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Hurt Locker (The)
di Kathryn Bigelow
con Jeremy Renner, Mark Wahlberg (Usa, 2008)
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Panorama, n. 42 2008
Fascino malato della guerra
«La guerra è una droga», esattamente come questo film diretto dalla grande Kathryn Bigelow che quell'avvertenza l'ha messa nel prologo. Davanti alle immagini dense, forti, spesso insopportabili forgiate dalla regista il sentimento, infatti, è doppio: fascinazione per la sudata immedesimazione con cui ci trascina dentro il mondo chiuso, esaltato, degli artificieri americani in Iraq e insieme sospetto verso quella stessa fascinazione che trasforma i signori della guerra in tanti piccoli Rambo muscolosi e appealing.
Bravi gli attori, tutti (specialmente Ralph Fiennes nel ruolo del mercenario), eccellente Bigelow a costruire un universo dove vince l'adrenalina dell'artificiere William James (l'ottimo Jeremy Renner) capace di disinnescare bombe e mine senza protezione come in una partita alla roulette russa, mentre intorno il nemico osserva, si defila rapido dietro le porte, s'appiattisce minaccioso nell'ombra, imbottisce i bimbi di esplosivo. L'Iraq è il male, lo yankee è il bene che può trasformarsi in lucida follia con assuefazione all'azzardo, tanti capitani coraggiosi che in realtà non sanno più adattarsi alla vita in borghese. Sì, la guerra è una droga, ma nel raccontarlo con qualche stereotipo di troppo, come fossimo ancora tra i cowboy del vecchio, macho West, Kathryn rischia lei per prima di rimanere intossicata.
Piera Detassis
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L'Unità, 9 ottobre 2008
La guerra è un videogame la moneta è l'adrenalina
Uno dei titoli meritevoli e sconfitti nel palmares veneziano, il ritorno alla grande della tosta Kathryn Bigelow a sei anni da K-19: The Widowmaker necessitava una segnalazione. Come accadde per Michael Moore che grazie alla Palma di Cannes fu distribuito negli Usa. Hurt Locker rischia di restare inedito per gli americani, lasciando chiuso "l'armadietto del dolore". Sarà per colpa loro, della censura strisciante, di assoluto menefreghismo, fatto sta che dall'altra parte dell'Oceano si dipinge la guerra in Iraq al massimo nei termini delle chiacchiere da bar: bisognava fargliela pagare (a qualcuno). Non si capiscono cause, non si comprendono conseguenze ed effetti collaterali. Ma tant'è: si parte volontari per fare un lavoro pagato nemmeno troppo bene: morti, sindromi del deserto e malattie varie sono oscurate (lo denunciava il New York Times: 4mila soldati morti, solo 6 foto pubblicate sui media), tacitate le denunce dei familiari o tacciate di spettacolarismo antipatriottico le proteste tipo "mamma coraggio" Cindy Sheehan.
La regista californiana, 57 anni e unica donna a girare una storia su un fronte di guerra opta per la true-fiction, che fotocopia la realtà utilizzando i canoni estetici di un occhio che ruba la scena sul posto. Tendenza hollywoodiana sempre più diffusa, incoraggiata dal pauperismo degli Studios (la crisi morde) e istigata dall'invasività dei social network, che abituano i fruitori di cinema ai crudi fatti raccontati in un patchwork di immagini e filmati catturati da migliaia di telecamere sparse per il globo. In Hurt Locker siamo in Giordania mascherata da Iraq, a 5 km dal confine: un sergente appena arrivato a Bagdad (un Jeremy Renner da premio) affronta il suo mestiere di specialista con spirito guascone: deve disinnescare ordigni che farebbero tabula rasa di lui e per 300 metri intorno, salvare uomini-bomba involontari o rimestare in bambini con gli intestini imbottiti di tritolo. Nel balletto con la morte, lui si prende la scena: spesso molla lo scafandro che lo difenderebbe, fa il temerario, mette in pericolo i compagni. I due sottoposti (Anthony Mackie e Brian Geraghty) cercano di assecondarlo ma ognuno ha un modo diverso di affrontare le proprie paure, esorcizzare i possibili scherzi del destino.
The Hurt Locker non è un'analisi sulle ragioni del conflitto e dimentica totalmente il punto di vista degli iracheni. Potrebbe essere il suo limite. Ma è chiaro che un altro era l'intento di Mark Boal, giornalista e sceneggiatore embedded al seguito di questi gruppi di artificieri, che ha scritto il film per spiegare, se possibile, cosa spinge questi ragazzi a partire volontari. Come per l'altro suo script, Nella Valle di Elah, li coglie nella loro spavalderia, ne individua le debolezze, li inquadra in un contesto così fuori dall'ordinario da trasformarsi in un gioco pericoloso e adrenalinico. E spesso in un incubo. Dalla sua la Bigelow ci mette la tensione giusta, lei che si era già destreggiata tra surfisti rapinatori con maschere da presidenti (Point Break) e capodanni apocalittici e hardboiled (Strange Days). Il film è seduto su una bomba e più di una volta la corda è tiratissima. E' thriller, gore, "naturalmente" spettacolare e non manca di andare alle sorgenti del testosterone, scavando nella psicologia di ragazzi che hanno accettato le regole e ballano sui tizzoni ardenti.
Pasquale Colizzi
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Il Manifesto, 10 ottobre 2008
Dalla parte dei marines contro la guerra
Si può fare un film contro l'aggressione in Iraq stando dalla parte dei soldati Usa? Sì. The Hurt Locker diretto con sapienza visuale insostenibile da Kathryn Bigelow, una militante atletica e adrenalinica della nuova sinistra Usa, ci proietta proprio dentro questo incubo. Essere costretti, per la pace, a fare un film di guerra. Dunque partecipiamo da dentro al lavoro delle unità speciali addette allo sminamento di strade, bombe a orologeria e kamikaze. È la pericolosa guerra dei «pacifisti» armati, un altro tipo di delirio suicida. Un film di guerra contro la guerra, dedicato non solo ai dissidenti ma anche a chi non sa, non può sapere dai media che succede a Baghdad.
Il sergente James (Jeremy Renner) sposato e padre di un pargoletto, capo di una unità speciale dell'esercito Usa, ha già disinnescato, tra Afghanistan e Iraq, quasi 900 tra mine, bombe e kamikaze. E non sempre munito di «scafandro» protettivo regolamentare. Anzi, anche se obbligatoriamente, a volte sfida la morte solo con un paio di pinze e, attratto dall'esperienza estrema, mette in pericolo costante i suoi uomini, il nero Sanborn (Anthonie Mockie) e il terrorizzato ma circospetto biondo Eldridge (Brian Geraghty), che non sempre reagiscono con garbo.
Ma la guerra dei volontari ben pagati è droga pesante, produzione di adrenalina a mezzo adrenalina, di paura a mezzo paura, e il sergente James, «soldato selvaggio», collezionista di reperti esplosivi inesplosi, pur sapendo che alcune intricate «composizioni dinamitarde» del nemico (introvabile, perché è qui, lì, ovunque) sono talmente devastanti da cancellare ciò che trovano nel raggio di 300 metri (come è successo al suo predecessore nell'Unità, Romeo, sbriciolato in un agguato ben congegnato), darà continue esibizioni di coraggio, fino ai confini della temerarietà: in campo aperto; nei labirintici vicoletti del suq; nelle piazze infarcite di cecchini sui terrazzi; infilando la sua mano nel ventre di un bimbo cadavere, il cui corpo è usato per nascondere nitroglicerina da rimuovere; di fronte a un padre di famiglia, solo e terrorizzato, perché imbottito (a sua insaputa?) di tritolo a orologeria, assicuratogli al corpo da più lucchetti che in una commedia di Moccia.
Non sarà «un pesce nell'acqua», James, ma quando indossa lo scafandro di protezione, casco compreso, sembrerà un esploratore nei più profondi recessi marini, degno di un eroe spericolato di Abyss, regia mitica dell'ex marito di Bigelow, James Cameron. L'armadietto ferito, forse si traduce così il titolo, è girato ai confini della Giordania, scritto da Mark Boal, reporter di guerra, prodotto e diretto dal maggio specialista in cinema d'azione visionario e alla caffeina pura (Strange days , Point break).
Bigelow qui raccorda insostenibili sequenze horror alla David Cronenberg (perché bisogna cercare di far sentire la pallottola che affonda nella carne viva, e non godersela al sicuro, come in un videogame) con l'analisi non cinica, psicologica e introspettiva, del più cinico e beckettiano dei conflitti, in uno stile diretto e senza orpelli, realistico e poetico «controvoglia», che sarebbe molto piaciuto a Robert Aldrich. Bigelow, come Haggis e De Palma, non fa cinema di propaganda a tesi o contro-informazione pacifista, ma così fabbrica pace: affronta il campo di battaglia, dopo approfondita analisi (grazie a interviste e reportage di prima mano, anche se embedded) con pennellate vigorose e ferocia espressionista, e dopo essersi ornata la faccia coi colori di guerra. Sconfigge il suo doppio nemico fanatico, di oriente e occidente, sul fronte, anche perché da una parte sceglie come eroi proprio i disinnescatori di bombe, insomma gli specialisti che fanno della salvezza di vite umane, e non dell'annichilimento scientifico, la loro missione.
E se, oltretutto, descrive i volontari americani così ossessionati dall'esperienza dell'accettare la vita fin dentro la morte (sempre più probabile, man mano che aumentano i giorni della loro missione), figuriamoci quanti adepti del dio testosterone troviamo nel «contro campo» e nel «fuori campo», tra i patrioti irakeni. Nascosto nell'ombra un intero popolo, non pagato da petrolieri, congegna trappole esplosive e agguati continui perché odia sempre di più chi li ha invasi senza motivo, come sentenzierebbe perfino un tribunale internazionale. Pronti a tutto, anche all'auto-immolazione completa, pur di resistere, perché il sacrificio di Masada è tradizione dei «musulmani» (e così i nazisti chiamavano gli ebrei nei campi di concentramento). Insomma dal luogo in cui si produce adrenalina di massa a livello davvero industriale, è bene andarsene, e subito. Anche perché un solo My Lai potrebbe diventare una sequela di Falluja. E si potrà capovolgere la cronaca qualche volta o convincere anche tutti di una notizia falsa, ma non convincere sempre e tutti solo con le falsità. In una scena del film, che imbarazza non poco, i soldati Usa ricordano, con raccapriccio e spirito partigiano, di quei 59 morti al mercato di Baghdad, soprattutto bambini, attirati nella trappola dalla distribuzione irachena di caramelle. E uno pensa: perché gli iracheni dovrebbero uccidere gli iracheni? Non è la solita forzatura «razzista» anti-araba specialità di Hollywood?
Ma ci si ricorda allora non solo dell'enfasi mediatica sugli sciiti che massacrano sanniti (e viceversa) ma anche delle rivelazioni su bombe israeliane travestite da bambole e lanciate ai piccoli durante i raid in Libano. E ci si ricorda ancor più di Izsak Rabin e della necessità di una cultura della trattativa. Infatti. Si pone oggi il dovere del ritiro immediato delle truppe di occupazione, «che solo un cambio di amministrazione potrà davvero effettuare in tempi rapidi», affermò a Venezia «e che solo Obama è in grado di ordinare». Bigelow vuole costringere alla riflessione, però, anche l'americano medio convinto che si stia lì per insegnare a un popolo la democrazia. Come fare? Aggiungendo, non togliendo, alle immagini potenza di fuoco, come insegnò Aldrich in Attack, e Jeremy Renner sembra proprio il pronipote dello sminatore Jack Palance. La guerra in Iraq ha già un bilancio di 4000 soldati Usa uccisi finora. E Bigelow ricordò invece che «abbiamo visto solo 4 fotografie delle loro tombe», citando il New York Times. «Non sappiamo nulla, non vediamo nulla di quello che succede a Baghdad. È la prima guerra tolta completamente al nostro sguardo, con una copertura mediatica esigua, mentre è crescente la fame di verità, di descrizione realista, veritiera, non stilizzata, anche da docu-fiction, di ciò che accade, dietro e dentro e oltre le poche immagini, anche censurate, della Cnn. Ed è un dovere morale dei cineasti, dunque soddisfarla: bisogna essere vicini alla guerra».
È un ragazzo iracheno che vende dvd taroccati davanti alla base militare Usa, gioca a pallone con lui e diventa via via l'unico amico arabo di James, il trait d'union di un contatto possibile tra i due mondi antitetici. Il suo soprannome è Beckham, ormai un divo calcistico anche a Washington. Quando James lo perderà di vista, e penserà che sia stato oggetto delle più atroci nefandezze, girando quasi come un pazzo nella notte infida di Baghdad, per scoprire la verità sul suo eccidio (e sarà poi cacciato da una casa, erroneamente presa come covo di terroristi, dalle randellate robuste di una casalinga feroce, James scoprirà quella parte di città, da mille e una notte, che ignorava. Un padrone di casa colto e poliglotta, affetto dalle ormai dimenticate, in Occidente, leggi dell'Ospitalità».
Roberto Silvestri
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Il Mattino, 11 ottobre 2008
Con Bigelow in Iraq tra i soldati Usa drogati dalla guerra
Non è banale o retorico «The Hurt Locker», che rilancia alla grande Kathryn Bigelow. E c'è persino qualcuno che l'accusa di tendenze guerrafondaie per come affronta i crudi risvolti della tragedia irachena. Mentre proprio nel mantenersi incollato ai suoi personaggi (soldati di prima linea nell'inferno di Baghdad), la regista ribadisce rigore e carisma. Lo spunto deriva da un reportage sulle compagnie dell'esercito Usa adibite al disinnesco delle bombe: mentre i terroristi perfezionano ogni giorno in maniera più subdola le loro trappole, a fronteggiarli sono chiamati questi specialisti ad altissimo rischio, magari armati di semplici pinze. Il racconto è centrato sulla figura del sergente James, che sembra agire nella guerriglia con trasporto sadomasochistico: tra l'orgasmo di una sparatoria, la tensione insostenibile al cospetto del viluppo di fili e detonatori che emergono dalle auto, dai sacchetti di spazzatura o dai corpi dei kamikaze, l'uomo indurito e disadattato sopravvive in una trance permanente. Un signor film, che si fa apprezzare per come coglie il dramma individuale in una cornice corale ed evita gli slogan dozzinali in favore di un approccio destabilizzante perché obiettivo. La Bigelow riesce a esplicitare un concetto che non piacerà alle anime belle, ma assomiglia a quello paradossale di «Trainspotting», dove la seduzione della droga risultava micidiale perché voluttuosa, «piacevole»: l'abitudine a giocarsi in pochi secondi la pelle fa sì che molti soldati si trasformino in ossessi del rischio, in drogati dell'adrenalina.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 10 ottobre 2008
Adrenalina pura nell'inferno Iraq
La guerra è una droga, avverte Kathryn Bigelow alle prese con il suo film più maschile. E il cinema è adrenalina, in questo caso spesa bene, non per inutili fantasy. La storia scritta dal reporter di guerra Pulitzer Mark Boal ( cui s'era ispirato Haggis per The valley of Elah) parla del team specialista nel disinnescare mine in Iraq. La guerra è assuefazione come dimostra l'«eroe» protagonista che, dopo la licenza con salto in famiglia, torna in guerra: la coazione morale a ripetere. Il discorso a metà tra vero e finto, meno estremo di Brian De Palma in Redacted ma ligio alle categorie virili del western, fa nascere dalle rovine del cinema bellico una straordinaria storia in cui vengono prepotenti alla ribalta fattori umani, la pìetas (il bambino che vende dvd taroccati, il kamikaze esplosivo) di chi a volte ha solo un minuto per decidere tra vita e morte: è un poster per dichiarare la pace.
VOTO: 8
Maurizio Porro
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Il Messaggero, 10 ottobre 2008
L'uomo che sussurrava
alle bombe
Quando la bomba comincia a emergere dal terriccio il sergente maggiore James emette una specie di mugolio di piacere. Le dita scavano esperte e quasi avide, scostano il pietrisco, accarezzano il metallo, dipanano i cavi fino a snidare il detonatore, che in pochi secondi finisce a terra. Missione impossibile. Missione compiuta.
Il sergente maggiore James, artificiere in Iraq, fa uno dei lavori più pericolosi del mondo e dei più eccitanti. A casa era solo un redneck, un bifolco, una testa calda. "Spazzatura", come sentenzia il suo secondo, stufo di subire le sue pericolose mattane. Ma lì al fronte è il dio del coraggio. Uno che ha disinnescato più di 800 bombe da quando è in servizio, e colleziona strani pezzetti di plastica e metallo. "Roba che stava per ammazzarmi", dice sarcastico ai compagni, con ogni evidenza più ansiosi di lui di portare a casa la pelle.
«La furia della battaglia provoca una dipendenza fortissima e spesso letale, perché la guerra è una droga», ammonisce una citazione in apertura. E il film fa di tutto per ricreare quella paradossale ebbrezza da adrenalina, con la maestria che ci si può aspettare dalla regista di Point Break e Strange Days che mixa con efficacissima furia tempi morti e accelerazioni fulminee, riprese studiatissime da cinema di guerra e altre convulse in stile reportage.
Intanto però la guerra va avanti. Militari e civili muoiono come mosche. Ogni casa, ogni bancarella, ogni auto che passa può nascondere un nemico o il fantasma di un nemico, anche più pericoloso quando non sei sicuro di nulla. E perfino un povero ragazzino, ormai cadavere, può essere imbottito di plastico e diventare un "corpo bomba" (scena insostenibile che per la prima volta fa vacillare il sergente sordo alla morte, trascinandolo in un crescendo di temerarietà e di errori).
Ma cosa vuole raccontare esattamente Kathryn Bigelow con questo film incalzante ed ellittico, adrenalinico e sapientemente ambiguo, ispirato ai reportage sul campo del giornalista sceneggiatore Mark Boal (già coautore di Nella valle di Elah di Paul Haggis) e diviso in blocchi indipendenti come "stazioni" di un unico percorso?
In superficie l'itinerario del sergente James segue il classico schema della presa di coscienza. Dall'invulnerabilità iniziale dalla sua illusione alla cognizione del dolore. Nessuna denuncia increspa il racconto. Per la Bigelow la guerra è un fatto, l'Iraq non è diverso da altri conflitti, quello di The Hurt Locker è un trip anzitutto interiore come si capisce nell'epilogo, quando il sergente incontra la propria natura profonda.
Per questo, anche, il film è destinato a scatenare equivoci e discussioni. Dietro lo stile smagliante qualcuno vede retorica patriottarda. Per altri il sergente James è l'iperbole del soldato (del maschio) "condannato" alla guerra. La Bigelow, saggiamente, non spiega nulla, ma mostra un fenomeno (gli dà forma), con forza e coerenza. Come fa il buon cinema, sempre, di qualsiasi colore.
Fabio Ferzetti
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Il Giornale, 10 ottobre 2008
Un avventuroso mercenario si trasforma in guerriero
Con The Hurt Locker («La cassetta del dolore», quella con gli oggetti dei caduti), Kathryn Bigelow firma un film insolito, fra i rari così dell'ultima Mostra, originato dalla sceneggiatura di Mark Boal, «embedded» in Irak nel 2003-2004. La Bigelow punta su un reduce (Jeremy Renner) dall'Irak. Lì aveva disinnescato centinaia di bombe messe non solo contro i commilitoni, ma anche contro gli iracheni nella guerra civile fra sunniti e sciiti. Mercenario neocoloniale, poi eroe difensore di commilitoni che, a occhi iracheni (e non solo) sono invasori, quando torna al fronte diventa guerriero. È l'opposto del personaggio del Cacciatore di Michael Cimino, che - quando tornava dal Vietnam - non osava più cacciare.
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