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Tideland
di
Terry Gilliam
con Jodelle Ferland, Jeff Bridges, Brendan Fletcher, Janet McTeer
(fant., Gb-Canada, 122')
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Il Mattino, 17 novembre 2007
I mali della vita visti dalla parte dei bambini
Con «Tideland» Terry Gilliam è tornato a sconvolgere il cinema contemporaneo con la crudeltà visionaria, la disperazione apocalittica, l'insofferenza verso le convenzioni narrative, la voglia di far deflagrare le codificate dimensioni spazio-temporali, la vocazione a trasgredire modelli culturali radicati nell'immaginario. L'ex Monty Python, autore di film importanti come «Brazil», «L'esercito delle dodici scimmie», stavolta ha rivisitato il modello «Alice nel paese delle meraviglie» e molta letteratura per l'infanzia per ripensare il rapporto tra i figli e i genitori, restituire lo sguardo adulto e maturo di una bambina, capovolgere la gerarchia tra il mondo dei grandi e quello dei piccoli. Quando sua madre muore per un'overdose di eroina, la piccola Jeliza-Rose deve trasferirsi in una piccola casa di campagna insieme con suo padre, una rockstar fallita in preda a crisi d'astinenza. All'inizio la bambina si comporta come un genitore premuroso, si preoccupa della tranquillità del suo papà, lo accudisce, gli legge le favole, gli dà addirittura la sua razione di droga. Gilliam lavora con la solita lucidità destabilizzante sulla percezione di Jeliza-Rose e sulla nostra, sul simbolico contrasto tra interno ed esterno. La bambina comincia a confondere il mondo reale e quello fantastico, si trova ad affrontare situazioni da brivido, allontana presenze inquietanti, colleziona teste di bambole.
al.ca.
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L'Unità, 31 ottobre 2007
Siamo arrivati davvero al paradosso se un film come Tideland ha trovato
con difficoltà un distributore negli Usa (la piccola casa ThinkFilm)
e per lo stesso motivo arriva in Italia con 2 anni di ritardo. E' vero,
Terry Gilliam ha forse qualche karma di traverso: The Man Who Killed
Don Quixote resta incompiuto ("Sarà il mio film postumo" dice
lui), gli avvocati sono al lavoro per sbloccare il prossimo progetto,
The Imaginarium of Dr. Parnassus, I Fratelli Grimm ha avuto alterne fortune
però niente faceva prefigurare quanto accidentata sarebbe stata
questa uscita. Pure per Brazil comunque, il suo pomposo capolavoro retro-futurista,
il regista americano che iniziò con i Monty Pyton ebbe rogne coi
distributori. Tuttavia il modo in cui Tideland è stato accolto – è piaciuto
poco o moltissimo, ha disturbato o annoiato, in Argentina alcuni giornalisti
se ne sono andati per protesta a proiezione in corso – per alcuni
non può essere che un fatto positivo. Gilliam ha colpito nel segno, è uscito
dal seminato dei generi da supermercato del cinema. Per chi lo accetta
per l'artista che è, visionario, eccessivo, umorale, le richieste
di una semplificazione della sua poetica appaiono francamente assurde.
Lui continua per la sua strada, sempre più convinto che nelle
beghe con i produttori in genere ha sempre ragione. Non gli manca certo
il senso dello humor: l'anno scorso si è visto a New York mentre
faceva l'uomo-sandwich con addosso la scritta: «Regista senza studio,
con famiglia da mantenere, dirigerebbe film per mangiare».
Quanto a Tideland, la storia arriva dal romanzo omonimo di Mitch Cullin
(Fazi Editore, 2000) ed è l'altra faccia di "Alice nel paese
delle meraviglie", il libro preferito della protagonista Jeliza-Rose
(un'accattivante Jodelle Ferland). La fantasia serve sempre a costruirsi
una corazza per affrontare la realtà ma l'aspetto favolistico
qui è prettamente dark. Il racconto sfida un tabù dopo
l'altro: la necrofilia, l'adescamento sessuale di una bambina nei confronti
di un mentecatto adulto, l'uso disinvolto delle droghe. Naturale che
Gilliam, i suoi film parlano per lui, sia stato attirato dalla figura
di questa bambina di 9 anni che finisce sola dopo la morte ravvicinata
dei genitori eroinomani e sgangherati. Prima la madre (Jennifer Tilly)
nella casa di Los Angeles, poi il padre (Jeff Bridges), che l'aveva portata
nel casolare abbandonato dei nonni, perduto tra i campi di grano del
Texas. Jeliza-Rose finge a se stessa che il padre stia dormendo, magari
sognando di quelle leggende vichinghe di cui blaterava spesso. Tanto
che la moglie gli urlava: "Ma che c'è in Danimarca?".
Lui nicchiava. Ci sarebbe del marcio, avrebbe potuto rispondere. Ma lo
si trova anche senza andare così lontano.
La bambina si confronta
con le sue amiche immaginarie - tre teste di bambola che muove con il
dito – risultando alla fine la più saggia
di tutti gli adulti della storia. Incontra poi due vicini, Dell (Janet
McTeer) e Dickens (Brendan Fletcher). Lei è una donna inquietante,
che vive bardata con cappello e veletta contro le api e imbalsama chiunque
le capiti a tiro. Lui è il fratello mentecatto, che armeggia con
la dinamite e con Jaliza-Rose si lancia alla caccia di treni scambiati
per squali giganti. Girato in puro stile Gilliam, con ottiche deformate,
angolazioni sbilenche, scenografie favolistiche e grottesche (direttore
della bellissima fotografia è Nicola Pecorini) Tideland in fondo è il
suo film più sentimentale e indifeso, paradossalmente ottimista
se si guarda alla forza con cui la protagonista affronta lutti e mostruosità.
Sembra che ci sia una situazione totalmente incancrenita e Tideland ne è un
requiem quasi apocalittico. E poi c'è la determinazione di sopravvivere
di una bambina dalla fantasia prodigiosa, che filtra e rimanda come attraverso
lenti deformanti la sua versione dei fatti. Questo è il punto
di vista del film, che perde immediatamente la linea di demarcazione
tra la realtà e l'immaginazione. Da qui la sensazione di assistere
ad una messa in scena senza un filo conduttore – sembra che tutto
possa accadere – e come unico centro di riferimento l'umore cangiante
di un'adolescente. Un appunto che gli hanno mosso in molti, chiedendo
ad un regista visionario, un amante dell'iperbole, di imparare a mettere
paletti alla sua sensibilità eclettica, di strutturarla meglio
e renderla più narrativa. Come chiedere ad un canguro di imparare
a camminare composto.
Pasquale Colizzi
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La Repubblica, 9 novembre 2007
Che strano, imparagonabile oggetto filmico è Tideland-Il mondo
capovolto, ultimo prodotto della fantasia visionaria di Terry Gilliam.
Sulla base di un romanzo di Mitch Cullin, il regista di "Brazil" mette
in scena una versione di "Alice nel paese delle meraviglie" stravolta
e sotto acido, dove una piccola attrice di nome Jodelle Ferland, da cui
Gilliam è con ogni evidenza stregato, si esibisce per due ore
in un repertorio di smorfie e mossette, parlando con teste di Barbie
e sostenendo sulle fragili spallucce il peso di un film visivamente notevole
(l'immaginazione e il virtuosismo formale del regista restano intatti),
ma che ti strema ripetendosi senza mai "iniziare" davvero.
Dopo la morte per overdose della madre, Jeliza-Rose, dieci anni, giunge
in una baracca della campagna texana assieme al padre, che fa subito
la stessa fine di mamma. Qui la bimba inventa un mondo immaginario, dove
incontra una strega e un epilettico; che forse esistono, forse no.
Mentre resti con l'appetito insaziato, non capisci neppure se l'avventura
di Jeliza-Rose sia una mozione a favore del sogno, o un monito sull'inevitabile
risveglio alla realtà. Jeff Bridges fa praticamente la parte della
mummia.
Roberto Nepoti
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Il Giornale, 2 novembre 2007
Il rocker drogato e la bambina: pasticcio gotico che non finisce mai
Passo
falso di Terry Gilliam, postfelliniano che usa e abusa dello stile onirico
assieme a Tim Burton, che ha comunque più talento.
Questo vaneggiante intruglio surreale, Tideland, narra le vicende di
un bimba, il cui padre è un rocker drogato, che sta accanto
al genitore con l'accanimento tipico di chi non ha altri al mondo.
Lo aiuta persino a iniettarsi eroina. Una bella esperienza per una
bambina, assieme a quella di vivere spaventosi incubi reali. Ma si
sa, i bambini sono un ricorso infallibile se si vuole catturare il
cuore degli spettatori, con la differenza che nel film di Gilliam tutto è distorto
con studiato calligrafismo, che copre l'immonda materia assieme a episodi
palesemente ipocriti e sottilmente ambigui: i signori pedofili si possono
accomodare.
Nella totale distorsione della visione panoramica, il surrealismo e la
necrofilia la fanno da padroni, ma se si vuole individuare il fruitore
di questo prodotto lo si può cercare invano. Sono i tipici racconti
amati dagli autori, e basta. Nella totale distorsione di ogni palpito,
di ogni gesto degli odiosi protagonisti, i più ottimisti potranno
definire il calembour una fiaba gotica: Lewis Carrol e Dickens sono gli
ispiratori innocenti di una malsana e ambiziosa miscela che si consuma
nell'eternità di due ore.
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Il Manifesto, 30 ottobre 2007
Se i bambini fanno male alla violenza
Provocatorio, offensivo, romantico. «Tideland» il film del
2005 diretto da Terry Gilliam. Una fiaba nera, imperdibile e «indipendente»
Cercatelo, ma non sarà facile trovarlo. Tideland - Il mondo capovolto
esce in 24 copie, il 31 ottobre, e la casa di distribuzione neonata (auguri)
dal magnifico nome di Officine Ubu, non ha il potere di imporlo ovunque
(a Roma è al Farnese e al Politecnico). È un film meravigliosamente
sconvolgente. Che lancia Jodelle Ferland, star di 9 anni e mezzo della
tv canadese, e qui capace di trasformarsi in 19enne o 30enne a seconda
delle necessità del copione, lì dove la situazione potrebbe
traumatizzarla ed è invece lei a traumatizzarci con la sua innocenza
feroce (a 9 anni si metabolizzano da dio i telefilm...).
È un western d'oggi, dark e d'amore, in cui le lucciole hanno
un nome e si nuota in aria e sottoterra. Pauroso, ma dalla luce gialla
radiante, che non lascerà nessuno indifferente. Lo adorerete o
lo odierete. Sentimenti estremi, introvabili all'uscita dei multiplex
ormai, anzi quasi proibiti. Tideland («La terra della marea»), è tratto
da un bestseller profetico, anno 2000, del trentenne texano Mitch Cullin,
che si vede in una scena, sull'autobus, dietro a Jeff Bridges, il Mastroianni
di Terry Gilliam, che dirige guardando «la bontà e il mostro» che
sono in noi, rischiando di fare il film più insostenibile dell'anno
(beh, è del 2005, non è colpa sua se l'Italia è l'ultimo
paese dove esce). In Tideland c'è tutto quel che angoscia oggi
il cittadino d'Occidente: eroina e overdose, terrorismo, necrofilia e
imbalsamazione, petomania, pedofilia e violenza ai minori, follia...
eppure è un film che dice un grande sì alla vita. E vuole
provocare il nostro modo di trattare, male, l'infanzia, anche senza torcere
mai ai bimbi un solo capello. Provocare è la parola. Offendere.
Offendere anche la religione, finalmente e la sua esclusiva sulla morte. È questa
la conquista della civiltà occidentale. Se non fosse così,
senza Illuminismo, qui e nell'Islam, metà delle commedie che si
realizzano (e delle vignette, e dei cori ultrà) sarebbero illegali.
Già, i cori ultrà sono illegali....
Iconograficamente questa fiaba nera è molto ricca e provocatoria.
C'è dentro Alice nel paese delle meraviglie e Psycho di Hitchcock,
testoline di bamboline che sono quasi Barbie, e dunque Svankmeyer; Bunuel
del Cane andaluso e Walt Disney, l'adorato e maestro (Gilliam è soprattutto
un cartoonist), visto lo scoiattolo parlante. Il clima è da Zazie
di Queneau. Molto citato il pittore gotico delle praterie, Andrew Wyeth,
a cui il direttore della fotografia, il «nostro» esule Nicola
Pecorini, ha aggiunto fish-eye, dinamismo da sublime steady-cameraman
e un po' di acido lisergico degno di Paura e delirio a Las Vegas. La
luce e i campi di grano sono autobiografici, ricordano il natio Minnesota
del regista (ma il set è in Canada, perché solo lì Gilliam
ha trovato la produttrice, con una sensibilità e il coraggio unghiuto
necessari). Il regista inglese (ha appena rinunciato alla seconda cittadinanza
Usa) che viene da Monty Phyton e passa per Brazil, Il senso della vita,
Munchausen e altri capolavori né mainstream né underground,
lo ha interpretato usando uno schema che, per ritmo narrativo, è antitetico
alle leggi «aristoteliche» di Hollywood. Il metodo Gilliam è 1.
interessare il pubblico all'inizio. 2. Conquistare la sua attenzione
nel mezzo, osando 3. finire con qualcosa di memorabile.
Ci dice, a Roma per la promozione, che sono pochi i cineasti oggi capaci
di questo, i Coen, Stephan Chow, forse Burton... Perfino Spielberg ormai
fa grande cinema ma solo a lampi, e Gondry «dovrebbe cambiare sceneggiatore».
Insomma è la linea nobile del cinema Uk che Giliam oggi cerca
di incorporare, ora che con le major (dopo I fratelli Grimm) non si va
più d'accordo. Forse ripensando a Derek Jarman, che non amava
scrivere le sceneggiature, ma quando ne fece una, compatta e perfetta,
disse: «l'unico che potrebbe dirigerla è Terry Gilliam».
Sentiamolo: «Ho voluto contrastare l'immagine dei bambini che ci
propinano, sempre come vittime passive. Per me non lo sono affatto. Sono
forti, sanno reagire, sanno trovare sempre la strada per sopravvivere.
Io ho voluto vedere cosa succedeva prendendo una bambina e facendole
affrontare una serie di esperienze dark. Altroché se riesce a
cavarsela! Sa sopravvivere benissimo. Io ho inserito aspetti più sfumati
e teneri, accanto a quelli più provocatori. In fondo ci sono entrambe
le mie personalità, quella della brava persona ma anche il mio
mostro. Ma la mia speranza è di incoraggiare le persone a reazioni
forti. Oramai ci sono tanti film fatti per addormentarsi mangiando pop
corn. Io mi sforzo di reinterpretare questo mondo con occhi nuovi. Il
mio mestiere è di indurre il pubblico a scoprire questo mondo
nuovo...Tideland è molto simile a Brazil. Entrambi sono una reazione
catartica nei confronti dell'America. Mentre ci sono non pochi problemi
anche per il mio prossimo film, Doctor Parnasus, con Heath Ledger e Tom
Waits, oltre che per il Don Chisciotte, che dovrò rigirare, aspettando
i tempi morti di Johnny Depp». Ma è «un requiem per
l'America?» gli chiedono? «Beh, anche l'Inghilterra non scherza».
E rispetto al romanzo? «Ho solo eliminato il racconto il prima
persona, per lasciare il finale più aperto e ho aggiunto un po'
d'accento sugli elementi presi da Alice nel Paese delle Meraviglie, per
portare tutti gli spettatori nel mondo della protagonista, giù con
lei nel cunicolo del coniglio».
Roberto Silvestri
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Il Messaggero, 1 novembre 2007
L'Alice nerissima di Terry Gilliam
Il digitale ucciderà il cinema fantastico? Sembra un paradosso
ma è quanto si pensa uscendo da Tideland, fiaba nerissima tratta
dal romanzo di Mitch Cullin: «un mix di Psycho e Alice nel paese
delle meraviglie» (Gilliam dixit) che sullo schermo resta senza
un centro malgrado la materia ribollente, la forza visionaria e i mille
rimandi figurativi (Disney, Buñuel, i pittori delle praterie...).
Jeliza-Rose ha nove anni, un nome impossibile, due genitori eroinomani,
tre teste di bambola per sole amiche. E una fantasia fervida con cui
dà vita a un mondo allucinato ma più sopportabile di quello
reale in cui deve preparare le siringhe con la droga, massaggiare i piedi
della mamma, sopportare i deliri di papà. Finché la mamma
crepa e lei se ne va col padre nella casa della nonna, polverosa ma intatta
anche se la vecchia è morta da anni. E siamo solo all'inizio,
laggiù nella prateria accadrà (è già accaduto)
di tutto. In un crescendo di rivelazioni che accumula un po' meccanicamente
incesti, follia, cadaveri impagliati, e via affondando in un gorgo malato
ma risaputo, quasi convenzionale. Con immagini a volte bellissime (le
bambole, in particolare) e lunghi momenti di inerzia dominati da una
sgradevolezza gratuita. L'ennesima occasione mancata di un cineasta grande
anche negli errori, ma sempre più difficile da amare.
(F. Fer.)
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