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Bridge (The)
The bridgeRegia: Eric Steel
 
Il Manifesto, 27 aprile 2007
Il suicidio va in diretta sul "set" del Golden Gate

A chi gli ha chiesto cosa l'ha spinto a girare un film come The Bridge Eric Steel ha risposto che in realtà ancora alla fine delle riprese non riusciva a dare una spiegazione lineare. L'idea comincia a lavorargli in testa già nell'ottobre di tre anni fa, quando legge un articolo uscito sul New Yorker che parlava del paradosso del Golden Gate, il ponte simbolo di San Francisco. Oggetto di culto nell'immaginario americano, tanto da essere sottoposto a accurata tutela, è divenuto la meta privilegiata dai suicidi di tutto il mondo. Le autorità addette al controllo del ponte però sembrano insensibili al numero di morti in costante aumento, forniscono scuse evasive eppure accettate dal resto della società americana sul rifiuto di erigere una barriera anti-sucidi parlando di questioni estetiche, problemi ingegneristici, carenze di fondi. Ecco che dunque Steel, creatore esecutivo per la Walt Disney e poi produttore con la sua compagnia, Easy There Tiger, inizia a lavorare al suo primo film da regista, The Bridge appunto, frutto di lunghe attese sul ponte, osservazioni, riprese cercando il «suicida ideale», colui o colei che per atteggiamento camminando corrispondeva il più possibile alle indicazione date dalla polizia. Ma la vita sfugge sempre, entra nelle inquadrature in modo inspiegabile, il suicida può essere sereno, sorridere fino a un istante prima, parlare al telefonino con l'aspetto di chi sta rilassandosi o facendo una semplice passeggiata.
Steel nel film riprende una ventina di suicidi, quell'anno i dati ci parlano di almeno mille uomini e donne saltati nell'acqua. Cosa è allora The Bridge? Un'indagine sull'attrazione esercitata dal Golden Gate o sui meccanismi stessi del suicidio? Ci sono delle storie in primo piano, Lisa, Gene, Philip sono volati giù dal ponte talvolta in magnifiche giornate di sole. Steel intervista familiari, amici cercando come ha detto di «comprendere questo oscuro lato della mente umana». Chi vola via in una manciata di secondi ha una personalità fragile, come Gene che parlava spesso di sucidio pure se nessuno voleva credergli. O Lisa che la medicina aveva dichiarato schizofrenica e così usciva e entrava spesso dalle cliniche psichiatriche. Philip invece considerava il suo corpo come una gabbia insoppportabile e prima di buttarsi ha fatto delle fotografie ... Kevin si è salvato, è stato in coma a lungo, ha subito fratture ovunque (si scende a 190 km orari) e davanti alla macchina da presa promette che non lo farà più.
Nonostante tutto questo, nonostante cioè storie che hanno un volto, un nome, un passato «reale» e non sono solo numeri da inchiesta, c'è qualcosa di oscuro in The Bridge. A cominciare dalla spettacolarizzazione, i volti ripresi in primo piano prima del tuffo in un orizzonte di nebbia fanno venire i brividi. Ci siamo detti che fare documentario dovrebbe essere qualcosa che smuove dall'indifferenza dell'uso generalizzato delle immagini, il frullatore che trita senza «compassione» morte, violenze lasciando fuori campo la verità. Ha senso allora parlare del suicidio, malessere o gesto improvviso o mistero nel compiacimento del voyeur? The Bridge ci sembra mettere in pratica un meccanismo pericoloso, gioca con la morte dicendoci che è vera come uno snuff movie che giustifica se stesso dalla pretesa, appunto, di verità.

Cristina Piccino

 
Corriere della Sera, 27 aprile 2007

Esce «The Bridge», film sui suicidi (veri) dal ponte di San Francisco

I «saltatori» del Golden Gate Un anno di ordinaria follia

Se mai si farà il ponte sullo stretto di Messina auguriamoci che non diventi una «calamita dei suicidi» come il Golden Gate Bridge sulla baia di San Francisco. Nei 70 anni trascorsi dall' inaugurazione (maggio, fra un mese la ricorrenza), la celebre passerella color arancione di quasi tre chilometri che unisce Fort Point e Lime ha attirato oltre 1500 volontari della morte. Su questo fenomeno Eric Steel ha messo in opera per un anno intero un documentario suggellato dall' agghiacciante elenco delle ventiquattro persone decedute nel corso del 2004. Tutto comincia nella normalità di una delle tante giornate tiepide che invitano a respirare l' aria di mare sulla baia, gente che va gente che viene, quando all' improvviso un ometto di mezza età scavalca il parapetto e si butta. Lo vediamo sbalorditi proprio come lo sportivo di kiteboard che nel film racconta di aver tentato un' inutile operazione di recupero. The Bridge prosegue inanellando vari episodi analoghi, un paio dei quali a lieto fine grazie a suicidi sventati con la persuasione o la forza. Il tormentone è costituito da un giovanotto vestito di nero che vaga sulla pensilina, a tratti incerto sulla direzione da prendere, con soste contemplative appoggiato alla balaustra. Sempre più chiaramente si capisce come potrebbe degenerare la passeggiata: e infatti scatta il momento, in sottofinale, in cui il tipo sale sul parapetto e si lascia cadere all' indietro per il volo fatale. La situazione ha una pregnanza tanto forte da far sorgere il sospetto di una messinscena, magari usando una controfigura. Ma pare, invece, che sia tutto vero. Il regista Steel aveva provveduto a piazzare in vari punti strategici delle telecamere che automaticamente registravano i passaggi. Perché allora non fermare in tempo lo sciagurato telefonando alla polizia? Perché fra i nove milioni di persone che transitano ogni anno sul ponte i comportamenti inquietanti sono abituali e finché il gesto fatale non è almeno abbozzato si rischierebbero troppi interventi a vuoto. Di questo personaggio, e di numerosi altri, apprendiamo i precedenti a pezzi e bocconi da congiunti e amici: tutte storie di ordinaria follia in cui affiorano ricoveri e incompatibilità con famiglia e ambiente in un quadro diagnostico di depressione, paranoia o schizofrenia. Ogni morte volontaria ha il suo mistero, si trascina dietro risentimenti («Perché si è comportato così? Perché mi ha fatto questo?») e rimorsi («Non abbiamo fatto quanto potevamo per fermarlo»). Nei più saggi subentra la rassegnazione: c' è chi conclude addirittura come Scarlett in Via col vento: «Domani è un altro giorno». The Bridge è un film che suscita interesse, ma lascia inevase parecchie domande. Per saperne di più sulla «Porta d' oro», divenuta per alcuni la porta dell' inferno, siamo risaliti all' articolo di The New Yorker (ottobre 2003) da cui il regista ha preso lo spunto: «Jumpers» (saltatori) di Tad Friend, abituale redattore della rubrica «Letters from California». Spulciando fra le notizie apprendiamo che il 19 marzo 2003 si registrò anche un suicidio politico, quello di uno che protestava per la strage dei civili in Iraq. La percentuale media di «jumpers» è di uno ogni due settimane: videocamere, telefoni e pattugliamenti servono a qualcosa, ma non sempre. Servirebbe l' elevazione della barriera di cui si parla da cinquant' anni. Quelli contrari adducono motivi di estetica: perché rovinare uno storico manufatto come il ponte a causa di pochi dementi? Il reverendo Jim Jones promosse un rally a sostegno della barriera antisuicida, ma un anno e mezzo dopo guidò lui stesso un suicidio di massa in Guyana. Friend deplora che i media parlino dei «saltatori» solo se coinvolgono celebrità o fermano il traffico. Un agente che ha dissuaso più di 200 candidati al suicidio si confessa pessimista: sorrisi e buone parole a volte bastano, più spesso no. THE BRIDGE Regia di Eric Steel La troupe ha filmato quotidianamente il Golden Gate Bridge durante tutto il 2004

Tullio Kezich
© Sipario 2011