Oscurità e minimalismo dominano nella Tosca in scena a Palermo
tra agitazioni sindacali e vistose modifiche dei cast previsti nel cartellone
della stagione. Nell’atto in S. Andrea della Valle emerge dal buio
un alto, nudo pilastro con sovrastante trave a formare una grande croce
con effetto cemento armato, in assoluto contrasto (che allo scenografo
William Orlandi sarà evidentemente piaciuto, ma a noi molto meno)
con la proiezione prospettica del maestoso interno della Basilica di
S. Pietro (?) che appare sul fondale verso la fine dell’atto. Buio
anche nell’atto a Palazzo Farnese: mobili neri e due ceri per rischiarare
l’enorme stanza del barone Scarpia. Completamente nudo il terzo
atto nel quale il povero Cavaradossi, in piedi, è costretto a
scrivere il proprio addio a Tosca su un foglietto di carta, senza avere
alcunchè su cui appoggiarsi (ma ci avrà provato il regista
Gilbert Deflo, a farlo?) mentre Tosca, in mancanza di spalti o almeno
di una botola, non può fare altro, per suicidarsi che impadronirsi
della pistola di Spoletta e spararsi, con buona pace di Sardou e compagni.
A queste preziose innovazioni scenografico-registiche vanno aggiunti nel primo
atto un chissà perché funereo Te Deum e un sagrestano
stavolta non claudicante come sempre ma, in cambio, infaticabile nello spolverare.
Per il resto, i soliti gesti e i soliti effetti più o meno scontati cosicché,
in bilico fra gratuito minimalismo e abusata routine, questa Tosca manca
soltanto di una cosa che giustifichi il tutto: le idee, senza le quali il minimalismo
rimane soltanto una parola vuota.
Poco c’è da aggiungere sul cast vocale che, nella replica cui abbiamo
assistito, vedeva nel ruolo del titolo il Soprano Susan Neves, una Tosca alquanto
matronale ma dotata di solida scuola, di buon temperamento e di notevoli mezzi
vocali. Accanto a lei, piuttosto filiforme nel fisico il tenore Andrew Richards
esibiva un simpatico timbro e una tecnica che, ancora da perfezionare, gli costava
qualche rischio nelle impennate in zona acuta. In più, i suoi manierati
atteggiamenti ricordavano con curioso effetto quelli dei cantanti americani anni
Cinquanta. Quanto al baritono Boris Trajanov che era Scarpia, lo si può definire
appena decoroso vocalmente ma del tutto incapace di dare espressione alla complessità e
allo spessore drammatico del personaggio. Stringata, controllatissima e più proclive
all’incisività drammatica che non agli slanci lirici, la direzione
di Pinchas Steinberg era indubbiamente apprezzabile, come le efficaci luci di
Bruno Ciulli, specie nel terzo atto. Buoni in complesso tutti i comprimari, ivi
incluso il pastore fuori scena, peraltro non menzionato né come personaggio
né come interprete.
Lucio Lironi