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Millionaire (The)
di Danny Boyle
con Dev Patel, Freida Pinto, Anil Kapoor (Stati Uniti, 2008)
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L'Unità, 28 novembre 2008
Chi vuol essere milionario? Gli Sudios che tentano la strada di Bollywood
Una volta eravamo noi ad esportare facce di ragazzini svegli che si davano da fare nei bassi delle città, garzoni, biciclettari, lustrascarpe. Negli anni Sessanta l’Italia annusava boom economico e benessere ma in questo maledetto mondo piramidale, la ricaduta benefica dall’alto verso il basso ha i suoi tempi, quindi i poveri s’accontentavano di aspettare trafficando intorno alla ricchezza. Voltiamo secolo, stessi scenari. Trovate voi facce più espressive dei bambini indiani al cinema? Sembrano nati per stare davanti alla macchina da presa e sbalordirsi, ridere o piangere.
Il meno che ti saresti aspettato è Danny Boyle - padrino dei tossicomani di Trainspotting (e Piccoli omicidi tra amici), con tentativi nella fantascienza con lo psichedelico viaggio solare Sunshine – fosse rapito dagli slum di Bombay/Mumbai. Certo gli inglesi nel sub-continente indiano l’hanno fatta da padroni, prima di riempire le periferie di immigrati delle ex-colonie. Così dai primi esperimenti di commedie che giocano con quella cultura trapiantata nell’isola britannica - East is East o Sognando Beckham – si è passati direttamente a girare in India. Bollywood esiste da decenni ma solo oggi è diventato un fenomeno internazionale e riconosciuto. E poi state certi: se c’è arrivato pure Spielberg, è il business del futuro.
L’occasione per Boyle, che non aveva mai visitato l’India, è venuta da uno script di Vikas Swarup, autore indiano cosmopolita e acuto, trasformato in sceneggiatura da Simon Beaufoy, scoppiettante mano di Full Monty. Il mix è felicissimo e The Millionaire è stato il film prediletto del pubblico del Festival di Toronto. Non poteva essere altrimenti per i due fratellini della baraccopoli di Mumbai, che per sopravvivere a povertà, fanatismo religioso e trafficanti di organi s’inventano di tutto. All’inizio si portano dietro un’orfana come loro, Latika, di cui Jamal è innamorato. Finiscono a fare magheggi coi turisti occidentali al Taj Mahal e truffare i passeggeri dei treni che usano per attraversare il Paese.
Ma crescendo le strade dei tre si divideranno: Salim diventa braccio destro di un boss, la bellissima amica la pupa del capo, Jamal un portatore di the, che frequenta un call-center dove gli operatori devono spacciarsi per londinesi della porta accanto. Un giorno finisce alla trasmissione “Chi vuol essere milionario?”: ad ogni domanda, un flashback ci riporta alle mirabolanti (e istruttive) avventure della sua vita. In arrivo ricchezza e amore.
Quante ne sa Danny Boyle! Il regista inglese rende colorata e rock’n’roll una storia girata nelle fogne, appresso a formidabili attori (tre per ognuno dei personaggi a seconda dell’età) che vanno dai debuttanti alle star di Bollywood. Il suo girare è frenetico come stesse sgomitando nella Londra sovraffollata e pullulante di Dickens ma sa prendere le pause, dosare le entrate ad effetto, calibrare la musica. Questo è cinema di consumo che si vorrebbe sempre vedere: chiaro diretto e fruibile. Gli Studios stanno tentando di cavalcare l’onda di un mercato in espansione? Forse. Ma Boyle ne esce pulito. E quanto al melodramma, l’amore osteggiato di Jamal e Latika, dice che è meno di quando facciano a Bollywood ma “decisamente il massimo per un inglese come me”. Perdonato.
Pasquale Colizzi
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L'Espresso, 11 dicembre 2009
Mumbai milionaria
Non c'entrano i capricci del lusso, le tensioni della ricchezza, il potere dei grandi patrimoni. In una specie di sardonica parodia della lotta di classe, nel romanzo da cui 'The Millionaire' di Danny Boyle è tratto, 'Le dodici domande' del diplomatico indiano Vikas Swarup (Guanda), il protagonista è un diciottenne cameriere indiano abitante in una baraccopoli di Mumbai. Ha partecipato a un quiz televisivo sul genere 'Chi vuol esser miliardario?'.
Ha risposto esattamente a tutte le domande. Ha vinto 20 milioni di rupie. Il conduttore del programma, sicuro che un ragazzo povero non possa davvero conoscere tutte le risposte, lo fa arrestare per truffa. La polizia lo maltratta e tortura per farlo confessare: e cercando di spiegarsi il ragazzo ripercorre tutta la propria infanzia, le circostanze che gli hanno dato conoscenze non culturali ma dirette, di esperienza.
Evoca un'infanzia in cui l'India contemporanea appare con tutti i suoi orrori e le sue meraviglie: un Paese di diverse religioni che convivono armate e possono significare vita o morte; in cui il profumo dell'incenso si mescola al sentore delle fogne a cielo aperto; in cui i fattorini sognano di diventare attori di Bollywood e si può morire di rabbia all'ombra calma della cupola del Taj Mahal, in cui i bambini affondano nella degradazione e le ragazze amate si perdono con dolore.
Danny Boyle, il bravo regista inglese di 'Trainspotting', 'Millions', 'Sunshine', ha adottato nel trascrivere la bella storia uno stile straordinariamente originale ed efficace: macchina a mano per immergersi nel caos delle città; appena una sfumatura del lieve umorismo sempre tipico degli inglesi nel ritrarre gli indiani, piuttosto un'atmosfera di intenso pathos; interpreti, piccoli e adulti, non professionisti, altamente espressivi; modernità esemplare del ritmo e delle immagini. Risultato, un gran film.
Lietta Tornabuoni
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Il Mattino, 6 dicembre 2008
La vita è sogno, anzi un quiz
Danny Boyle, regista inglese segnalatosi nel 1996 con «Trainspotting», ha abbandonato temporaneamente l'Inghilterra per esplorare con il suo sguardo originale e trasgressivo l'India e in particolare Mumbai, teatro di recente di un sanguinoso attacco terroristico. Per raccontare la fragilità e le illusioni del sogno di diventare ricchi, alimentato da facili tentazioni e seduzioni mediatiche, Boyle ha pensato di mettere in cortocircuito le contraddizioni macroscopiche di una delle potenze economiche emergenti. «The Millionaire» parte da «chi vuol essere milionario?», quiz televisivo popolare in tutto il mondo (in Italia lo conduce Gerry Scotti) e dal romanzo dello scrittore indiano Vikas Swarup. E racconta una vicenda - paradossale ma al tempo stesso realistica - che dimostra la contagiosa dipendenza da un gioco a premi e il prezzo esistenziale che nascondono i sogni a occhi aperti». Il sognatore di turno, uno dei tanti il cui destino può cambiare in una sera grazie alle giuste risposte date alle domande di un quiz, è il ventenne cameriere Jamal, nato e cresciuto nei bassifondi di Bombay e rimasto orfano da bambino. Il giovane nella sua turbolenta vita ha vagabondato con il fratello e ha avuto a che fare con gangster, criminali e sfruttatori. Quando risponde correttamente alle 11 domande del gioco, nessuno crede che un ragazzo povero e senza istruzione sia capace di tanto, al punto che viene arrestato e picchiato dalla polizia perché sospettato di essere un impostore. In realtà, ogni argomento del quiz è legato a qualche episodio della sua vita, che viene rievocato in flashback appena la domanda del conduttore innesca in lui il ricordo. L'avventura del concorrente consente, quindi, a Boyle di descrivere la povertà dei bambini delle baraccopoli di Mumbai, la miseria che attanaglia una città sovrappopolata, e di prolungare il suo sguardo crudo e visionario su un'umanità drammaticamente globalizzata. Qualcuno ha definito «The Millionaire» una bella favola tra Bollywood e Frank Capra, ma l'autore tiene d'occhio anche il Dickens di «Oliver Twist» e le analisi del grande economista indiano Premio Nobel Amartya Sen sull'altra faccia (quella delle disuguaglianze sociali) del boom economico indiano.
Alberto Castellano
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Il Messaggero, 5 dicembre 2008
Miserabile e irresistibile
l'India di Danny Boyle
Una strepitosa commedia francese tutta eccessi ed eccentricità (Racconto di Natale). Una commedia inglese acida e zuccherina, ilare e inquieta, come i single e gli scoppiati che la popolano (La felicità porta fortuna). Uno dei più bei film venuti dall'America dopo l'11 settembre (L'ospite inatteso). E un toccante Quattrocento colpi al femminile che rievoca la prima adolescenza della regista facendone una chiave d'accesso alla coscienza e alla vocazione artistica (Stella).
Non è il grande cinema d'autore che manca quest'anno a Natale. Speriamo solo che il grande pubblico premi titoli davvero eccezionali, troppo spesso considerati di nicchia. Fra i quali spicca, perché più facile e spettacolare ma non meno interessante, The Millionnaire di Danny Boyle. Capofila di un Occidente sempre più sedotto non dall'India millenaria ma dal suo cinema esagerato e rutilante nel quale si ritrovano tutti gli elementi dei grandi mélo di una volta, riattualizzati dallo sviluppo selvaggio del subcontinente indiano e dalle mostruose contraddizioni delle sue megalopoli.
Ieri insomma la Londra di Dickens (o la Parigi di Eugène Sue), oggi la Mumbai di The Millionnaire. Dove può accadere che un piccolo "intoccabile" cresciuto nelle baraccopoli diventi ricchissimo partecipando al quiz tv "Chi vuol esser milionario?" (format internazionale + contesto esotico: cosa volere di più?). Difficile però accettare che il miserabile Jamal, ragazzo del tè in un call center (altro elemento esotico e familiare), possa conoscere le risposte a tutte quelle domande che mescolano astutamente mitologie locali e cultura pop occidentale.
Così il potente presentatore del quiz lo fa sequestrare e torturare dalla polizia (potere poliziesco e potere televisivo: altra accoppiata diffusa di questi tempi). E mentre lui risponde, la sua storia incredibile scorre impetuosa sotto i nostri occhi. Dall'infanzia, libera se non spensierata, nei vicoli di Bombay (poi Mumbai) alla morte della madre, uccisa in un'incursione di fanatici islamici. Dai giochi nelle discariche al reclutamento forzato in un'organizzazione che manda i ragazzini a cantare ed elemosinare (storpiando e accecando i meno intonati). Dalla fuga avventurosa sui treni che attraversano il paese, all'adolescenza paracriminale (il fratello, un duro, fa carriera). Tutto inseguendo la piccola Latiqa, salvata e perduta da bambina, e ritrovata adulta amante del boss. Con un gusto del mitico e del favoloso che rende davvero irresistibile questo concentrato di mille vite, virandolo in chiave quasi di commedia.
E genera diverse scene indimenticabili: su tutte l'impossibile incontro del piccolo Jamal, appena caduto in un pozzo nero, col divo più famoso di Bollywood, il leggendario Amithab Bachchan (l'oro e la merda: altri simboli universali). L'India è il nostro passato, si dice di solito. Chissà che non sia anche il nostro futuro.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 2 dicembre 2008
Hollywood sbarca a Hollywood, armi e bagagli. E lo fa con Danny Boyle, quello di «Trainspotting», che da un suo sceneggiatore, Simon Beaufoy, si è fatto riscrivere a proprio uso e consumo un romanzo in cui per un verso Bombay - la Mumbai di oggi - era vista come la Londra ottocentesca di Dickens e per un altro era ossessivamente coinvolta in uno di quei giochi a quiz non dissimili dal nostro «Lascia o raddoppia» d'una volta.
Il protagonista, così, il giovane Jamal, lo incontriamo mentre sta vincendo un gioco lì alla moda. «Chi vuol essere milionario?» e, contemporaneamente, ritornando indietro alla sua infanzia e alla sua prima adolescenza, lo vediamo crescere a fatica nella baraccopoli intorno alla città, avendo, come solo punto fermo, l'amore per una coetanea, Latika, che divide con lui tutte le sventure da cui via via è colpito, compresa la peggiore, l'orrida schiavitù in cui lo riduce un bieco avventuriero che fa cantare i ragazzini in strada, accecando i migliori perché riceveranno elemosine più cospicue.
Il finale è in gloria perché Jamal non solo vincerà il gioco, ma ritroverà, dopo una lunga, fortunosa separazione, la sua Latika e intreccerà con lei e con quanti li circondano uno di quei balletti cantati che intende essere un omaggio proprio a Hollywood, citato qua e là anche dalle belle canzoni di uno dei più noti musicisti indiani, A. R. Rahman.
È il momento migliore di tutto il film, anche se ce lo propongono i titoli di coda. C'è euforia, umorismo, festa in musica. Comunque l'azione, nel suo alternare il presente al passato, ha momenti interessanti. Intanto tutti quelli, ovviamente molto tesi, che ci dicono dello svolgimento del quiz (con una tensione ulteriore quando il povero Jamal verrà accusato di truffa), poi in certe pagine dolenti nelle baraccopoli, con i temi alla Dickens rappresentati da Danny Boyle con sicuro piglio realistico, senza però le asprezze di «Transpotting». Gli interpreti lo seguono, sia da bambini, nel passato, un seguito di faccette espressive, sia adulti al presente, soprattutto l'anglo-indiano Dev Patel, che è Jamal, e la graziosa Freida Pinto, che è Latika. Un duetto piacevole.
Gian Luigi Rondi
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