Tram che si chiama desiderio (Un)
di Tennessee Williams
Teatro Nuovo
regia Luchino Visconti
con Rina Morelli, Marcello Mastroianni, Rossella Falk, Giorgio De Lullo, la Carabella, il De Santis, il Tonolli, la Torchio, William Bodkin, Amru Sani
Corriere Lombardo, 2 maggio 1951
Eugenio Sue è stato musicato da Riccardo Wagner. Voglio dire: ogni sera, al teatro Nuovo, Tennessee Williams ha la fortuna di imbattersi in Luchino Visconti.
Ancora una volta, l’America ha scoperto l’Europa. Gli scrittori di laggiù sono arrivati al naturalismo di Emile Zola; e, attraverso le scoperte di Sigmund Freud, vanno avanzando ipoteche su Wedekind, con questo risultato: che, mano a mano che il verismo conquista l’espressionismo, per merito della “rivoluzione dei tecnici” yankee, il melodramma riprende possesso della ribalta e Un tram che si chiama desiderio sta, press’a poco, ai nostri tempi, come Le due orfanelle stanno ai loro; perfino nella simile vicenda delle due orfanelle derelitte, gigli nel letamaio con aspirazioni da orchidee, bacate dall’ereditarietà familiare e travolte dalla brutalità della vita, con l’aggiornata aggravante di un tragico e irreparabile “fatum” viscerale e ormonico, dove la cintura pelvica e le ovaie fanno la parte del leone. Insomma, ogni epoca ha le due orfanelle che si merita, anche se non sempre ha la fortuna di possedere un duca regista capace di redimerle – artisticamente, s’intende – e scagliare i loro ginecologici furori negli incendiati cieli della tragedia. Biologica, ma tragedia. Il signor Williams è bravissimo nel combinare “libretti” di regia e sceneggiature cinematografiche da girare in campo lungo sul palcoscenico. Non nego che anche questo sia il teatro pur riservandomi di restare personalmente di diverso parere; e ammetto benissimo che quando non si è Giovanni Verga in grado di scrivere La lupa si abbia il diritto di attaccarsi al tram confidando che il guidatore sia il Visconti di turno.
“In principio era il sesso” diceva Przybyszewski. L’eroina di Un tram che si chiama desiderio incomincia dove la protagonista di Estate e fumo finisce; anzi, potrebbe, in un certo senso, essere la medesima donna dieci anni dopo. Se ben ricordate, la seconda, dopo aver avuto la bell’anima devastata da un impossibile amore che serve da campo di battaglia alla guerra della carne contro lo spirito, si trova ai giardini pubblici e si dedica al primo maldestro adescamento di un viaggiatore di commercio in transito. La nostra Blanche, anch’essa letterata, romantica, sognatrice e fantasticheggiante, affetta da quella forma di elegante nevrosi che si chiama “pseudologia fantastica” – in altre parole isterica – in fatto di adescamenti peripatetici possiede già una esperienza, di primissimo ordine.
La sua è diventata una specie di orgiastica disperazione che dai fioriti balconi del cuore dalle limpide altane del cerebro è scesa nei bui e congesti scantinati dell’ipocondria. Sposa, ha avuto subito l’anima traumatizzata dalla scoperta che il bellissimo e adorato adolescente poeta che s’era scelto come marito per il bisogno di soddisfare non so quale istinto di moglie-madre, alle caste gioie del talamo coniugale autorizzate dalle debite aspersioni di acqua benedetta, preferiva le clandestine e maledette sensazioni delle torbide relazioni socratiche. Cose che capitano, più spesso di quanto si creda se dobbiamo prestar fede al “Rapporto Kinsey”. Soltanto il vago giovane ha commesso tre errori: primo quello di ammogliarsi; secondo, quello di farsi scoprire in flagrante; e, terzo, quello di farsi saltare le cervella. Un’esagerazione.
E Blanche ha perso l’equilibrio. Alcol, disordine morale e rage au ventre ne sono state le conseguenze. Ma sempre con un’ipersensibilità degna di una principessa da favola, con un inesausto bisogno di illudersi e di illudere; qualche cosa di simile al Vestire gli ignudi di Pirandello, senza problema centrale.
Questo rottame con ali d’angelo appiccicate alle sconsacrate reni, respinta dal consorzio umano, scacciata dalla scuola dove insegnava, per corruzione di minorenne; spedita con foglio di via obbligatorio… e piuttosto avanti con gli anni, approda nei bassifondi di New Orleans formicolanti di un’elementare umanità bianca e nera, governata dall’istinto nella sua più semplice e prepotente espressione. Tutta vestita di bianco e con un’enorme pamela da fanciulla, essa è venuta a giocare la parte della vergine dolorosa presso una sua sorella, meno dotata di complicazioni spirituali, ha obbedito malinconicamente al richiamo della foresta seguendo come moglie rassegnata e felice, un rozzo, furibondo e virulento operaio, “oriundo polacco”: una specie di S.S. del sentimento e dei sensi.
Nella volgarissima e spaventosa promiscuità di quel ménage dove le busse maritali fungono da afrodisiaco e la fonda e calda intimità animale lega i cuori e gli spiriti meglio e più del rispetto e del sentimento; e il letto a due piazze è il tribunale dove si conciliano tutte le cause, la sensitiva spasima, si convelle e delira nella ambivalenza amore-odio, attrazione-repulsione verso il bestiale cognato. Quando lui, esasperato dal suo disprezzo, avrà fugato e messo a nudo il suo vergognoso passato, le avrà mandato a monte l’ultimo sogno rivelando tutto a un bravo giovane sentimentale dal quale forse si sarebbe fatta sposare e redimere; e, per giunta l’avrà piegata alle proprie voglie robuste approfittando di una notte libera a causa del ricovero in clinica della rispettiva consorte e sorella, occupata a dare alla luce un bambino, alla derelitta non resterà altra via di scampo se non quella di impazzire del tutto e consegnarsi nelle mani di uno psichiatra e di un’infermiera per farsi condurre al manicomio.
Paese che vai, tragedia che trovi. Nella Grecia di Pericle, l’eroe colpevole conquistava la propria catarsi offrendo la vita sull’ara del Dio offeso; e, nella America di Truman, cerca la salute davanti gli elettrodi dell’apparecchio per l’elettroshock inventato dal professor Cerletti. Fatta questa trascurabile riserva il dramma poi non è privo né di un suo barocco e risonante impianto, né di squarci che fanno teatralmente impressione, né di un personaggio dotato di ombre e di discrezioni umanamente originali: quello della sorella, né di audacie di situazione e coraggi verbali; né, infine, di abili manovre di aggiramento per attribuirsi drogate suggestioni e dilatazioni insolite e significative, imposte senza esclusione di colpi. Peccato che siano tutti, o quasi, colpi basi, artisticamente e… fisiologicamente parlando.
Ma il lungo, turgido e, nonostante le apparenze, drammaticamente immobile copione, conta relativamente davanti alla vera e propria ricreazione dello spettacolo come esce dalla smisurata regia di Luchino Visconti e dalla interpretazione stupefacente di Rina Morelli, due nomi che il pubblico italiano non sa forse ancora quale posto meritino nel teatro contemporaneo senza distinzione di nazionalità. Lo spasimo, la frenesia, la tensione quasi sadica, la cruda violenza e la provocante pressione con le quali il primo è capace di sopraffare letteralmente la platea riescono a conferire alla commedia una vasta, paurosa, allucinata e… illegittima tragicità che trova la sua naturale espressione nell’ossessione continua del clamore, della rissa, dell’urlo e del furore fisico parossisticamente intonati su un “fortissimo” che, straordinariamente ricco di variazioni ed escavazioni nel proprio tessuto, non si concede, per tre e più ore, un attimo di sosta.
Si potrà, forse, accusare questa regia di una certa esorbitanza, di un eccesso di aggressività e di violenza; di una predilezione del morboso, di mescolare alla intensità epica e alla risonanza sinfonica dell’accordo teatrale caratteristici di questo enorme regista, la maniaca pedanteria di una ricerca minuziosamente microscopica che arriva al vezzo di far giungere in platea perfino il rumore di un telefono occupato; di abusare talvolta del particolare cinematografico e del sottofondo sonoro; di augurarle un felice momento di noncuranza… Ma con questo? Si sarebbe definita una personalità e niente più. Per quel tanto che i paragoni possono servire, vorrei dire che mentre l’allestimento della Morte di un commesso viaggiatore consegnava all’emozione dello spettatore i risultati poetici di una regia già tutta riassorbita nell’opera, quello di Un tram che si chiama desiderio propone all’attenzione critica tutti gli enunciati di una poetica registica tendente a far corpo autonomo. Rina Morelli ha dimostrato di non aver nulla da invidiare al ricordo delle leggendarie attrici del passato. La grandezza squallida e nuda della sua recitazione di sabato sera lascerà, d’ora in poi, nella nostra mente, il sospetto che anche la disperazione della lussuria devastatrice possa avere la sua lirica elevazione.
Marcello Mastroianni ha recitato allo sbaraglio e ha dato prova di capacità non comuni conferendo al suo primitivo personaggio la cieca, squassante e spaventante violenza di un furia da epilettico. Rossella Falk, tutta avvolta nel quieto morbido e caldo velluto di una sazia sensualità; Giorgio De Lullo semplice, sofferto e dolce; precisi l’Interlnghi e la Carabella, il De Santis, il Tonolli, la Torchio e gli altri compresi i suonatori diretti da William Bodkin e i negri autentici che hanno fatto le loro elettriche esibizioni, e non esclusa Amru Sani che, col corpo e con la laringe, ha cantato due canzoni come un grano d’oppio sciolto in una coppa di champagne. Il pubblico, che aveva cominciato col respingere la commedia, è stato dominato ed esaltato dalla regia e all’interpretazione ed ha finito col decretare un trionfo allo spettacolo. |