Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Ti amerò sempre
Ti amerò sempredi Philippe Claudel
con Kristin Scott-Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius
 
L'Unità, 6 febbraio 2009

15 anni dietro le sbarre possono fare terra bruciata di quella rete di contatti di cui si nutre la nostra quotidianità. Cosa si prova lo saprà chi impegnato a creare un senso al mondo "rinchiuso" di colpo deve trovarne uno per quello all'aperto. Il capitolo delle domande è paradossale e comico: cosa hai fatto tutti questi anni? Puoi rispondere: "Sono andato a letto presto". Ma soprattutto cosa avrai fatto di così grave? Tutte spiegazioni a cui Julienne (Kristin Scott Thomas) si sottrae con scivolosa imprendibilità: appena tornata in libertà la sorella Lea (Elsa Zylberstein) la ospita in casa a Nantes, con la sua famiglia "Benetton": marito, due figlie adottive vietnamite e un suocero polacco e muto che passa il tempo a leggere. Per i propri familiari Julienne era stata rimossa dall'albero genealogico quando uccise il figlio piccolo. Per la sorella, più giovane, restò un fantasma ora riapparso all'orizzonte, con tutti i ricordi di un'infanzia complice, quando le due suonavano al piano "A la claire fontaine" e cantavano "Il y a longtemps que je t'aime", è da tanto che ti amo. Le due donne tentano di ricollegare i fili di un rapporto interrotto traumaticamente, sebbene Julienne abbia tempi lunghi e un'amarezza come filtro per guardare il mondo. Però la vita familiare che le esplode attorno, un lavoro, l'accenno di un flirt e la "spiegazione" che nessuno era riuscito a estorcerle fanno intravedere spiragli.
Centrata sulla dura espressività di Kristin Scott Thomas, miglior attrice agli Oscar europei e candidata ai Golden Globe, la storia si svela con grande naturalezza. L'attrice inglese ma parigina di adozione si muove rigida, poco conciliante, intimamente rassegnata allo stigma di madre snaturata e persona socialmente irrecuperabile. Ma la forza della sua interpretazione le evita sottolineature e la ridondante depressività che già abbiamo subìto in personaggi simili al suo. Tutta cuore e ghiaccio freddo, Isabelle Huppert insegna. Regista esordiente e sceneggiatore Philippe Claudel, prolifico scrittore noto in Francia che ha frequentato il cinema per vie traverse e qui si è dimostrato sicuro, pulito nei movimenti, per niente furbo. E sì che c'era materiale per strappare lacrime tra lutti e pentimenti, oltre al carcere come luogo di languore esistenziale (Claudel ci ha insegnato per 11 anni). Invece la sua cifra si va riscaldando passo dopo passo, chiaramente intenzionato a chiudere con un tono di speranza. Un cauto ottimismo per lo scrittore che ha puntato su un ensemble multietnico tra parenti e amici e non ha fatto squillare un cellulare per tutto il film.

Pasquale Colizzi

 
Il Mattino, 7 febbraio 2009

Scott Thomas tra i segreti di una vita dietro le sbarre

Kristin Scott Thomas, sensibile attrice inglese classe 1960, accrescerà il numero di ammiratori grazie a questa incarnazione raffinata, sommessa e molto cerebrale. Nello stile tipico di un cinema francese di stampo letterario - perfetto, cioé, sul piano psicologico, ancorché non troppo avvincente e coinvolgente - «Ti amerò per sempre» descrive l'arrivo di Juliette nella casa della sorella minore Lèa, tranquilla insegnante di Nancy. La complessa rete di relazioni che s'instaurano tra la silenziosa reduce da quindici anni di galera e il nucleo familiare (un marito, due figlie adottive e il suocero) dovrebbe scandire una sorta di dolorosa rinascita alla vita; ma il segreto atroce che rende Juliette indurita e taciturna finisce per riflettersi persino sui segreti e le bugie degli svariati personaggi provinciali che vengono a contatto con l'«estranea». La Scott Thomas, sempre senza trucco, pallida, intensa, via via macerata dai piccoli traumi o dalle impercettibili infrazioni che preludono al clamoroso colpo di scena finale, è il perno indispensabile di un film austero e rigoroso che, altrimenti, apparirebbe troppo freddo e premeditato. Lo scrittore Philippe Claudel, infatti, accentua dietro alla macchina da presa la vocazione intimistica inanellando un album d'immagini a doppio fondo: sobrie e molto «fisiche» in apparenza, ma attraversate in profondità da scariche emotive devastanti.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 6 febbraio 2009

L'abisso di Kristin segnata dal dolore

Una donna segnata da una colpa terribile torna dalla sorella dopo esser stata quindici anni in prigione. In comune hanno solo ricordi. Quando la primogenita è andata dentro, l'altra era quasi una ragazzina. Ora tutto è cambiato. La più giovane, Léa (Elza Zylberstein, perfetta) ha un marito, un suocero che non parla, due figlie adottive. «Non è che non potessi avere bambini, è che non mi sentivo di averne uno dentro la pancia». Si capisce: la sorella è stata condannata per aver ucciso il figlio di sei anni. Nel frattempo è stata annientata. Dal dolore, dalla famiglia, che ne ha cancellato ogni traccia, dalla società che oggi la rifiuta.
Ma tutto questo lo scopriamo poco a poco. Quello che vediamo all'inizio è soprattutto il nulla, il vuoto, l'abisso che si porta dentro Juliette (una Kristin Scott Thomas assolutamente prodigiosa). Un abisso che il film lentamente esplora e prosciuga, come una palude. È il lato migliore dell'esordio di Philippe Claudel, scrittore già molto noto (il suo romanzo più famoso è Le anime grigie, ed. Ponte alle Grazie), arrivato al cinema per raccontare una storia cui la pagina andava stretta. Ed è proprio la partitura di tempi, incontri, falsi movimenti in cui si iscrive la lenta rinascita di Juliette, il coro di personaggi che la circonda ora soffocandola ora facendole quasi da specchio, che avvince e emoziona.
Un poliziotto mite e loquace, ma più disastrato di lei; un estraneo rimorchiato e liquidato al volo (scena impagabile); una nipotina invadente; la madre affetta da demenza che la tratta da bambina. Mentre le inevitabili spiegazioni circa quel delitto d'amore suonano meno intonate. Forse perché il cuore del film è altrove. Non nei fatti, ma nella trama impalpabile delle loro conseguenze. Nella distanza invalicabile che separa Juliette dal resto del mondo e forse da se stessa (solo un professore che per anni ha insegnato in carcere, come Claudel, sembra capire senza giudicarla). Non era facile calarsi in questa dimensione. Claudel e le sue attrici lo fanno con coerenza e coraggio. Facendosi perdonare un paio di scivolate. E un'insistenza contro Parigi e le sue mode che a tratti vedi il pretestuoso "processo" a Rohmer sfiora la retorica.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011