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Wrestler (The)
The Wrestlerdi Darren Aronofsky
con Mickey Rourke, Marisa Tomei (Usa, 2008)
 
L'Unità, 7 marzo 2009

Rust never sleep

Era tornato per vincere ma come il suo personaggio s'è preso applausi dal pubblico, nessun trofeo. A Venezia come agli Oscar (salvo i Golden Globe). Perchè Mickey Rourke è ancora il looser sanguigno che gira con occhiali da sole anche in notturna (per nascondere problemi di vista) e ha un viso che la racconta tutta sulla sua vita hardboiled. E capita (poche volte) che un attore incarni così bene il personaggio che si trova a interpretare, da sviluppare quella magia che si chiama “cinema”.

E' successo per THE WRESTLER del genietto (incompreso?) Darren Aronofsky, in cui Rourke è una vecchia gloria di questo sport che esibisce la lotta e non sa sa resiste lontano dal ring. Una sorta di Iggy Pop che si crocifigge e si fa martoriare sul campo dal rock’n’roll, stessi capelli biondi e impastati, muscoli più carichi e le fessure degli occhi sempre più sottili.

La stampa ci va a nozze con questi ruoli “meta-biografici”. Lui, 52 anni, ne avrebbe da raccontare. Specie degli ultimi 15 di semilatitanza dal grande schermo. Se non per piccole partecipazioni. “Solo i miei cani lo sanno che fine ho fatto”, digrignava, gentile ma quasi spaventoso a Venezia, lontano anni luce dal sex symbol che fu ai tempi di Nove settimane e mezzo. Anche Kym Basinger aveva fatto un ottimo ritorno con il film di Arriaga al Lido. Ma è tutta un’altra storia.

Lui negli anni Novanta, causa scelte sbagliate e una cattiva fama sul set, è così caduto in disgrazia da inventarsi una nuova visibilità da pugile. La sua attività giovanile. Dopo la relazione caldissima e molto smanacciata con Carrè Otis, è andato a sfogare la rabbia sul ring.

Parte del merito dell’operazione di The wrestler naturalmente va anche a Robert Siegel, che ha scritto un personaggio così coriaceo e allo stesso tempo fragile, che si carica con le urla dei ragazzini arrivati nelle piccole palestre degli incontri e si vergogna dietro il bancone di un supermercato dove lavora per tirare avanti. La sua solitudine, con una figlia che non vuole accettarlo, la modesta casa roulotte, l’amica stripper (Marisa Tomei) con cui vorrebbe stringere una relazione già in partenza complicata e quell’infarto che dovrebbe costringerlo al ritiro ce lo fanno sembrare un eroe drammatico, un working class hero.

Artista della macchina da presa dalle alterne fortune (Pi greco, Requiem for a dream), il regista Darren Aronofsky aveva fatto il passo più lungo dello schermo con The fountain, storia d’amore new age ma forse poco comprensibile che ha incassato solo 15 milioni di dollari nel mondo. Praticamente una disfatta difficile da far digerire ai suoi produttori. Hollywood è così: si entra facilmente nella lista dei “talenti da tener d’occhio” (Aronofsky ha 39 anni) e senza troppo stupore, ai primi rovesci, si ritorna a fare anticamera negli uffici dei boss degli Studios.

Per questo film ha solo pedinato Rourke tutto il tempo, riuscendo a mettere sulle spalle dello spettatore la stessa croce del protagonista, con una sorta di “documentario su questi atleti, non un prodotto glamour tipo Rocky” come si augurava (ingenuamente) l'attore.

Il film è molto ancorato agli anni Ottanta. La colonna sonora per esempio spazia dagli Ac/dc ai Guns’n’roses e tutto l’hard core molto spettacolare che circolava in quel periodo, “prima che quel frocetto di Kurt Cobain rovinasse tutto” dice nel film Randy “L’ariete”. La canzone che chiude il film è firmata da Bruce Springsteen: meglio andare sul sicuro.

 
Corriere della Sera, 13 marzo 2009

La vita spericolata di Rourke il lottatore

Che solo chi cade può risorgere il cinema americano l'ha spiegato sempre arrivando al successo di Rocky, il vincitor perdente. Il film di Aronofsky acclamato a Venezia, ripete questo comandamento con abilità narrativa, posizionamenti affettivi furbi e chiamando testimone un attore loser che così si è riappropriato con bravura della carriera, Mickey Rourke. Si sa che redenzioni e resurrezioni pagano sempre con interessi e Rourke si è giocato per intero con questo personaggio di lottatore che prima mitico e poi dimenticato torna sul ring per una ultima partita dopo l'alcol e tutti gli eccessi. Impianto moral didascalico classico in un film di alta furberia: le psicologie sono come tutti vorrebbero per non sforzarsi, il cast ha valori aggiunti (Marisa Tomei strepitosa) e la morale è che bisogna sempre lottare per vivere una vita sì spericolata, ma poi svoltare.

VOTO: 6,5
Maurizio Porro

 
Panorama, n.11 2009

Rourke caduto e risorto

La voglia di riscatto è l’arma migliore di The Wrestlerdi Darren Aronofsky: il regista doveva riprendersi dal fallimento del pretenzioso The fountaine il suo protagonista Mickey Rourke da vent’anni di buio esistenziale, lifting deturpanti, boxe fuori tempo massimo. Senza il corpo e il volto martoriato dell’attore, quella sua massiccia, sporca
voglia di stare sul ring dello showbiz e crocefiggersi per lo spettacolo, il film sarebbe solo un classico racconto nel tono «American way of life». Dopo un infarto e un bypass, il wrestler Randy the Ram dovrebbe lasciare i dolorosi match, ma non può perché quella è la sua vita: divertire la gente, spararsi graffette nella pelle con la cucitrice, lanciarsi di piatto sull’avversario, fosse anche l’ultima volta.
La criniera bionda di Rourke, i tatuaggi sotto le tute fluorescenti, la sua amara autoironia (irresistibile quando fa il commesso al banco alimentari con la cuffietta in testa), aggiunti al tono livido e documentario della regia, trasformano The Wrestler in una vera e propria passione laica, inno al fallimento che va onorato sino in fondo. In questo universo disperatamente macho, e dunque fragilissimo, rilucono due attrici meravigliose, Marisa Tomei e Evan Rachel Wood.

Piera Detassis

 
Avvenire, 7 marzo 2009

Rourke sale sul ring per raccontare la sua vita

The Wrestler non segna tanto il ritorno del bravo Mickey Rourke al ruolo di protagonista in un notevole film di Daren Aronofsky, ma sancisce l’approdo di un uomo dal carattere difficile a quella che era la caratteristica di tanti cowboy del vecchio western: un personaggio che non si dà per vinto davanti alla più spericolata delle avventure.
Si può avere anche della disistima per se stesso come Randy che, dopo essere stato con il nome di Randy l’Ariete un idolo delle folle del wrestling, l’incredibile lotta all’americana, si ritrova dimenticato ma non vinto. Ha una figlia di cui va alla ricerca (l’attrice Evan Rachel Wood) e una donna che gli vuol bene, Marisa Tomei che, come Rourke, ha avuto una carriera sfortunata.
Il mondo di Hollywood non­ è mai piaciuto a Rourke che lo considerava ipocrita. E, per staccarsene, volle salire sul ring. Botte da orbi ma, dice lui, nessuna sconfitta. Si ritrovò con la faccia rovinata, conobbe anche il carcere. Ebbe la carriera distrutta.
Era un campione e non è ­più nessuno. Ma la sua storia, per certi versi eccezionale, colpisce il regista Darren Aronofsky che vuole, con gli opportuni cambiamenti, raccontarla sullo schermo. Gli dà fiducia, lo convince a ritornare in palestra, ad allenarsi nel wrestling, a risalire sul ring nonostante nel racconto la compagna e la figlia lo sconsigliano dal farlo. Ma lui insiste e mostrerà di avere ragione… Gran merito della bella riuscita del personaggio di Randy l’Ariete e delle due figure femminili che lo affiancano va attribuito al regista che ha guardato al mondo del wrestling con profondo senso di umanità. Nessun eccesso, nessun moralismo di troppo. Scene anche violente ma sostenute da un ritmo veloce che hanno fatto di un film in apparenza minore il risultato più valido dell’ultima Mostra di Venezia e di Rourke un candidato parecchio quotato nell’Oscar recente per il premio al migliore attore protagonista. Ci si augura che, dopo la festa, Rourke non venga di nuovo dimenticato.

Francesco Bolzoni

 
Il Manifesto, 6 marzo 2009

Sogno e agonia sul ring «The Wrestler», il leone

Una massa di carne maciullata, Mickey Rourke, il campione di The Wrestler del camaleonte di Brooklyn, Darren Aronofsky, che cambia stile a ogni film. Ultimo a passare nel concorso della Mostra di Venezia 2008, The Wrestler ha vinto il Leone d'oro e rilanciato tra le stelle l'attore di Rumble Fish che ha sfiorato l'Oscar, vinto da Sean Penn. Un bacio lanciato dalla platea del Kodak Theatre all'eroe di Milk, ha incoronato Rourke vincitore virtuale della statuetta d'oro.
Il film di Aronofsky chiude l'era Bush. Pensato come agonia di una stagione conclusa, è arrivato sugli schermi del Lido a pochi giorni dalla vittoria di Obama. Poi, l'America non sarà più la stessa. E a vederlo ora The Wrestler suona ancor di più da requiem alla genia degli «uomini veri» caduti sotto i sensi di colpa. Gli stessi che devastano il vecchio leone Randy «The Ram» Robinson, una carcassa piagata come quella di Gesù nella Passione di Cristo di Mel Gibson - «quello lì sì che era un duro» - ridotto così dagli anni Ottanta di Reagan, massacrato sul metaforico ring degli incontri di wrestling.
Trapassato dallo spara-chiodi, arma concessa ai lottatori più sadici, innaffiato da una pioggia di sangue, martire dei suoi amati fans assetati di linciaggio, Randy è diventato sordo, ha perso la memoria, ha la schiena spezzata, si impasticca di antidolorifici, di ormoni della crescita e di un'altra decina di droghe. Eppure non può sfuggire a se stesso, a quel che è stato, «The Ram», l'Ariete, idolo dei ragazzini che giocano ancora con il pupazzetto forzuto in cui è stato immortalato. Appesa dietro il suo letto c'è la bandiera a stelle e strisce, nel suo cuore l'heavy metal del Guns and Roses e il poster dei Ac/Dc, il decennio della potenza americana, quella che John McCain voleva resuscitare nella sua patetica corsa all'indietro da «reduce del Vietnam». Dopo, arrivò quel «frocetto» di Kurt Cobain e la «decadenza» clintoniana, e dopo ancora la farsa bellica di Bush, la ri-vincita, il ri-match come lo chiama il manager di Randy, chiamato a esibirsi come ai vecchi tempi contro il campione iraniano, l'Ayatollah. Bandiera nemica sventolata sul quadrato contro il grido della platea: «Usa, Usa, Usa».
Lo sguardo di Aronofsky è velato di pietà nel raccontare la vita del suo eroe ammaccato, un grandissimo Mickey Rourke, anche lui devastato dalla guerra, quella di Hollywood che lo cacciò dal red carpet per motivi opposti a quelli di Randy. L'attore, tra i migliori, disubbidì a un produttore che gli chiedeva di recitare una stupida battuta contro l'esercito repubblicano irlandese, è Rourke, irlandese, si rifiutò. Chiuse le porte delle major, si diede alla boxe e la sua bella faccia si frantumò proprio come quella di Randy. The Wrestler è un film ritagliato su di lui, e amorevolmente lo segue nella ricerca di una via d'uscita.
Colpito da un infarto, il campione decide di ritirarsi, il by-pass non gli permette che di servire casalinghe disperate al bancone di un supermarket, con una ridicola cuffia in testa e il grembiulone. Cerca di conquistare una ballerina di lap-dance, Cassidy (ottima Marisa Tomei), dolce corpo in via di pensionamento, anche lei vogliosa di cambiar vita. Cerca di riconquistare la figlia adolescente, abbandonata da anni, ma arriva tardi a un appuntamento e la perde di nuovo, nonostante il doppio regalo di due giubbotti vintage. «Gli unici che mi fanno male sono fuori di qui», i sentimenti. A Randy non resta che l'ultimo volo spiccato dalle corde del ring, il tuffo nella sua vita passata, che era già morte.
Darren Aronofsky passa dal dramma cabalistico P greco , che lo lanciò nel 1998 al Sundance, allo psichedelico new age di The Fountain (2006 Venezia), annientato dalla critica che, senza memoria, ha applaudito due anni dopo il regista Leone d'oro. Eppure The Wrestler mantiene, nella sua forma di «reportage», quel tocco metafisico da sogno oltre il sogno di The Fountain e ci lascia quest'amaro tributo d'amore ai «loosers».

Mariuccia Ciotta

 
Corriere della Sera, 6 marzo 2009

Rourke, sudore e sangue
L' attore ha lasciato l' impronta del suo passaggio nella storia del cinema

Su The Wrestler è stato scritto e detto tanto, dal Leone a sorpresa di Venezia alle nomination per l' Oscar, che c' è poco da aggiungere. Se non il consiglio di andare a vederlo perché si tratta di una notevole esperienza sotto l' aspetto umano prima che artistico. Mi spiego: il campione del titolo è un indomabile veterano della sfida-spettacolo chiamata «wrestling» (derivato da to wrest, cioè lottare), un genere di successo popolare negli Usa. Calci in faccia, cazzotti dove arrivano, strangolamenti e chi becca becca. C' è da farsi male, ma il film di Darren Aronofsky ci rivela che è tutta una «combine»: i feroci avversari del ring sono in realtà complici. Per eccitare il pubblico si mettono d' accordo in spogliatoio, studiano i colpi in grado di fare scena e fingono un forsennato antagonismo di facciata. Resta il fatto che in mezzo a tanto gesticolare c' è sempre il rischio che qualche botta arrivi a segno; e allora sono ecchimosi e fratture varie. Non è insomma un' impresa agevole. Sicché ho trovato lusinghieri gli apprezzamenti su Mickey Rourke dei veri «wrestlers» che hanno lavorato con lui. Le dichiarazioni sono apparse sulla rivista Total Film, che ha intervistato tipi dai nomi minacciosi come Ron Killings o Necro Butcher, oltre al campionissimo svizzero Claudio Castagnoli. Tutti concordi nel constatare che Mickey si è imposto come uno della famiglia, generoso e spericolato, sempre disposto a mettersi in gioco. Non mi pare che nessuno, all' apparire del fenomeno The Wrestler, sia andato a cercare Liliana Cavani per renderle un dovuto omaggio. Quando vent' anni fa la regista girò una nuova versione del suo Francesco (che aveva già fatto nel ' 66 per la tv con Lou Castel), scelse proprio Rourke, ovvero un divo che si spartiva tra l' erotico e il poliziesco; e tutti pensammo a una mossa per assicurare alla produzione un valore aggiunto di stampo hollywoodiano. Ricordo che se ne parlava così, mentre Liliana fu la sola ad accorgersi che dietro quel tipetto alla moda c' era un personaggio problematico, capace (misticismo a parte) di fare scelte insensate come quelle per le quali Francesco fu considerato matto. Dare un calcio all' agiatezza scegliendo di vivere in santa povertà fu la lezione del santo, a suo modo imitata da Rourke. Accadde infatti poco dopo l' intermezzo umbro che da attore di successo Mickey tornò a fare il pugile e con il nome di Marielito vinse in Florida nel 1991 il suo primo match. «Mi ero reso conto che non mi piaceva il mestiere e non mi piacevo io - ha raccontato l' attore in un' intervista -. Sentivo un senso di colpa nell' avere successo facendo un film dietro l' altro e così mi sono rapidamente autodistrutto». Solo dopo quattro o cinque anni, avendo in pratica smesso di lavorare per dedicarsi alla boxe, il nostro si rese conto che aveva esagerato e rientrò pian piano nella normalità. In tal modo è riuscito a cogliere al volo l' occasione di The Wrestler, un piccolo film a bassissimo costo che non a caso racconta la vicenda di un rottame umano impegnato nello sforzo di tornare a essere quello di prima. Aronofski non ha certo realizzato un capolavoro, ma è riuscito a fare qualcosa di credibile, curato nei particolari e in grado di valorizzare anche l' indubbio talento di Marisa Tomei. Il valore dell' impresa sta peraltro nella descrizione dietro le quinte di un ambiente poco esplorato che scopre un aspetto crudele dell' America. Nell' antico dibattito fra Diderot e Stanislawski (chi recita deve fingere o vivere?) Mickey Rourke con questa coraggiosa metafora della sua crisi dà una risposta più convincente, in quanto pagata di persona a prezzo di sudore e sangue, di tante teorie astratte dell' Actors' Studio. Vedremo il seguito, se ci sarà, ma l' interprete del «wrestler» ha comunque lasciato l' impronta del suo passaggio nella storia del cinema.

Tullio Kezich

 
Il Mattino, 7 marzo 2009

Rourke, ritorno da campione

Beffato dai parrucconi dell’Oscar, Mickey Rourke è l’ultimo divo tutto genio & sregolatezza, l’ultimo a pagare le cambiali del perduto successo e l’ultimo a esibire orgogliosamente i vistosi rattoppi non solo imputabili al chirurgo plastico. In questo senso «The Wrestler» di Darren Aronofsky rappresenta un modello di autobiografia indiretta: il fu sex symbol di «Nove settimane e mezzo» vi campeggia in lungo e in largo, trovando nell’ambizioso autore di Brooklyn una chiave perfetta per sublimare in pura retorica americana i propri umanissimi guai. La trama dell’apologo a basso costo, dietro cui s’intravedono tanti titoli sul rapporto tra gloria sportiva e autodistruzione patetica, lo vuole infatti protagonista con la sua vera faccia rottamata e i suoi veri muscoli prossimi a franare in ciccia. Randy «The Ram» Robinson, acclamato campione negli anni Ottanta, si accontenta ormai degli ingaggi nei locali di terza categoria del New Jersey, i cui show rendono ancora più pagliaccesche (ma non per questo meno dolorose) le acrobazie dei reduci del grande giro del wrestling. Il gigante buono è amato da tutti tranne che dalla figlia Stephanie, nevrotizzata dall’assenza della figura paterna; ma intanto la sequela di salti, calci, schienate, urlacci, autolesionismi e strangolamenti, ancorché combinata e finta, continua a richiedere inauditi stress ai colossali quanto usurati duellanti. L’inevitabile infarto sembra indurre il nostro a più miti consigli, come per esempio abbandonare il ring, imbottirsi di medicine utili anziché dei soliti anabolizzanti, riconquistare la stima di Stephanie e abbozzare un implausibile progetto matrimoniale con la ballerina di lap dance Cassidy (la Marisa Tomei più sexy di sempre). Il bello sta insomma nell’esasperata convenzionalità, che produce scarti grotteschi e tuttavia travolgenti come quando il bestione, con i lunghi capelli ossigenati racchiusi in una cuffietta e le manone tuffate tra insalate e formaggi, per sbarcare il lunario va a fare il commesso al bancone della rosticceria. A questo punto la platea non aspetta altro che il richiamo della foresta e il film punta dritto alla scelta funesta di Randy d’inscenare la pantomima della rivincita con il collega panzone travestito da arabo e soprannominato l’Ayatollah. Musica tonitruante («Il rock era la mia vita, poi quel frocetto di Cobain ha rovinato tutto»), inquadrature ad altezza di botta in testa, dialoghi strappalacrime, un po’ di sesso alla cocaina, odori di spogliatoio tra olio e disinfettante: all’acme di un finale prevedibile come un ingorgo all’ora di punta, dilagano sia il sapore antico del cinema-cinema che lo slancio d’affetto per la cariatide simpaticissima.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 6 marzo 2009

Mickey Rourke, la grazia arriva sul ring

Negli anni 80 era un divo. Adesso è una massa di muscoli riversa sulla seggiolina di una scuola elementare, con una brutta tosse che gli squassa il petto, un’assurda chioma bionda da vichingo. E nessun posto dove andare tranne il ring.
The Wrestler sta già tutto nelle prime immagini e nell’identificazione totale, commovente, fra la vulnerabilità del personaggio Randy “The Ram” e quella del suo interprete Mickey Rourke. Ci si sorprende a pensare come mai nessuno avesse ancora dedicato tutto un film al wrestling. Eppure è una metafora così perfetta che è quasi imbarazzante. Uno sport iperspettacolare in cui nulla è vero tranne il dolore. Una lotta senza esclusione di colpi, anzi basata sui colpi più bassi e scorretti che si possano concepire, in cui i combattenti si mettono d’accordo con molta civiltà prima di darsele come forsennati.
Una disciplina finta, che non ha la dignità della boxe, della lotta e tantomeno delle arti marziali, ma vive di eccessi, di contaminazioni, di mercificazione (geniale la scena che vede Rourke e un altro lottatore fare la spesa al supermercato cercando gli accessori più demenziali da portare sul ring). Anche se paradossalmente, ma non troppo, più tutto è finto, più tutto diventa vero, spietato, definitivo.
«Lei la usa la sparachiodi?», si sente chiedere l’attonito Rourke da un rivale prima del match. Già, la sparachiodi.... «Fa un po’ male, ma soprattutto fa paura». Ed eccoli tutti e due, a fine incontro, scendere dal ring distrutti e trapunti di metallo come vecchi scarponi risuolati. Un po’ troppo per una vecchia gloria che ha passato i cinquanta e tira avanti a forza di steroidi e lavoretti da uomo di fatica. Consolandosi ogni tanto con le grazie di un altro corpo in vendita e del cuore che si porta dentro, quello della lapdancer Marisa Tomei.
Ma solo chi cade può risorgere, lo sappiamo, e il calvario personale di Randy non prevede sconti. Sul menu ci sono un infarto, sei peacemaker, un apparecchio acustico, una donna che non ammette di amarlo, anzi due (l’altra è la figlia, che ha le sue buone ragioni).
Niente di nuovo, a ben vedere, se non fosse per Rourke, che regala al suo Randy un’identificazione spudorata, quasi infantile (come quelle trattative prima del match, negli spogliatoi) e assolutamente irresistibile. Certo, Randy è il relitto di un’altra epoca. I suoi fans invecchiano con lui, il suo rock non lo suona più nessuno, i ragazzini che ieri lo idolatravano oggi giocano coi videogame (ci sarà ancora bisogno di corpi da martirizzare, nell’era del virtuale?).
Randy sa di non avere scelta e noi, in platea, lo sappiamo perfino prima di lui. Ma l’adesione del protagonista al ruolo regala a questo vecchio schema da mélo una verità nuova. Come il suo eroe, in fondo, The Wrestler non ha che questo da offrire: un corpo che soffre, un uomo che a forza di plastiche e anabolizzanti è arrivato all’osso, alla sua essenza. Non è spettacolo da tutti i giorni.

Fabio Ferzetti

 
La Stampa, 6 marzo 2009

Rourke fragile, bravo e combattivo

Con quel viso sfigurato dai cazzotti presi sul ring facendo il pugile, Mickey Rourke non sembra neppure che reciti: alla luce della sua biografia spericolata, come non identificarlo con «The Ram», ex campione di wrestling deciso a prendersi una rivincita nonostante i bypass? Ma in realtà l’attore ha lavorato da attore, da una parte allenandosi e gonfiando i muscoli, dall’altra sublimando nel personaggio un se stesso segreto insieme fragile e combattivo. Un processo interpretativo quasi purificatorio congeniale alle corde del regista Darren Aronofsky, che di solito arzigogola un po’ troppo; mentre qui trova la misura di una semplicità autentica.

Alessandra Levantesi

© Sipario 2011