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Tony Manero
di Pablo Larraín
con Alfredo Castro (Cile/Brasile, 2008)
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Il Giornale, 30 gennaio 2009
Milk, vita e morte di un gay scomodo
Film sul potere, più che sulla gayezza, Milk di Gus Van Sant va visto dagli immemori che democrazia è partecipazione: negli anni '70, fu casa per casa, non tv per tv, che Harvey Milk gettò le basi della seconda lobby mondiale politico-economica-ideologica. Alfiere della gayezza orgogliosa, Milk restituì un senso a una vita semi-fallimentare proprio con la politica. Eppure fu solo consigliere di zona (diremmo noi) a San Francisco, che aveva allora gli abitanti di Genova. Sean Penn, come Harvey Milk, è ancora una volta straordinario; nel ruolo del suo amico-rivale-assassino, Josh Brolin resta in politica, dopo W., ma qualche scalino più in basso.
voto: 7
MC
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Corriere della Sera, 21 gennaio 2009
L' orgoglio omosex dell' attivista Sean Penn: una storia che evita la trappola della retorica
Dopo aver girato tre film piccoli e leggeri (come macchina produttiva), Gus Van Sant torna a un' opera più complessa e «pesante», a cominciare dal cast dove spiccano Sean Penn, Emile Hirsch e Josh Brolin. Resta curiosamente anche qui la presenza incombente della morte - e di una morte violenta - come già era stato in Elephant (il massacro di Columbine), Last Days (il suicidio di Kurt Kobain) e Paranoid Park (l' uccisione granguignolesca, ancorché non premeditata, di un agente) quasi a guidare il destino del protagonista e, più in generale, a ricordare un lato dell' american way of life che il cinema (tra i tanti) si sforza di rimuovere. Come indica il titolo, tutto gira intorno alla persona di Harvey Milk, il primo uomo dichiaratamente omosessuale eletto a una carica pubblica (il consiglio comunale di San Francisco) negli Stati Uniti, uno dei cento «Heroes and Icons» del Ventesimo secolo secondo Time, ucciso a revolverate il 27 novembre 1979. Un destino che la sceneggiatura di Dustin Lance Black si incarica subito di ricordare anche a chi non ne conoscesse il percorso reale, utilizzando una specie di «testamento» che Milk detta al registratore, «da ascoltare solo in caso di morte», e che ritorna lungo le due ore e dieci del film a interrompere la ricostruzione degli ultimi otto anni di vita del protagonista. La cosa curiosa è che Van Sant, dopo aver scelto di raccontare gli anni del suo maggior attivismo militante, quando si trasferisce da New York (nei cui suburbs era nato nel 1930) a San Francisco dove organizza campagne d' opinione a favore degli omosessuali e dove viene eletto in Comune, la cosa curiosa - dicevo - è che poi il film cerca come di attutirne il peso mediatico e simbolico, tralasciando di raccontare i momenti più epici e coinvolgenti di queste campagne per aprire inaspettate finestre su un quotidiano poco o nulla avvincente. È come se il film in qualche modo non volesse procedere in sintonia con la popolarità sempre maggiore di Milk (nella comunità gay e non solo), cercasse di evitare la trappola di una mitizzazione soprattutto mediatica e si sforzasse di ricordare che Milk è prima di tutto persona e solo dopo «hero» o «icon». Ottenendo due effetti in qualche modo opposti: da una parte, riportare la lotta per il riconoscimento dei diritti gay in un cammino quotidiano, fatto anche di paure, invidie e sconfitte, dove gli inciampi non sono, come succede nelle più scontate letture hollywoodiana, dei «trampolini» da cui ripartire per nuove e più eccitanti vittorie, ma piuttosto la riconferma del proprio essere «minoranza» (vedi i giochi di lobbying, alleanze e «furbizie» che Milk non esita a usare per arrivare al proprio scopo); dall' altra parte però, rischiando di disorientare lo spettatore che si vede sottrarre ogni volta i tradizionali elementi di identificazione e di immedesimazione per essere sempre riportato a ragionare (e non a esaltarsi) sulla necessità e la difficoltà di un percorso di accettazione e di riconoscimento. A equilibrare questa scelta che potremmo definire militante (Van Sant non si nasconde nemmeno oggi le difficoltà che la comunità gay deve affrontare per essere davvero e totalmente accettata) il film mette in campo un cast a dir poco perfetto, guidato da uno Sean Penn davvero ammirevole. Al di là del lavoro mimetico, che si può verificare sui titoli di coda, è la forza e insieme la semplicità dell' interpretazione che lasciano ammirati: il rischio in agguato è sempre quello della caricatura, della sottolineatura esagerata, specie da parte di attori che si portano addosso un' immagine decisamente «maschia». Penn fa dimenticare ogni cosa, accetta scene e battute non sempre gradevoli, recupera l' «orgoglio gay» tipico degli anni Settanta e trasmette il senso vero e pieno di una esistenza dove non ci si deve vergognare delle proprie debolezze. Accanto a lui, altrettanto perfetti, Josh Brolin nei panni del controverso consigliere Dan White, un irriconoscibile Emile Hirsch (era il protagonista di Into the Wild) nella parte dell' attivista Cleve Jones, James Franco in quella di Scott, a lungo compagno di Milk, e, tra gli altri, anche Lucas Grabeel, capace di passare senza problemi da High School Musical al ruolo del fotografo militante Danny Nicoletta. È grazie a loro che nella seconda parte il film ha momenti coinvolgenti e commoventi e che alla fine il messaggio di speranza (e di lotta) che Milk lascia in eredità non sembra il fervorino di un film volontaristico ma il sofferto «testamento» di una persona che ci ha aiutato a capire il mondo in cui viviamo.
Paolo Mereghetti
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Il Messaggero, 16 gennaio 2009
E John Travolta balla con Pinochet
Si fa chiamare Tony Manero, come John Travolta ne La febbre del sabato sera, ma non gli somiglia affatto. Ha passato i 50, non è bello, non è atletico, balla da cani. E non vive a New York ma a Santiago, nel 1978, in piena dittatura. Ecco perché la sua unica speranza sono i concorsi per sosia con cui nel Cile di Pinochet altri emarginati come lui cercano uno straccio di identità e insieme un modo per campare. Ma Raul non è solo un disoccupato, fissato con quel film che vede e rivede in perfetta solitudine nei più pidocchiosi locali della città. È anche un folle pronto a tutto, ma proprio tutto, per raggiungere il suo scopo.
Ci voleva un cileno nato nel 1976, tre anni dopo il golpe che abbatté Allende, per trasformare il più famoso musical degli anni 70 in un horror sociale, ovvero una strepitosa metafora della dittatura e dei rapporti fra il centro e la periferia dell'impero. Condotta senza mai salire in cattedra, ma con un senso così solido (e sordido) del quotidiano che ogni dettaglio parla.Mangiare, ballare, arredare la sua pseudo-discoteca, uccidere. Per Raul/Tony Manero non fa differenza. Dietro questa piccola storia ignobile c'è una grande Storia, ancora più orribile, che non è ancora finita. Pablo Larrain è solo al suo secondo film. Con questo ha vinto a Torino. Aspettiamo fin d'ora il prossimo.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 16 gennaio 2009
Grande Manero un'ossessione triste
Il film doppiamente premiato al Torino Film Festival 2008, vicenda d'un ballerino cileno di 52 anni che adora John Travolta, considera un modello perfetto Tony Manero de La febbre del sabato sera ed è ossessionato dal desiderio di essere come lui, si conferma bello e triste guardando lo spettacolo come specchio e metafora del mondo.
Ambientato nel 1978 nel Cile ancora dominato dalla dittatura di Pinochet, condensa in un protagonista bravissimo, Alfredo Castro, disposto a uccidere e commettere infamie per servire il suo sogno, l'ideale di un perdente, l'epopea di un fallimento. E, dice il regista pure lui cileno, concentra lo squallore di «un Paese con le mani sporche di sangue che si sforza di apparire alla moda,... che volta le spalle a se stesso».
Lietta Tornabuoni
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