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Connection (The)
di Jack Gelber
Living Theatre
Corriere Lombardo, 20 giugno 1961

Questi qui li ha rovinati Pirandello. Si fa per dire, naturalmente, ché non s’ha idea la soddisfazione di constatare, ogni giorno, quanto e come l’influenza del nostro scrittore abbia condizionato e continui a condizionare le correnti più avanzate e vive, lo spirito di ricerca e di sperimentazione degli uomini e degli istituti teatrali più avanzati dei due emisferi, decisi a non rassegnarsi al conformismo ufficiale. Ci fosse in Italia, il paese dal quale la sua rivoluzione fu esportata, un teatro stabile, diciamo pure un Piccolo Teatro, uno solo fra tanti, che anziché disperdersi in eclettismi sospetti di dilettantesco culturalismo provinciale e cristallizzarsi ancora negli egregi risultati dell’accademismo formalistico di una concezione dello spettacolo in funzione prevalentemente registica in via di avanzato superamento avesse fatto altrettanto, anche a costo di equivocare come, in parte, ha equivocato – per questo ho detto: li ha rovinati Pirandello – l’americano Living Theatre di scena ieri sera sul palcoscenico di via Rovello.
In fondo, è anche naturale che, all’estero, abbia maggiormente impressionato il lato più vistoso ed esterno della rivoluzione pirandelliana e precisamente tutto ciò che concerne l’ardimento e l’originalità del nuovo rapporto, da essa istituito, fra palcoscenico e platea: e cioè quel “teatro nel teatro”, l’alternativa fra arte e vita, lo sconfinamento ricorrente della realtà nella finzione e viceversa, che ebbe i suoi testi canonici nei Sei personaggi in cerca d’autore, in Questa sera si recita a soggetto e in Ciascuno a suo modo; e che, col loro radicale sovvertimento di prospettive e convenzioni secolari, costituisce un comprensibile invito, una perenne provocazione per la ricerca e l’articolazione dello spettacolo entro dimensioni insolite, per niente in contrasto, ad esempio – anzi – con la concezione brechtiana; ma lasciamo stare un discorso che dovrebbe essere dettagliato e lungo.
Fatto sta che fu proprio un memorando allestimento di Questa sera si recita a soggetto per un verso a stabilire la novità ed a consacrare l’importanza del Living Theatre presso la critica ufficiale e il grande pubblico in polemica ai quali – uno dei tanti, forse, il più risoluto dei recenti movimenti sorti contro il commercialismo ed il pescecanismo senza anima dell’industria dello spettacolo di Broadway – era stato fondato, da Judith Malina e Julian Beck, nel 1951, dopo averci pensato su per cinque anni, fra difficoltà e lotte non indifferenti; e, per un altro verso, quasi a fornire – testi ed esecuzioni – la vera e propria poetica, la chiave della loro futura attività drammaturgia.
Prova ne sia The connection di Jack Gelber offertoci ieri sera dal copione, alla regia spietatamente obbiettiva, alla scenografia firmate le ultime due, rispettivamente, dalla Malina e dal Beck, la dipendenza da Questa sera si recita a soggetto è commovente; commovente al punto da lasciare perfino perplessi come lo può lasciare l’omaggio ad un modello spinto fino alle soglie del plagio se non fosse per l’opposto predominante che viene affidato alla musica nel tentativo di inserire il jazz nel corpo dello spettacolo, addirittura in funzione di linguaggio espressivo, equivalente alla parte che vi ha la parola. (Fra parentesi, anche nella commedia pirandelliana, non è che la musica abbia una importanza trascurabile).
Son di scena le droghe ed i drogati, grosso problema sociale, come si sa, della nuova America, battuto e ribattuto in non so quanti films e copioni – artisticamente uno più discutibile dell’altro.
 Lo spettatore assiste alla serale riunione su un palcoscenico di alcuni intossicati. Vengono lì a recitare il personaggio di se stessi, della loro tragica e squallida servitù in divorante aspettativa di chi, the connection, appunto, deve fornir loro, quotidianamente, la dose di polverina atta a dischiudere i cancelli dei loro fugaci paradisi artificiali. E ci vengono perché un produttore, un soggettista e un paio di operatori cinematografici devono documentarsi e riprendere un film sui drogati.
Son loro quattro che intrattengono la comunicazione alquanto appiccicata fra palcoscenico e platea, con intervento anche degli spettatori. Da un piano all’altro, un gradino più su, essi sperimentano la possibilità di un dialogo impossibile; fra loro, cioè, i normali, più o meno disponibili alle sollecitazioni dell’esistenza, e gli altri, i drogati, bloccati nel mondo assurdo e vacuo della loro alienazione dalla realtà. Son due dimensioni – quel che pare contar meno, in tutta la faccenda, è una qualsiasi presa di posizione morale – impermeabili l’una all’altra e che, invano, cercano di compenetrarsi; cosicché, nel tentativo di “passare dall’altra parte” alla vana ricerca di un punto di contatto per toccare la conoscenza, due dei sani accettano di drogarsi e buonasera.
Non senza eccessi, squilibri e fantasticaggini intellettualistiche, il continuo, insistito, scambievole alternarsi fra realtà e finzione svincola la commedia da ogni realismo nonostante le crisi cliniche ed il discorso fotograficamente ed impassibilmente naturalistico da tranche de vie.
La documentazione cronachistica, come il giudizio etico, son l’ultima preoccupazione che passa per la testa agli artefici dello spettacolo; dove non è che succeda molto, anzi non succede, in fondo, niente. Ma è doveroso dire che si tratta di un niente estremamente provocante e suggestivo: l’angoscia d’un’attesa, ecco, proiettata in un clima di surreale sgomento, assediato di mistero: si può pensare, tanto per capirci, nel primo tempo, che mi è sembrato il migliore, ad “En attendant Godot” di Beckett. L’arrivo del portatore della droga, al cadere del sipario nella prima parte, può significare, chi lo sa? l’allentarsi di una tensione alla cessazione di una tragica aspettazione metafisica.
Si comprende che, nell’ambito di prospettive, così sofisticate, e tortuose, si può arrivare a qualsiasi conclusione. La rappresentazione non è né una difesa né una condanna dei narcotici. Dal labirinto dei prolissi, casuali od evasivi discorsi, fratturati ripetutamente da scoppi di parossismo jazzistico – degli intossicati anche i suonatori – si estolle questo concetto non meno opinabile che anarchico: i drogati sono degli asociali alla medesima stregua di tutti coloro che di un’attività e magari di un’ideale altamente apprezzati – l’ambizione del lavoro, l’accumulazione del danaro, la potenza politica e via discorrendo – hanno fatto un’ossessione, un vero e proprio vizio: una droga, insomma, che, sia nell’uno come nell’altro caso, ha per effetto una limitazione del campo della coscienza e una estraniazione dal molteplice fluire della vita. Teatro della rivolta? Per quel tanto che è dato giudicare da un unico saggio, così parrebbe.

Con tutte le riserve che la rappresentazione può suggerire e ad onta di contraddizioni di fondo e suggestioni eterogenee e spesso stridenti che vi confluiscono, dalle mistificazioni tonali, agli intermezzi umoristici delle dissertazioni vagamente esistenzialistiche alle contaminazioni del gergo, dalle compiacenze intellettualistiche agli sfacciati trucchi da palcoscenico, il risultato della miscellanea riesce sorprendentemente unitario, coerente e accattivante, soprattutto in virtù di una grande buonafede e di una esemplare disciplina, testimoniate dalla fusa, spoglia, incisiva recitazione del Proach, della Ray, unica donna, un’accolita dell’esercito della salvezza; dello Chaichin dello Zakkai, del Coe, del Feldman, dell’Anderson e ogni altro, indiscriminatamente bianchi e negri; senza eccezione, calati in una naturalistica verità spontaneamente espressa da una facoltà di “essere” ciò che recitano mai vista uguale; tutti calorosamente applauditi, non esclusi, bensintende, i componenti del quartetto jazz: Paine, Drew, Richtie e Mattos, naturalmente esaltatidai fanatici di servizio.
   
© Sipario 2011