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The Women
di Diane English
con Meg Ryan, Annette Bening, Eva Mendes, Debra Messing, Bette Midler, Candice Bergen (Stati Uniti, 2008)
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Corriere della Sera, 17 ottobre 2008
Un capolavoro rifatto ma in stile sit-com
Bugiardo e incosciente, come cantava Mina, chi ha rifatto il capolavoro del cinismo sofisticato della commedia Donne di Cukor, anno di grazia ' 39. Nel nuovo film, anche se il gruppo delle attrici è notevole ma non al top (Meg Ryan, Benning, la Mendes e, migliori, le veterane Leachmann e Bergen) il tono si è involgarito, omologato e adeguato allo stile sit com di «Sex and the city». Resta la storia dell' adulterio vip messo in piazza dalla manicure e della riseduzione del maschio e della rivalità dell' amicizia femminile. Tutte donne meno un neonato finale: ma la raffinatezza dialogica della Boothe Luce, cui si deve la commedia, scompare nella versione della deb Diane English dagli strali bassi e dal gossip alto, mentre l' attualità del comune senso del pudore prevede un' omosessuale nera al posto della single di un dì. Crawford, Shearer, Russell se ci siete battete un colpo!
voto 5
Maurizio Porro
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Il Mattino, 12 ottobre 2008
Un coro di dive per evocare il genio di Cukor
Al di là dell'esito artistico, «The Women», remake di «Donne» (1939) di George Cukor, stimola soprattutto il paragone tra le due commedie tutte al femminile sul terreno dell'anticonformismo e della trasgressione. Vince il vecchio film, uno dei capolavori della commedia sofisticata diretto dal maestro Cukor, il più raffinato regista di donne di Hollywood, non tanto perché era più coraggioso rispetto al contesto storico e culturale, quanto per l'audace scelta narrativa dell'autore di tenere rigorosamente fuori campo gli uomini, di subordinare i ruoli maschili a un universo femminile autosufficiente che trovava in se stesso gli elementi di scontro, confronto, complicità, solidarietà. La regista Diane English (un'altra donna che rafforza la femminilità dell'operazione) ha riveduto e corretto l'originale - già rifatto nel 1956 - nella direzione dell'amicizia tra donne mentre è rimasta sostanzialmente fedele allo spirito femminista dell'emarginazione maschile, che però oggi appare forzato e innaturale. Mary Haines è la quintessenza della perfezione che una donna dell'upper class newyorchese può raggiungere: vive in una bella casa nel Connecticut, ha una figlia e un marito ricco che lavora a Wall Street, fa la stilista nell'industria di abbigliamento del padre. Ha poi tre amiche con le quali condivide pettegolezzi, saloni di bellezza e sfilate di moda: Edie, una madre eccentrica, Alex, una scrittrice di colore lesbica, e Sylvie, un'editor in carriera, elegante e single felice. È proprio quest'ultima, quella con cui ha un rapporto più profondo, a scoprire che suo marito ha una relazione con una conturbante commessa di un grande magazzino, ma pensa di sfruttare il gossip per risollevare le sorti del suo magazine in crisi. La pubblicazione scandalistica della storia privata di Mary fa precipitare il suo matrimonio e interrompe una storica amicizia. Ma non è detto che le strade delle amiche non debbano incrociarsi ancora... In sintonia con il cinismo, l'arrivismo e la spregiudicata rivalità sessuale di oggi, la English aggiorna il film di Cukor con una commedia corale piacevole e già vista, sostenuta dalla bravura di Meg Ryan, Annette Bening, Debra Messing, Jada Pinkett Smith e la nuova bomba sexy Eva Mendes nei personaggi interpretati all'epoca dalle dive Joan Crawford, Norma Shearer, Rosalind Russell. Tutta da gustare la colonna sonora di Mark Isham che mette in rilievo le oscillazioni sentimentali con raffinate divagazioni jazz.
Alberto Castellano
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L'Unità, 9 ottobre 2008
Una donna di troppo
Siamo alle solite: il marito tradisce la moglie – una dolce ingenua casalinga che pasce nel lusso del villone nel Connecticut – e lei prova a riconquistarlo. Dite voi se tra la pungente commedia di George Cukor del 1939, ambientata tra le signore dell'alta borghesia newyorkese e questa della English, che ne vuole essere il remake, non ne siano passate così tante da chiedersi: cosa altro volevamo sapere? In Romance and cigarettes di John Turturro la casalinga working class Susan Sarandon gliele cantava (e ballava) alla sgualdrina commessa di un negozio di biancheria (Kate Winslet) che se la faceva con il marito. Immaginiamo avrebbe detto le stesse cose la madre di John Fante se solo avesse parlato inglese. Nel nostro caso Meg Ryan è così "pastello" che una cattiveria nei suoi confronti sembra blasfemia. Se sospira: "Quel maledetto ufficio gli sta succhiando la vita", visto che il marito ha sempre da lavorare fino a tardi, non si rende conto del tremendo doppio senso. Ci vuole la sorellanza delle amiche per aprirle gli occhi.
La più scatenata è Annette Bening, direttrice di una rivista di moda e sempre su di giri, che la mette in guardia sulla colpevole, una calda panterona "spruzzatrice di profumi" ai magazzini Saks (Eva Mendes). Maligna: "Ma che venderà, Chanel 69"? Le altre due sono prototipi opposti: quella che sforna figli a ripetizione e la lesbica dai modi sbrigativi. Tutte intorno alla vittima – non si vede un maschio se non un neonato – sono risolute e pratiche e nessuna le consiglia di divorziare: il finanziare a Wall Street (almeno prima dei rovesci di questi mesi) sembra ancora un buon partito. Il benessere ha un prezzo e la direttrice riesce a mettere a repentaglio una profonda amicizia per conservare una posizione di privilegio. La English (autrice tv e produttrice) inanella un po' di battute felici in situazioni viste mille volte. La sfilata di moda e la rivista strizzano l'occhio a Sex and the city (o meglio Cukor ispirò le pepate avventure delle quattro) e Il diavolo veste Prada, giusto per ricordare che gli status simbol prêt-à-porter sono tutti in vendita. Non ci spiegano come mai Meg Ryan vesta come una universitaria freakkettona e all'improvviso disegni mini abiti essenziali.
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 10 ottobre 2008
Nuove «Donne» senza grinta
Meg Ryan non al suo meglio: trionfa la veterana Cloris Leachman
«T rii dònn el mercà de Saronn» si dice (o si diceva?) a Milano; e figuratevi che razza di mercato vien fuori, molto più frastornante di quello di Saronno, quando le donne sono, come in The Women, non tre ma 30. Anzi, mi correggo: 44. Tante furono le attrici nell' allestimento a Broadway della commedia originaria di Clare Boothe; e altrettante se ne contarono nello spettacolo diretto da Lamberto Picasso in una Roma appena liberata, con Tina Lattanzi, Vivi Gioi e Valentina Cortese. Com' è risaputo, anche attraverso le precedenti versioni per lo schermo di George Cukor (Donne, 1939) e David Miller (Sesso debole, 1956), la trovata consiste nell' escludere totalmente gli uomini, un marchingegno accettabile per una dozzina di scene che si svolgono in interno, più acrobatico nell' attuale film d' esordio della televisiva Diane English, che estende il bando al maschio negli uffici, nei grandi magazzini e perfino nelle strade di New York. Di fronte a questo panorama affiora una domanda: come sarebbe la terra senza uomini? Migliore, probabilmente. Niente più eserciti, niente camorra né mafia, niente tromboni politici in tv. E' inutile tuttavia cullarsi nelle illusioni anche perché il maschio, nonostante l' assenza, incombe nel film dal principio alla fine. Il marito fedifrago telefona, manda fiori e bigliettini e viene continuamente tirato in ballo da moglie, figlia, amante, servitù e amiche di famiglia finché è fatale che ricompaia (ma non ce lo fanno vedere). Uscendo dall' ombra dell' uomo la labile trama non esisterebbe; e infatti si ripete pari pari dopo 70 anni: Mary scopre che il marito la tradisce con una procace commessa, chiede il divorzio, se ne pente e poco a poco cede alla tentazione di riavvicinarsi all' ex coniuge. Tutto rimane uguale al di là dall' indispensabile aggiornamento a un oggi in cui le donne sono in carriera, fumano marijuana, non respingono un' amica di colore e lesbica per di più. Penso che da razzista e perbenista, se fosse ancora in vita, Clare Boothe (divenuta Luce per il matrimonio con il magnate di Time e Life) inorridirebbe di fronte al panorama permissivo del XXI secolo. Ambasciatrice a Roma dal ' 53 al ' 56, la signora fece di tutto per rendere odiosa l' America agli occhi degli italiani, proprio come fa adesso di fronte al mondo intero Sarah Palin. Alla insistenze della poco diplomatica Luce, che lo incitava senza posa a perseguitare comunisti e atei, lo spazientito Pio XII reagì con una battuta spiritosa: «Signora, sono cattolico anch' io». Una sortita per fortuna ormai inconcepibile indusse poi Clare, nell' agosto ' 55, a pretendere (e si badi bene, a ottenere!) la cancellazione dalla Mostra di Venezia di un nobilissimo film presunto «antiamericano», Il seme della violenza di Richard Brooks. Il copione di The Women ha sempre avuto successo, fin dalle prime 657 repliche a Broadway. Scarsa fortuna ha invece in Usa questa ennesima rifrittura, resa più sbiadita smussando la cattiveria del gruppo di amiche per ispirarsi banalmente al modello di Sex and the City. Tra le numerose attrici, la protagonista Meg Ryan non è al suo meglio, la bisteccona Eva Mendes è impresentabile (soprattutto pensando che nel film di Cukor l' interprete era Joan Crawford, mangiauomini di gran classe) e Betty Midler si spreca in una macchietta superflua. Non è male Annette Bening, anche se hanno spuntato le unghie al suo personaggio di impicciona, ma l' unica che vale una visita è la veterana Cloris Leachman (già vincitrice di un Oscar) nei modesti panni di una governante finta cinica. Si vorrebbe, quando è di scena lei, che le altre donne smettessero di starnazzare tutte insieme. Come al mercato, appunto.
Tullio Kezich
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Il Messaggero, 10 ottobre 2008
Le donne, il sesso, la città. E il ricordo di Cukor
Remake di Cukor o di Sarah Jessica Parker? Sulla carta The Women della regista donna Diane English è un rifacimento dell'omonimo film del '39 del regista delle donne George Cukor. Sullo schermo questa simpatica sarabanda al femminile è chiaramente una versione più comica, economica e letteralmente senza uomini di Sex and the City. Quattro amiche e una separazione: la direttrice della rivista femminile Sylvie (Annette Bening), la scrittrice in fase saffica Alex (Jada Pinkett Smith), la supermamma Edie (Debra Messing) e la candida Mary (Meg Ryan), colei che scopre il marito adultero in flagrante. Crisi. Le amiche si spalleggiano, fanno gruppo ma purtroppo scoprono che il tradimento serpeggia anche tra loro.
Film a episodi fatto di interni, strade newyorchesi, profumerie, negozi di vestiti e divismo al femminile. La piacevole opportunità di ammirare lo stile di diverse leonesse: la Ryan (l'unica con la Bergen ad aver lavorato con Cukor in Ricche e famose dove erano già mamma e figlia) torna con successo alla fidanzatina d'America acqua, sapone e labbrone, la Bening splende come fragile maschiaccio ma rubano la scena anche le divine Candice Bergen ("Mi sono guardata attorno e mi sono accorta che ero rimasta l'unica sessantenne" quando spiega alla figlia perché si è fatta il lifting) e l'inossidibale Cloris Leachman (colei che faceva nitrire i cavalli in Frankenstein Junior), qui burbera domestica.
Non male anche Eva Mendes nel ruolo dell'amante che fu di Joan Crawford nell'originale. La Crawford era sguardo maliardo. La Mendes corpo gagliardo. Che donne.
Francesco Alò
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La Stampa, 10 ottobre 2008
Per sole donne
rimpiangendo Cukor
A Broadway nel 1936 la trovata che fece il successo della commedia The Women di Clare Boothe Luce (poi ribadito nel '39 dal film di culto di Cukor) fu quella di non far comparire i personaggi maschili, facendo svolgere una vicenda di tradimento coniugale in un giro tutto femminile.
A oltre 70 anni di distanza lo stesso marchingegno appare poco convincente nell'ennesima ripresa del copione firmato Diane English, che ne approfitta per strizzare l'occhio al modello di Sex and the City. Amiche meno pettegole e dispettose che nell'originale, sapore amaro dolcificato in un'accentuazione più umoristica e interpreti, con in testa una scialba Meg Ryan, non all'altezza delle dive di Cukor.
Alessandra Levantesi
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Il Giornale, 10 ottobre 2008
Con Meg Ryan smorfie e corna tra una valanga di pettegolezzi
L'aveva già fatto George Cukor settant'anni fa. Un film interpretato solo da donne. Di uomini non se vede manco mezzo a far tappezzeria. In compenso se ne parla, eccome: malissimo. Il sesso forte si fa vivo al telefono con quello debole, uscendone sempre a pezzi. Non è certo un caso che la civettuola, pungente e un po' noiosa commedia The Women, sia stata scritta e diretta da una donna, l'esordiente Diane English, che qualche rancore personale deve pure averlo. Intendiamoci, la brillante, perfida neoregista si muove con eleganza nei quartieri alti di New York, ma mette di continuo in scena tre delle cose che agli uomini rompono più le scatole: i pettegolezzi, le peregrinazioni nei negozi e le sfilate di moda. Siamo nei grandi magazzini Saks, sulla Fith Avenue. È la manicure chiacchierona Tanya a spargere la voce: un pezzo grosso, sposato, di Wall Street, Stephen Haines, flirta con la vistosa commessa del reparto profumi, Crystal (Eva Mendes). Lo spiattella anche a Sylvie Flower (Annette Bening), direttore di un'autorevole rivista femminile e amica intima della moglie tradita, Mary (Meg Ryan, ben fornita di boccoli e smorfie). Ultima a toccare con mano le corna, consolata in casa dalla saggia governante Maggie (Cloris Leachman, la migliore in campo) e fuori dalla mamma Catherine (Candice Bergen, ahi che dolore, com'è invecchiata), ormai corazzata contro le sofferenze. Il resto prevedibile, anche se servito con tanto seltz. Come reagiranno gli spettatori maschi, messi alla berlina, prima che al bando? Mah. Qualcuno sbadiglierà, qualche altro riderà a denti stretti, invocando, se non Jack lo Squartatore, almeno John Wayne con la Colt. Ben carica.
Massimo Bertarelli
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Il Tempo, 9 ottobre 2008
Secondo rifacimento di «The women» («Donne»), la celebre commedia dolce-amara realizzata da George Cukor nei Trenta, in anticipo sul genere «sofisticato».
Il primo, del '56, intitolato «Sesso debole», diretto da David Miller, protagonista June Allyson, era molto fedele all'originale, privo però di voli. Anche questo di oggi, diretto da una esordiente, Diane English, tende più o meno alla stessa fedeltà, ma reinterpretando un po' il testo teatrale di Clara Boothe Luce da cui anche Cukor aveva preso le mosse, accetta sì che lo spunto sia la scoperta fatta da una moglie del tradimento del marito, con relative rivincite, ma l'accento lo mette soprattutto sul tradimento che quella stessa donna vede perpetrato ai suoi danni dalla sua migliore amica. Concludendo però alla fine con ipotesi abbastanza certe di riconciliazioni su entrambi i fronti.
La novità del film di Cukor, derivata dall'originale teatrale, erano gli strali aguzzi che Clara Boothe Luce, moglie di un celebre editore e futura ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia, aveva lanciato contro l'ambiente delle classi alte di New York, tutto rivalità al femminile, snobismi, lussi sfrenati e, naturalmente, pettegolezzi. Non portando in scena un solo uomo. Cukor, con la scintillante malizia di cui era ampiamente fornito, l'aveva seguita su questa strada, arrivando a rappresentarci uno spaccato di vita spesso addirittura polemico (pur sorridendo) di quel coloratissimo mondo di sole donne.
Miller, nel suo rifacimento, non aveva rivelato lo stesso mordente e anche meno lo rivela questo film di Diane English, intanto perché, pur ambientato ai nostri giorni, come schemi e psicologie risulta un po' datato e poi perché al piglio aggressivo e alle caricature feroci della commedia originale (e di Cukor) ha preferito cifre più ottimistiche (anche quando mette in scena il tradimento della migliore amica), navigando poi scopertamente verso un finale che accontenta tutti.
Comunque un certo credito le si può dare: i caratteri hanno quasi tutti un loro segno e le situazioni attorno si evolvono con scioltezza e precisione. La donna tradita come moglie e come amica è Meg Ryan, quella che tradisce (qui però piangendo) è Annette Bening. Anche se un po' è ingeneroso, ricordo che, per Cukor, c'erano Norma Shearer, Joan Crawford, Rosalind Russell, Pauletta Godard e Joan Fontaine... Ne sarebbe bastata anche una sola a fare un film.
Gian Luigi Rondi
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