Gere in "The Hunting Party"
reporter con lo stile di Bogart
Reporter celebre come una star, Simon Hunt ha percorso
tutti i teatri di guerra degli ultimi anni, dall'Africa
al Medioriente, dal Sudamerica ai Balcani, in compagnia
dell'amico-cameraman Duck. Sembra magicamente refrattario
alle pallottole e ha già collezionato diversi Emmy
allorché, un giorno, subisce il tracollo psicologico
(le atrocità viste, la morte della sua donna, trucidata
in un villaggio bosniaco...) proprio durante una diretta
televisiva. Roba che non si perdona: Simon è rimosso
dai media, mentre Duck riceve una promozione e passa al
seguito di un popolare anchorman.
Cinque anni dopo. A guerra finita, il cameraman torna
a Sarajevo in compagnia di Benjamin, rampollo di famiglia
appena uscito da Harvard; vi ritrova Simon, conciato come
un "révenant", ma pieno di voglia di riscatto.
Dopo molte resistenze, Duck accetta di accompagnare l'antico
amico sulle tracce della "Volpe", famigerato
criminale di guerra su cui pendono taglie internazionali:
penetrando sempre più all'interno della Bosnia,
alla ricerca di uno scoop che somiglia molto a un tentativo
di suicidio. Tra popolazioni ostili, donne misteriose e
sosia, vengono fuori verità che il sistema dell'informazione
non ha mai scoperchiato.
La didascalia iniziale è più spiritosa di
quanto sia uso trovare in uno dei tanti film odierni ispirati
a fatti reali: "Solo i particolari più incredibili
di questa storia sono veri". E in effetti, The Hunting
Party muove dall'esperienza reale di alcuni reporter di
guerra, autentica ma che ha del surreale; e si mostra capace
di tingerla con un'abbondante dose di humour nero, conciliando
(cosa piuttosto rara) cronaca e spettacolo, orrori della
guerra e sguardo disincantato, senza incorrere nel cattivo
gusto.
Certo, lo stile della rappresentazione è smaliziato
e "postmoderno", con quel frullato di generi
che assortisce la storia d'avventura e il dramma, il "war
movie" e il thriller, i toni di noir e gli intermezzi
quasi da commedia. C'è perfino qualche memoria del
vecchio western, con quel trio costituito dall'eroe decaduto,
dal suo migliore amico e dal giovane alle prime esperienze
che sembra un omaggio al cinema di Howard Hawks. Però il
film di Richard Shepard (che ha anche adattato in sceneggiatura
la vicenda dei veri reporter, tornati in Bosnia per scovare
Radovan Karadzic) unisce a tutto ciò un discorso
forte e chiaro.
Autorità e organizzazioni internazionali danno
la caccia da anni a molti responsabili di crimini di guerra,
senza riuscire a cavare un ragno dal buco. Nel frattempo,
i latitanti diffondono memoriali, rilasciano addirittura
interviste; si nascondono, in altre parole, nelle luci
dei riflettori, evidentemente protetti da una rete di connivenze
trans-nazionali.
In una parte di perdente sintetico, decaduto e romantico,
del genere che un tempo sarebbe andato a pennello a Humphrey
Bogart, Gere se la cava benissimo, trovando una delle parti
migliori che gli siano toccate negli ultimi anni. Visto
fuori concorso all'ultima Mostra del cinema di Venezia,
e rimasto un po' offuscato dalla maggiore "autorialità" dei
film presenti al Lido, in questo scorcio di stagione The
Hunting Party potrebbe trovare la sua occasione di riscatto.
Roberto Nepoti