|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
Orphanage (The)
di Juan Antonio Bayona
con Belen Rueda, Fernadno Cayo (Spagna, 2008)
|
| |
Il Mattino, 23 novembre 2008
In orfanotrofio un panico paranormale
Se l'avete perso, recuperatelo. «The Orphanage», che avrebbe potuto benissimo conservare il titolo originale «El Orfanato», può certo dividere il pubblico, ma resta un horror-thriller come non se ne vedevano da tempo. Sui film di genere è difficile esprimere un giudizio che sia immune dal fanatismo degli adepti e insieme dal pregiudizio dello spettatore sofisticato: in questo caso si può, però, garantire che gli stereotipi sono giocati con misura e mestiere, gli attori (specie l'ottima protagonista Belén Rueda) rispondono brillantemente alla sfida, le musiche lavorano in felice sinergia con i movimenti della cinepresa e, soprattutto, la tensione evocativa riesce a produrre più di un momento d'autentica, notevolissima paura. La trama va soltanto accennata, anche perché rientra a grandi linee nel solco della tradizione (da «Shining» a «Il sesto senso» e «The Others»): la sensibile Laura torna nell'orfanatrofio, ormai disabitato e fatiscente, dove è stata ospite alquanto felice da bambina. Insieme al marito ha acquistato l'intera villa con giardino per trasformarla in un centro d'accoglienza per piccoli disabili, ma il malaticcio e superprotetto figlioletto Simon inizia a sostenere di frequentare invisibili e maligni compagni di giochi. Quando il più atroce e imprevisto degli eventi sbaraglia il paternalistico scetticismo degli adulti, la donna dovrà ingaggiare una durissima battaglia sul minaccioso confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti... Juan Antonio Bayona impartisce una vera lezione ai nostri giovani registi, dimostrando che il buon cinema non va ricercato soltanto nel velleitarismo e nella pretensione dell'«unicum» d'autore. Confortato da un produttore-complice come Guillermo Del Toro, il trentatreenne spagnolo adopera mezzi forti e consolidati, ma mai pacchiani, per cesellare atmosfere letteralmente intrise di panico paranormale e cede unicamente nell'inutile inserto della medium Geraldine Chaplin (nella foto). Nulla a che vedere con le ormai stucchevoli serie horror giapponesi, perché il film (titolare in patria di ben sette premi Goya) mira a colpire la parte oscura, «liquida» dell'umana immaginazione anziché lo stomaco: laddove non bastano lugubri corridoi e cantine claustrofobiche, maschere inquietanti e grotte tenebrose, agiscono con raddoppiata efficacia i complessi di colpa che portano l'andirivieni della memoria sul baratro della follia.
Valerio Caprara
|
| |
L'Unità, 15 novembre 2008
Dalla Spagna con terrore: il sesto senso dell'orfano
Dalla Spagna con terrore. Sembra che da quelle parti ci abbiano preso gusto con i film di genere. Hanno la stessa vitalità di certo cinema italiano degli Ottanta, quando si azzardava in tante direzioni diverse. Poi Dario Argento e Pupi Avati sono diventati vecchi… Per gli iberici invece se non è fantasy è horror (per esempio Rec) o tutti e due insieme, come Il labirinto del Fauno del genietto paffutello Guillermo Del Toro, ambientato nel periodo franchista e nella vivida fantasia di una bimba. Sempre il regista messicano trapiantato negli Usa ha prodotto questo esordio di Juan Antonio Bayona (dobbiamo specificare che è catalano), passato in concorso a Cannes, vincitore di sette premi Goya (e un incasso di 25 milioni di euro) e candidato di casa agli Oscar. Terminato il cursus honorem, non resta molto altro di questo horror con la lacrima. Un riuscito caso mediatico non proprio giustificato, che ha sfruttato la notorietà dell'illustre padrino-produttore (ma c'è anche Telecinco) e la confezione molto curata, frutto di un indubbio istinto visivo del giovane Bayona (classe '75). La storia si compone di una serie di citazioni dichiarate o meno (in questo caso piccolo omaggio-plagio) che gli appassionati del genere sanno scovare con facilità.
Quanto al tema abusato degli orfanotrofi, che cosa si può fare? Qui vediamo una brava Belen Rueda, già orfana felice con i suoi amichetti, che compra il palazzo dove aveva passato l'infanzia per rifarci una casa famiglia. Adesso ha marito e un figlio piccolo adottato (e malato di Aids, fatto poi caduto nel dimenticatoio) che gioca con gli "amichetti immaginari". Un giorno il bimbo sparisce, si volatilizza, mentre le presenze che lui sentiva in casa adesso le percepisce anche la madre. Che le prova tutte per ritrovarlo: polizia con psicologa al seguito, esperti del paranormale (cammeo di Geraldine Chaplin), persino una medaglietta con Sant'Antonio. Per chi ha voglia di vedere come finisce si accomodi. Non v'aspettate niente di nuovo, idee fresche latitano. Però ci sono parecchi momenti di grande tensione e scricchiolii, apparizioni e tutto l'armamentario del genere che Bayona ha il merito di usare con parsimonia, senza nemmeno un effetto speciale e poche gocce di sangue. Una cosa ci può consolare: i Casalesi di Gomorra sulla via per il Kodak Theatre non si devono preoccupare di questi quattro orfani inquieti.
Pasquale Colizzi
|
| |
Panorama, n. 47 2008
Viaggio intimo nella paura
Riprendendo un tema caro al cinema spagnolo, l'horror ambientato nell'universo religioso-concentrazionario del collegio, il regista Bayona costruisce un piccolo capolavoro, prodotto da quel Guillermo del Toro a cui dobbiamo, sullo stesso tema, La spina del diavolo. Cresciuta in un orfanotrofio assieme ai suoi amichetti feriti nel fisico e negli affetti, Laura decide dopo trent'anni di ritornare in quel luogo, trasformandolo in una casa d'accoglienza per bimbi handicappati. Ma a contatto con quelle mura il piccolo Thomas, suo figlio adottivo, comincia ad avvertire delle presenze e la madre capisce che qualcosa di terribile si nasconde nelle fibre del passato. Sembrerebbe tutto nella norma del «ghost movie», il film di fantasmi, e invece The Orphanage è molto più di una semplice pellicola di genere. Costruito con ritmo, privo di cliché e davvero angosciante senza mai sbracare, è un film dell'orrore geometrico, classico, che si trasforma in una terribile, quasi insopportabile (e alla fine commovente e liberatoria) elaborazione del lutto. Nulla è inerte e meccanico: sotto lo spavento che prende alla gola si agitano fantasmi veri di tradimenti e perdite insanabili, quelle delle persone care, dei figli, delle amicizie. Sono questi gli spettri da esorcizzare in un film che pare un horror ed è invece un percorso a strapiombo sulle nostre paure, ben lontano dalle derive sadiche ed effettistiche tanto di moda. Da non perdere.
Piera Detassis
|
| |
Corriere della Sera, 14 novembre 2008
Se il passato fa più paura degli spiriti
Settimana dei bambini scomparsi: da un lato l' epica denuncia del film di Eastwood sulla grande depressione morale in Usa, dall' altro questo horror freudiano che, nonostante il titolo inglese, viene trionfante dalla Spagna (neo autore, Juan Antonio Bayona) dove ha conquistato pubblico, critica e sette Goya, i loro Oscar. In gotica cornice di vecchia, isolata magione avita, un classico, Laura (la brava, intensa Belén Rueda di Mare dentro) torna alla sua infanzia di orfanella, col marito e il figlioletto a sua volta adottato, fantasioso e malato. Lo scopo è di allestire una casa per bambini disabili, ma la scomparsa del figlio, abituato a conversare con invisibili compagni di gioco, accende un sistema d' infelici memorie che nonostante gli sforzi paranormali della medium, una Geraldine Chaplin provvista di monitor ed oscilloscopi, arriva al non lieto fine solo attraverso le pulizie di fino dell' inconscio: «Non vedere per credere, ma credere per vedere». La donna con i suoi incubi, rancori e rimorsi, rimane due giorni nella casa dei fantasmi per ritrovare il suo piccino: sola contro il resto del subconscio del mondo. Sono il sesto e il settimo senso ad essere impegnati in un film dalle troppe citazioni ma che trova via via un suo stile rarefatto: si pensa a The others, a Giro di vite, a Shining, basta decidere se siamo dentro la nevrosi di una signora quasi pazza o nella zona franca delle apparizioni soprannaturali, anche se mette più paura l' assistente megera sociale. Infarcito di molti ricordi, il film ha una pulizia visiva e un rigore nella paura, senza ricorrere mai al ghigno, allo splatter, al sangue ma tenendo presente il mistero senza fondo delle coscienze infelici da cui forse dipende tutto, pure gli spiriti delle caverne marine. Bisogna scegliere di cosa aver paura, e il passato è sempre la cosa che terrorizza di più, come si vede fin dai titoli di testa magnifici, alla Saul Bass, su carta a fiori strappata dalle pareti. Se ne fa garante Guillermo del Toro, produttore, ma dall' alto delle crudeli favole mezze dark benedice Peter Pan.
Maurizio Porro
|
| |
Il Tempo, 13 novembre 2008
Un horror spagnolo. Un genere che in Spagna continua ad avere i suoi cultori, con intelligenza e sapienza. Da «The Others», di Alejandro Amenábar a «Il labirinto del fauro», di Guillermo del Toro, qui anche produttore. La stessa intelligenza nel film di oggi e, pur diretto da un esordiente, Juan Antonio Bayona, la stessa sapienza.
Siamo in una grande villa di campagna. Prima era un orfanotrofio, e vi era stata accolta da bambina la protagonista, che poi ne era uscita perché adottata da una coppia. Adesso, sposata, avendo adottato a sua volta un bambino, Simón, che ha scoperto sieropositivo, ha acquistato l'orfanotrofio della sua infanzia con l'intento di accogliervi bambini disabili o affetti da malformazioni.
Appena arrivata però nella villa, con il figlioletto e il marito, sente verificarsi attorno delle situazioni strane, non ultimi certi colloqui di Simón con altri bambini che s'immagina vengano a giocare con lui. Dei giochi, nella realtà, molto pericolosi perché, a un certo momento, il bambino scompare. Disperazione della madre subito dedita ad una affannosa ricerca che la porterà a resuscitare il suo passato in quei luoghi, con incubi sempre più angoscianti e più neri.
La chiave (e il merito) di questa storia sono nel modo, attento e fine, con cui Bayona ha saputo rappresentarla. All'insegna di una ambiguità, tra reale e surreale, che per un verso tutti gli elementi misteriosi che ci propone tende a farceli intuire come il frutto della pazzia della protagonista e, per un altro, lascia loro i segni e i possibili significativi di presenze sovrannaturali, come fantasmi ed ombre di morti.
Fabbricando certo, con abilità, la paura (nella donna e, di conseguenza, nello spettatore), ma facendone anche scaturire in parallelo una cifra emotiva che porta in primo piano il cuore di una madre lacerato dalle ansie di un lutto reale che si rifiuta di accettare.
Esprime a perfezione le due voci del film Belén Rueda, già tanto apprezzata di recente in «Mare dentro».
Gian Luigi Rondi
|
| |
Il Messaggero, 14 novembre 2008
Tutti i fantasmi dell'orfanotrofio
Che cosa distingue un buon horror capace di parlare a tutti dalle macchine da brivido fabbricate più o meno in serie? Elementare: il dolore. Il semplice, genuino, ineffabile dolore. Che non coincide con la cruda sofferenza fisica (per quella bastano i tanti "gore" circolanti nelle nostre sale) ma affonda nelle zone più oscure del nostro Io (della nostra infanzia). Memoria, identità, sentimento di appartenenza. Con relative angosce di separazione più o meno violenta o definitiva.
È questo il sentimento che pulsa dietro alle storie di fantasmi. Quei fantasmi sono i nostri cari perduti dei quali nulla potrà consolarci, certo, ma sono anche le parti di noi che abbiamo sacrificato per crescere e adattarci al mondo reale. Specie se non sono fantasmi adulti ma bambini.
Nel premiatissimo esordio di J.A. Bayona (7 Goya, gli Oscar spagnoli, e incassi record), The Orphanage alias El orfanato (che assurdità questi titoli inglesi) i fantasmi vengono risvegliati dalla sparizione di un bambino in carne e ossa, figlio adottivo (e sieropositivo, a sua insaputa) di una coppia che sta per aprire una casa-famiglia destinata a piccoli handicappati in una vecchia e isolata dimora poco lontana dal mare, nelle Asturie. La stessa casa, all'epoca un orfanotrofio, in cui è cresciuta la madre adottiva del bimbo (l'intensa Belén Rueda di Mare dentro)...
È un bel mistero, perché il bambino sembra essersi dissolto nel nulla. Lo stesso nulla dal quale sembravano provenire i suoi amichetti immaginari, con cui intratteneva un dialogo costante, e a cui dopo la sparizione sembra credere anche la madre. Sarà solo una risposta patologica al lutto e alla disperazione oppure, come dice la medium Geraldine Chaplin (appena un cameo, ma sublime), "non bisogna vedere per credere, bensì credere per vedere"?
In un cattivo horror un dubbio simile alimenterebbe un diluvio di effetti e effettacci. Il giovane Bayona (classe '75), che ha studiato i classici, sa che maggiore è l'ambiguità migliore sarà l'effetto, e dimostra una mano già notevole benché non originalissima in un paio di lunghe scene madri abbastanza memorabili (la festa mascherata, l'esperimento con la medium). Fosse altrettanto incisivo nelle parti "adulte" di raccordo, El orfanato sarebbe un gran bel film. Così resta un ottimo film di genere, con un paio di non indispensabili punte horror che sanno quasi di omaggio al produttore Guillermo Del Toro. Non è affatto poco.
Fabio Ferzetti
|
| |
La Stampa, 14 novembre 2008
Nell'orfanotrofio una paura di qualità
Attenzione ai titoli di testa di The Orphanage, dove i nomi, impressi su pareti fatiscenti, saltano fuori a ogni strappo della carta da parati che li ricopre. In questo emergere del passato di sotto la vernice fresca del presente, c'è infatti la chiave di lettura del suggestivo horror metapsichico dell'esordiente Juan Antonio Bayona, tutto girato in soggettiva attraverso lo sguardo della protagonista Laura.
Una moglie e mamma felice che torna nell'orfanatrofio in cui ha trascorso la prima infanzia intenzionata a farne un ricovero per piccoli disabili. Ma durante i lavori di restauro accadono fatti strani. Il primo a registrarli è il figlioletto di Laura, che comincia a intrecciare rapporti con immaginari coetanei e poi d'un tratto sparisce. Cosicché per ritrovarlo la disperatissima madre è costretta a inseguirlo sul filo di una memoria dimenticata che la riporta ai drammi del passato.
Senza nulla togliere al bravo Bayona e all'intensa interprete Belén Rueda, The Orphanage, accolto benissimo in Spagna da pubblico e critica, ha l'impronta stilistica del produttore Guillermo del Toro, talentoso autore (Il labirinto di Pan) ben consapevole che l'horror si alimenta delle atmosfere giocate sul segreto confine fra visibile e invisibile.
Alessandra Levantesi
|
|