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The good shepherd
The good shepherdregia: Robert De Niro
con Matt Damon, Angelina Jolie, Alec Baldwin
 
La Stampa, 20 aprile 2007
Quanto è burocratica
la Cia di De Niro

La Cia (Central Intelligence Agency), centrale americana di informazioni, spionaggio e controspionaggio, creata nel 1947 dopo la seconda guerra mondiale per gestire i guai della guerra fredda con l'Urss, commette o commetteva infamie, come sostiene la leggenda che la circonda? Sì, conferma The Good Shepherd. L'ombra del potere di Robert De Niro: poteva torturare durante gli interrogatori (malmenava, quasi affogava); poteva indurre a buttarsi dalla finestra; poteva uccidere una ragazza nera incinta alla maniera delle dittature latine, gettandola in mare dall'alto di un aereo in volo.
La storia della nascita della Cia e delle sue attività negli anni sino al fallimento della Baia dei Porci a Cuba (1961) hanno originato un film antiquato, corretto, calmo come la vita burocratica, solido ma greve: la biografia del giovane dirigente Matt Damon sembra quella di un impiegato asmante del lavoro, l'impressione è che i funzionari della Cia stessero sempre seduti alla scrivania consultando carte. Il patriottismo da immigrato di Robert De Niro accentua queste sensazioni, insieme con il fatto che il film finisce al momento in cui la Cia comincia a svolgere le famigerate attività di politica estera (colpi di Stato, Indonesia, Indocina, Latinoamerica, Persia-Iran, Cambogia, Cile). Il ritmo è molto tranquillo: giusto, ma poco appassionante. Matt Damon, protagonista altoborghese deciso a dedicare alla Cia la sua esistenza, è adeguato e bravo: magari eccessivamente tetro, non un sorriso nei 167 minuti del film, quasi tre ore.
Il cast stellare (anche William Hurt, John Turturro, Keir Dullea) è una testimonianza della stima e del rispetto di cui De Niro gode tra i colleghi: anche se come regista, già dal suo primo film Bronx, non sembra avere nulla di originale, nulla di personale.

Lietta Tornabuoni

 
L'Espresso, 27 aprile 2007
De Niro spia la Cia

La storia dell'Agenzia statunitense, fondata nel 1947 in piena guerra fredda, raccontata senza peli sulla lingua, tra interrogatori violenti, scelte sbagliate e attenzione ai propri membri

Ci sono tre cose interessanti in 'The Good Shepherd. L'ombra del potere' (Il Buon Pastore) diretto da Robert De Niro sulla Cia (Central Intelligence Agency). Prima, le infamie attribuite alla Cia dalla leggenda che l'ha sempre circondata: interrogatori a pugni, calci, semi-affogamenti; interrogatori con una dose di Lsd, nella speranza che l'acido contribuisse a sfrenare la mente dell'interrogato, il quale si sfrena soltanto per saltare giù dalla finestra nel vuoto letale; eliminazione d'una ragazza nera incinta alla maniera delle dittature latine, gettandola in mare da un aereo in volo.

Seconda cosa poco nota, l'origine classista: quando la Cia venne formata nel 1947 per via della Guerra fredda contro l'Urss, i suoi uomini vennero scelti fra i giovani dell'élite sociale dell'Università di Yale e della società segreta universitaria destinata a educare i futuri leader mondiali, la confraternita degli Skull and Bones (ne furono soci pure i Bush, nonno, padre, figli). Il governo pensava che giovani ricchi, conservatori, ambiziosi, patriottici alla loro maniera, fossero i migliori in assoluto: ma sbagliava. Terza cosa, l'attenzione spionistica che la Cia poneva ai propri membri, ai loro comportamenti, alle loro trasgressioni, in modo da poterli sempre ricattare.

Non sono elementi leggeri. Ci fu di peggio dal 1961, quando la Cia cominciò a svolgere lavori sporchi all'estero (Indonesia, Indocina, America Latina, Persia-Iran, Cambogia, Cile): ma nel 1961, con il fallimento della Baia dei Porci a Cuba, il film finisce. Non è un gran film: De Niro non possiede qualità e un mondo da autore, è corretto come regista, ma non originale né personale, il suo racconto ha qualcosa di burocratico. Il film resta tuttavia molto interessante, molto bene interpretato da Matt Damon e alla fine molto coraggioso.

di Lietta Tornabuoni

 
La Repubblica, 27 aprile 2007

Grandi ambizioni per il film firmato da Robert De Niro, con Damon e la Jolie

In "The good shepherd" la storia Usa troppo materiale per un solo film

L'ombra del potere, titolo originale The good shepherd (il buon pastore), è la ricostruzione in buona parte affidata a fatti e personaggi reali o verosimili, che Robert De Niro, in veste di regista che da tempo accarezzava il progetto, fa della nascita e dei primi decenni di vita dei moderni servizi segreti degli Stati Uniti. Per sé riserva il personaggio (reale) del generale Sullivan, colui che introduce Edward Wilson, il protagonista, alla carriera di spia.

L'arco va da fine anni 30 ai primi 60, dalla vigilia del conflitto mondiale alle conseguenze della rivoluzione cubana passando per la fase più acuta della guerra fredda. Wilson, cui Matt Damon attribuisce il medesimo profilo impassibile del suo ruolo in The Departed di Scorsese, è un giovane molto promettente, con gli studi e le frequentazioni giuste. Passa dalle società segrete studentesche all'Oss progenitrice della Cia, fino a consegnare la sua ferrea affidabilità a un'irresistibile carriera all'ombra della nuova sigla.

Fino alle conseguenze estreme, fino ai riflessi più cupi sui non molti legami umani della sua vita, compresi la moglie e il figlio. Wilson è la rappresentazione esemplare di chi ha elevato la diffidenza a sistema assoluto. Film di grandi ambizioni, lascia l'impressione che i suoi debordanti 167 minuti non bastino a contenere la materia ma a causa di un qualche difetto di fondo, di concezione, di scrittura, di governo.

Paolo D’Agostini

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