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Hunting Party (The)
The hunting partydi Richard Shepard
con Richard Gere, Terrence Howard
 
Il Giornale, 1 maggio 2008

Gere giornalista da battaglia nell'inferno della Bosnia

Furon fatali al «Che» marocchino, Mohammed Ben Barka, poi al «Che» afghano, il comandante Massud, le pseudointerviste filmate. È questo lo spunto anche de I cacciatori - The Hunting Party di Richard Shepard: nel mirino, il Cavour serbo-bosniaco, Radovan Karazdic, nella realtà tuttora libero, che un giornalista - umanitario a parole, disumano nella pratica - interpretato da Richard Gere vuol attrarre in una trappola per aver la taglia del tribunale dell'Aia; si rassegnerà poi a farlo linciare, gratis, dai musulmani di Bosnia. Strana apologia della barbarie per cancellarne un'altra, la strage di Srebrenica da parte di Hollywood, indifferente alla precedente strage di musulmani: Sabra e Chatila.

Maurizio Cabona

 
Il Messaggero, 1 maggio 2008

Hollywood va in Bosnia con Gere

Un reporter di guerra tutto fiuto e sregolatezza ha un crollo nervoso in diretta dalla Bosnia, viene licenziato, scompare e il suo caso finisce nei manuali. Fino a quando, nel 2000, riappare a Sarajevo per trascinare nella classica missione impossibile il suo fido operatore di una volta e uno sbarbatello figlio di un pezzo grosso. Vuole intervistare e magari catturare un criminale di guerra serbo detto "La Volpe". Roba da duri, mentre il prode Simon (Richard Gere), capelli eternamente vaporosi e sbruffonate da americano in vacanza, sembra destinato a una brutta fine. Invece... Ci sono film inventati di sana pianta in cui tutto sembra vero e altri tratti da storie vere e magari girati sul posto che invece suonano fasulli da cima a fondo. The Hunting Party vuole denunciare le connivenze occidentali in Bosnia, ma appartiene alla seconda categoria. Mai visto tanti cliché tutti insieme (o forse sì ma era Casablanca, il paragone non vale). Il reporter beone, l'oste infido, la ragazza uccisa incinta (con ricchi primi piani del pancione su cui piange il pettinatissimo Gere...). Inutile infierire, ma il regista non tema: l'Oscar del ridicolo va al parrucchiere.

Fabio Ferzetti

 
La Repubblica, 1 maggio 2008

Gere in "The Hunting Party"
reporter con lo stile di Bogart

Reporter celebre come una star, Simon Hunt ha percorso tutti i teatri di guerra degli ultimi anni, dall'Africa al Medioriente, dal Sudamerica ai Balcani, in compagnia dell'amico-cameraman Duck. Sembra magicamente refrattario alle pallottole e ha già collezionato diversi Emmy allorché, un giorno, subisce il tracollo psicologico (le atrocità viste, la morte della sua donna, trucidata in un villaggio bosniaco...) proprio durante una diretta televisiva. Roba che non si perdona: Simon è rimosso dai media, mentre Duck riceve una promozione e passa al seguito di un popolare anchorman.

Cinque anni dopo. A guerra finita, il cameraman torna a Sarajevo in compagnia di Benjamin, rampollo di famiglia appena uscito da Harvard; vi ritrova Simon, conciato come un "révenant", ma pieno di voglia di riscatto. Dopo molte resistenze, Duck accetta di accompagnare l'antico amico sulle tracce della "Volpe", famigerato criminale di guerra su cui pendono taglie internazionali: penetrando sempre più all'interno della Bosnia, alla ricerca di uno scoop che somiglia molto a un tentativo di suicidio. Tra popolazioni ostili, donne misteriose e sosia, vengono fuori verità che il sistema dell'informazione non ha mai scoperchiato.

La didascalia iniziale è più spiritosa di quanto sia uso trovare in uno dei tanti film odierni ispirati a fatti reali: "Solo i particolari più incredibili di questa storia sono veri". E in effetti, The Hunting Party muove dall'esperienza reale di alcuni reporter di guerra, autentica ma che ha del surreale; e si mostra capace di tingerla con un'abbondante dose di humour nero, conciliando (cosa piuttosto rara) cronaca e spettacolo, orrori della guerra e sguardo disincantato, senza incorrere nel cattivo gusto.

Certo, lo stile della rappresentazione è smaliziato e "postmoderno", con quel frullato di generi che assortisce la storia d'avventura e il dramma, il "war movie" e il thriller, i toni di noir e gli intermezzi quasi da commedia. C'è perfino qualche memoria del vecchio western, con quel trio costituito dall'eroe decaduto, dal suo migliore amico e dal giovane alle prime esperienze che sembra un omaggio al cinema di Howard Hawks. Però il film di Richard Shepard (che ha anche adattato in sceneggiatura la vicenda dei veri reporter, tornati in Bosnia per scovare Radovan Karadzic) unisce a tutto ciò un discorso forte e chiaro.

Autorità e organizzazioni internazionali danno la caccia da anni a molti responsabili di crimini di guerra, senza riuscire a cavare un ragno dal buco. Nel frattempo, i latitanti diffondono memoriali, rilasciano addirittura interviste; si nascondono, in altre parole, nelle luci dei riflettori, evidentemente protetti da una rete di connivenze trans-nazionali.

In una parte di perdente sintetico, decaduto e romantico, del genere che un tempo sarebbe andato a pennello a Humphrey Bogart, Gere se la cava benissimo, trovando una delle parti migliori che gli siano toccate negli ultimi anni. Visto fuori concorso all'ultima Mostra del cinema di Venezia, e rimasto un po' offuscato dalla maggiore "autorialità" dei film presenti al Lido, in questo scorcio di stagione The Hunting Party potrebbe trovare la sua occasione di riscatto.

Roberto Nepoti

 

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