementi
mobili come un grande letto. Solo, quando scrive per il
teatro la Kristof ignora, certamente di proposito, una
delle grandi regole non scritte del dramma, ossia che l'azione
deve procedere verso una meta.
In entrambi i casi infatti abbiamo una situazione di stallo:
l'incontro squallidissimo tra una vecchia prostituta e
un vecchio ladro, suo cliente abituale, che troppo logori
ormai per fare altro si limitano a rivangare le occasioni
perdute per costruirsi un rapporto più soddisfacente;
e il monologo di una donna imprigionata dal marito in una
torre. Sarcasticamente paragonata a una principessa che
ha trascorso la vita nell'attesa dell'amante, questa in
realtà è stata segregata da un uomo che ostentando
sollecitudine per lei le ha fatto perdere progressivamente
l'uso di gambe, occhi e orecchi, rendendola un fantoccio
di puro dolore. Ora, entrambi gli apologhi, sia quello
più vivace sia quello più pesantemente simbolico,
sono consegnati come meglio non si potrebbe, mediante maiuscole
interpretazioni della Crippa coadiuvata in un caso da un
ironico, spiritoso De Capitani, con l'accompagnamento di
una geniale violinista russa, Stefania Yermoshenko. Tuttavia
durante L'ora grigia nasce un sospetto di non-progresso,
di cane che si insegue la coda - insomma, di ripetitività -
che ahimè diventa poi monotona certezza durante
l'ultima pièce del trittico; terminato il quale
(e i 100' senza intervallo) gli interpreti vengono ineccepibilmente
festeggiati.
Masolino d'Amico
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