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Burning Plain (The)
The Burning Plaindi Guillermo Arriaga
con Charlize Theron, Kim Basinger, Jennifer Lawrence
 
Il Giornale, 14 novembre 2008

Charlize Theron assassina pentita

La sudafricana Charlize Theron era adolescente quando la madre uccise il padre in sua presenza. O almeno così si è detto. Ora la Theron ha prodotto, recitandovi, The Burning Plain di Guillermo Arriaga. che in Italia trova il sottotitolo Il confine della solitudine. Sebbene il deserto del film non sia sudafricano, si può pensare all'autobiografia, con la Theron adulta che assolve la Theron adolescente nella ragazzina (Jennifer Lawrence) che brucia madre (Kim Basinger) e amante (Joaquim de Almeida). Un giorno la Theron, già all'origine dell'analogo Monster, si libererà dei suoi fantasmi. Prenda il suo tempo. Il nostro no.
Voto 4

MC

 
Corriere della Sera, 14 novembre 2008

Basinger-Theron: sfida generazionale

Esiste un cine-genere delle sliding doors, cioè il potere del caso, l'incastro di storie: certo, certissimo anzi probabile. Lungo la linea di Crash, Magnolia e Babel, Arriaga, il grande sceneggiatore di Inarritu e Tommy Lee Jones, si mette in proprio a fare strane parole crociate con Spazio e Tempo. Ponendoci davanti due storie d'amore, un'infelice vogliosa donna con ristorante da 500 dollari di mancia a botta, una ragazza messa peggio della Giulietta scespiriana, e dietro la memoria del fattaccio, il rogo di un camper con due amanti in piena funzione a bordo. Sta al pubblico mettere in ordine i pezzi e scoprire il rapporto causa-effetto: non si interrompe un'emozione, ma il gioco è crudele e piacevole, tre attrici portentose in sfida generazionale: la «vecchia» Kim Basinger, la splendida Charlize Theron, la rivelazione Jennifer Lawrence. Gli uomini? Che mascalzoni, ancora una volta.

VOTO: 7
Maurizio Porro

 
Il Messaggero, 7 novembre 2008

Sentimenti che bruciano

Una baracca che brucia in mezzo alla pianura. Una donna che va a letto con chiunque le capiti a tiro ma per punirsi, senza un briciolo di gioia. Una figlia che inizia a scoprire qualcosa sul padre solo dopo averlo visto quasi morire. Un'altra donna che ferma la mano dell'amante ogni volta che si avvicina al suo seno. Un gruppo di ragazzi in visita ai resti della baracca. "E' qui che mio padre si incontrava con quella puttana. Sono bruciati vivi mentre erano a letto insieme. Per staccare i corpi hanno dovuto usare il coltello".
Chi conosce i film di Alejandro Gonzalez Iñarritu (Amores Perros, 21 grammi, Babel), riconoscerà nel puzzle di situazioni e di sentimenti estremi di The Burning Plain - Il confine della solitudine la mano dello sceneggiatore Guillermo Arriaga, qui alla prima regia. È una tecnica di sicura suggestione, anche se meno sofisticata e innovativa di quanto sembri. Si tratta di far procedere il racconto su strade parallele, confondendo ad arte le piste e la cronologia. Ignorare i rapporti fra le diverse piste del racconto accresce il mistero e la tensione.
È anche una tecnica abusata. Da Altman (America oggi) a Paul Haggis (Crash), da Tommy Lee Jones (Le tre sepolture, sempre scritto da Arriaga) a P.T. Anderson (Magnolia), sono in molti ad aver lavorato sulla dislocazione e il differimento del racconto. Naturalmente bisogna vedere cosa resta sul tappeto quando poi il puzzle si ricompone. Il rischio è che il disegno finale si riveli meno interessante dell'enigma iniziale. Come accade anche nel seducente quanto poco convincente esordio di Arriaga, che rivernicia di nuovo sentimenti antichi quanto il melodramma.
Che cosa sarebbe The Burning Plain senza la bellezza (e la bravura) degli attori, cosa sarebbero le loro sofferenze senza l'incanto dei paesaggi fotografati dal Robert Elswit del Petroliere (un incanto che sembra largamente preesistere al film), come faremmo ad avvicinarci a questo insieme straziato di amori e legami famigliari senza i movimenti di macchina lenti e avvolgenti con cui Arriaga ausculta i suoi personaggi stavamo per scrivere le sue vittime?
Perché alla fine il punto è proprio qui: malgrado il pathos che sprizza forzosamente da ogni dettaglio, su tutta questa storia di colpe e riscatti, punizioni e autopunizioni, aleggia un vago ma persistente senso di gratuità che dà al film una vaga coloritura sadica. Come se questi personaggi non avessero vita propria, come tutti i veri personaggi, ma fossero "ostaggio" del film, del suo disegno, di una logica che incombe sopra di loro dal primo all'ultimo fotogramma finendo per schiacciarli. Come già in Babel e in 21 grammi, a ben vedere, anche se lì a mascherare gli abusi dello script c'era ben altro regista.

Fabio Ferzetti

 
Panorama, n. 46 2008

Tanti dolori, poche emozioni

C'è qualcosa di straordinario, ma anche di prevedibile, nell'autolesionismo di Charlize Theron, fantastica bionda che si accanisce ad avvilire la propria bellezza privilegiando ruoli di borderline. Stavolta è una donna instabile, che si butta via in letti ogni sera diversi e nasconde un segreto terribile. Il film, istoriato di ferite, dolori intensi e incendi non solo dell'anima, intreccia con spregiudicatezza temporale piani e personaggi apparentemente distanti: una moglie intristita (Kim Basinger) che vive la passione dentro un camper, un'adolescente (Jennifer Lawrence) che affronta la morte violenta della madre, una bimba abbandonata. Figure femminili unite da una sorta di patto di sangue e infelicità invisibile, sfumate nel tratto, l'una specchio dell'altra e molto di più. Lo sceneggiatore Guillermo Arriaga, dopo la separazione dal regista Alejandro González Iñárritu (Babel), insiste nel suo stile frammentato e inventivo, costruito come un cubo di Rubik. Ma il gioco mostra la corda e se gli interpreti riescono a trasmettere emozioni sottili, l'impianto generale risulta un po' grossolano, troppo esibizionistico per colpirci davvero. Più che alle emozioni, Arriaga sembra interessato agli incastri virtuosistici che mette in scena. Risultato? Una splendida lezione di geometria (registica), ma il cuore raramente si appassiona alle formule matematiche.

Piera Detassis

 
Il Mattino, 8 novembre 2008

Destini incrociati per Theron e Basinger

A Portland Sylvia è una ragazza bella e perduta. Nel New Mexico Gina è una matura casalinga reduce dal cancro. Le due bellissime caratterizzano «The Burning Plain», col quale lo sceneggiatore Guillermo Arriaga salta il fosso della professione. Logico che il neoregista resti legato allo stile dei film del connazionale Inarritu per i quali ha lavorato da scrittore e - come in «Amores perros», «21 grammi» e «Babel» - le situazioni vanno a incardinarsi in un fitto reticolo di passioni estreme e misteriose relazioni. Infatti, a partire dall'inquadratura di un camper che brucia sull'orizzonte del deserto di Chihuahua, Arriaga incrocia anche le storie della ragazzina che al funerale della madre ha stabilito un romantico contatto con un coetaneo e della bambina che assiste allo schianto del velivolo sul quale il padre sta eseguendo il suo lavoro di pilota agricolo. Approfondendo un teorema sulla condizione del «sopravvissuto», Arriaga mette in campo tutto il suo mestiere, prezioso e manieristico, incisivo e leccato, spregiudicato, ma in realtà premeditato e compiaciuto. Così la classica vernice del Film d'Arte finisce per penalizzare il lirismo di sfondi e dialoghi, salti temporali, raccordi simbolici e ritratti dei protagonisti. In quest'ambito, peraltro, emerge l'aspetto migliore del film e cioé la credibilità delle incarnazioni: la Theron, coproduttrice del film, sostiene con un'intensità che non fa ombra al fascino il ruolo più martoriato; la Basinger non le è da meno nel vivere pericolosamente un tormento psicosomatico; gli adolescenti Jennifer Lawrence e JD Pardo e la piccola Tessa Ia sono sempre in grado di sorreggere le ambizioni dell'autore.

Valerio Caprara

 
Il Manifesto, 7 novembre 2008

Gli amanti del deserto bruciati dalla prole

Guillermo Arriaga è scrittore esibizionista e di talento, è lo sceneggiatore prediletto di Inarritu (Amores Perros, Babel, 21 Grammi) e a lui si deve la sceneggiatura del sorprendente esordio da regista di Tommy Lee Jones, Le tre sepolture (The Three Burials of Melquiades Estradas). Che anche Arriaga scegliesse, prima o dopo, la strada della regia vista la passione per il cinema così profondamente radicata anche nei romanzi, era cosa prevedibile. Lo ha fatto con The Burning Plain,nella selezione veneziana, ora in sala col sottotitolo italiano Il confine della solitudine. Una love story adulterina, crudelmente interrotta da un rogo devastante, d'ambiente desertico e marittimo, di sensibilità aerea e terrigna, che travolge e sconquassa la psiche di figli e figlie incolpevoli trasformandoli in assassini delicati di adulti sofferenti. La storia comincia oggi seguendo una donna sola (Charlize Theron), arrabbiata, misteriosa, che adora sedurre i maschi, farci sesso e cacciarli via. Nuda in finestra si mostra ai bambini e alla moglie dell'amante mentre vanno a scuola al mattino presto. Poi insulta l'uomo e lo lascia per un altro il giorno stesso... Sexy, elegante, è una bravissima direttrice di sala nei ristoranti di tendenza della città. Un giorno un tizio messicano le piomba davanti al portone, la soccorre dagli assalti di un amante respinto, lei gli propone una notte insieme, lui le spiega che è venuto a portarle sua figlia. La donna sconvolta lo caccia via.
Intanto altre storie si sono sovrapposte e intrecciate sullo schermo alla sua. Quella di una coppia americana, lui buzzurro, lei meravigliosamente triste (Kim Basinger) con amante gentile (Joaquim De Almeida) che incontra di nascosto inventando urgenze al Wal- Mart, in mezzo al deserto, in un vecchio camper abbandonato. I figli della coppia sono conservatori, degni della generazione reaganiana-bushiana, messicani quelli di lui, americanissimi quelli di lei, uniti dal culto della famiglia: figli, genitori, l'ipocrisia del barbecue in giardino che fa venire i brividi.
Le storie vanno avanti un po' insieme, poi si fondono, ci dicono di essere la stessa storia avanti e dietro nel tempo. Theron è la figlia della donna, l'angelo vendicatore della santità del focolare, madre a sua volta «immorale» ma sempre pronta a mollare tutto per la pargola saccente da cui era fuggita.
È un film sul dolore e sull'amore The Burning Plain, visti dall'alto, spiati, inseguiti, cacciati, mai toccati perché hanno perduto i luoghi e riti legittimi. Soffocati dal moralismo più orrendo, quello predicato dalle chiese integraliste che cercano la vendetta, difatti la ragazza brucia madre e amante come facevano con le streghe nel medioevo. Poi inizia una storia col figlio della coppia rivale, imitano i genitori, novelli Montecchi e Capuleti, ma non per la tensione d'amore, piuttosto per replicare il rito «familiare» diventando padre/madre/amante al tempo stesso. E, naturalmente, la colpa.
Come regista Arriaga è modesto nonostante le star Theron e Basinger- in qualche modo un altro gioco di specchi deformanti - la sola insieme all'amante per cui tifiamo. L'unico momento sublime del film ce lo regala lei, a dispetto del filo di battute da pessima scuola di sceneggiatura, quando appare dimessa mentre tira il mangime alle galline. Ma è ugualmente meravigliosa, l'unica «vera», la sua aura riesce a imbrigliare l'ansia «colpevolista» del regista che sembra godere nel mortificarla, specie pensando che è stata sex-symbol molto erotico. Soprattutto The Burning Plain è un film che si dimostra incapace di incidersi sugli oggetti, di metterli in metamorfosi visiva tanto è asservito alla scrittura che pretende di essere protagonista assoluta. Arriaga non è Tommy Lee Jones che mette in scena con la sceneggiatura un continuo corpo a corpo, la usa con irriverenza, si immerge negli angoli più nascosti lasciando affiorare al visibile l'imprevisto della scrittura stessa. Qui invece il regista la (si) asseconda, come è tendenza negli ultimi tempi, di un certo cinema (pensiamo a Paul Haggis e al suo Nella valle di Elah). Tutto è già lì, autoritario e onnipresente, non c'è spazio per il tradimento, il moralismo della storia è prima ancora moralismo delle immagini. Lo spettatore non può avere niente, nessuna concessione, nessuno spazio.

Cristina Piccino

 
Corriere della Sera, 7 novembre 2008

Due donne, storia a ostacoli
L' impegno degli interpreti è smorzato dalle insistenti altalene temporali

Brucia un camper nel cuore del deserto Chihuahua e dentro (lo sapremo quasi subito) sono morti due amanti che il calore ha fuso l' uno contro l' altro come la celebre coppia pompeiana sepolta nell' eruzione del Vesuvio. Tutto comincia ma anche si conclude con questo incendio, classificato incidentale pur essendo di ben altra origine, in The Burning Plain ovvero Il confine della solitudine. Alla prima prova come regista, l' acrobatico sceneggiatore di Babel Guillermo Arriaga ha scelto di mescolare le carte costringendo il pubblico a un esercizio piuttosto faticoso. Qui se non stai bene attento al prima e al dopo finisci per non capirci niente, tanto più che dall' assolato New Mexico, dove domina la vibrante figura di Kim Basinger, moglie fedifraga e madre snaturata, si rimbalza al panorama piovoso di Portland (Oregon) con Charlize Theron tavoleggiante inquieta e sciagurata ninfomane, ora nuda alla finestra sulla strada e ora in atteggiamento suicida sull' orlo di una tempestosa scogliera. Sfido chiunque a intuire, prima che sia passata un' ora buona, il legame fra le due femmine folli e i rispettivi tormenti. Tanto più che a complicare le cose affiorano un paio di sottostorie in apparenza altrettanto divergenti. La prima è quella di una bimba piangente per il papà, che ferito in un incidente aereo sta fra la vita e la morte, e spinta controvoglia a cercare la mamma sparita subito dopo averla data alla luce. La seconda riguarda una coppia di adolescenti, Jennifer Lawrence (meritatissimo premio Mastroianni a Venezia) e JD Pardo, i figli degli amanti andati a fuoco, che a dispetto della faida tra le famiglie si innamorano e si involano proprio come se Giulietta e Romeo sulle ali della passione abbandonassero Capuleti e Montecchi. Un bel pasticcio, insomma; ma tutte le fila del racconto finiscono per ricomporsi. Dai cerebrali ed eleganti teoremi di Alain Resnais, penso soprattutto a L' anno scorso a Marienbad, è ormai passata una quarantina d' anni nel corso dei quali il cinema di ogni paese ha imparato a giocare con i tempi della narrazione e il pubblico ha assimilato le regole dell' avanti e indietro. Ai giorni nostri tale esercizio rientra ormai nell' uso comune e Arriaga riesce a gestirlo in modo ingegnoso e a tratti perfino patetico; ma certo la ferrea imposizione di una griglia intellettualistica premeditata non giova alla continuità dell' emozione. Se da una parte l' ordito crea situazioni sospese e sbalzi improvvisi, dall' altra trasforma la visione del film in una corsa a ostacoli che può stancare. Si finisce per badare più agli scatti del meccanismo che alla sostanza della narrazione. E direi che il pur generoso impegno degli interpreti, parlando soprattutto della Theron - anche coproduttrice - risulta smorzato dalle insistenti altalene temporali. The Burning Plain, in definitiva, è un saggio di psicologismo al rallentatore inserito in un enigma drammaturgico laboriosamente costruito. Il fatto che sia uscito prima da noi che oltremare fa pensare a un rifiuto del mercato di fronte alle impennate di una regia intelligente ma non sempre ispirata. C' è un piccolo filone del cinema americano che pretende di venir cotto e servito all' europea, ma proprio per questo rischia di non piacere né in patria né da noi, dove chi ama il prodotto made in Usa lo esige «all american» senza compromessi con altre ricette espressive. Ciò non toglie nobiltà e meriti all' opera prima di Arriaga, che può suscitare consensi com' è accaduto nella vetrina elitaria del Lido; ma è difficile evitare che il prodotto si configuri, pur raccontando vicende ad alta temperatura passionale, come qualcosa di troppo premeditato e abbastanza inerte.

Tullio Kezich

© Sipario 2011