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Bourne Ultimatum (The)
The Bourne ultimatumdi Paul Greengrass
con Matt Damon, David Stratharin, Joan Allen, Julia Stiles, Albert Finney, Paddy Considine
 
La Repubblica, 2 novembre 2007
"Bourne Ultimatum"
col tempo migliora

In attesa di un mondo che non abbia più bisogno di agenti segreti, se spie devono essere che ci offrano almeno film eccitanti e mozzafiato. Come Jason Bourne: protagonista di una saga capace - caso più unico che raro - di migliorare da un episodio all'altro (incassi compresi: al box-office americano, Bourne Ultimatum ha totalizzato 230 milioni di dollari). Anche se questo, il terzo della serie, dovrebbe a rigore essere anche l'ultimo, dato che risponde finalmente ai quesiti sull'identità del protagonista e sui motivi per cui è perseguitato.

Ricordate? Ripescato in mare ferito e senza memoria, nelle puntate precedenti l'eroe ha tentato disperatamente di diradare la nebbia sul proprio passato. Qualche frammento l'ha messo assieme; ma ha avuto poco tempo, occupato com'era a sventare le minacce del suo antico datore di lavoro, la Cia. Fuggire senza sapere chi sei e perché ti danno la caccia è una cosa che fa parecchio arrabbiare; così Jason si è trasformato in una specie di supereroe, senza superpoteri ma intuitivo, mobile ed efficiente come una macchina da guerra, tanto da ribaltare il ruolo di perseguitato in quello di persecutore dei propri nemici.

Con la nuova puntata, la serie concepita da Robert Ludlum negli anni 80 subisce un forte innesto della paranoia post-11 settembre. La minaccia è un programma segreto di difesa, nome in codice Blackbriar, con cui gli States rivolgono la distruttività contro se stessi e i propri agenti. Data la situazione di continuo pericolo in cui si ritrova il protagonista, ne esce esaltata al massimo la vocazione nera e persecutoria del thriller di spionaggio. La sceneggiatura gioca ingegnosamente sulla moltiplicazione dei punti vista tra l'eroe e l'"organizzazione"; ma soprattutto garantisce azione senza un attimo di tregua, con inseguimenti e peripezie che rendono ubiquo lo spettatore trasportandolo, in un paio d'ore, da Mosca a Londra, da Parigi a Tangeri, da Zurigo a New York. Il tutto articolato intorno a tre grandi sequenze principali.

Un ottimo esempio di come si possa fare un film pirotecnico e gonfio d'adrenalina senza affidarsi agli effetti speciali. Ad esaltarne l'efficacia, Paul Greengrass (già regista del secondo episodio, "Bourne Supremacy") applica al genere uno stile semi-documentario, utilizzando la macchina da presa mobile e l'instabilità dell'inquadratura come correlativo dello stato d'animo di Bourne, che non sa mai quale sarà la prossima minaccia da affrontare né se, alla scena successiva, riuscirà a salvare la pelle. Analoga funzione svolge il montaggio, "tagliato" sull'ansia e sullo stato di allerta perenne di Jason.

A ben guardare, si tratta dello stesso stile di rappresentazione usato dal regista inglese in "United 93" (sul "terzo aereo" dell'11 settembre) e, prima ancora, in "Bloody Sunday". Là, però, Greengrass era ambiguo, irritante e politicamente scorretto perché applicava a episodi tragicamente autentici un linguaggio spacciato per la realtà; qui invece i patti sono chiari, la finzione garantita e la sua spy-story si afferma come una tra le migliori degli ultimi anni.

Roberto Nepoti

 
Il Mattino, 3 novembre 2007
Bourne, saga in crescendo

Il merito maggiore di «The Bourne Ultimatum-Il ritorno dello Sciacallo» si evince dal fatto che per un action movie farsi identificare e ricordare diventa ogni anno più difficile. La saga di Jason Bourne, al contrario, migliora di capitolo in capitolo e il tris firmato dall'ottimo Paul Greengrass («United 93») riesce definitivamente a imporre, al di là dell'incredibile sfoggio adrenalinico, la cifra del film e il logo dell'antieroe protagonista. Matt Damon, in effetti, vi conferma la sua dote più preziosa, quella del divo hollywoodiano in apparenza anonimo e generico, ma in realtà (o proprio per questo) «modulabile» su una gamma infinita d'identità, toni e caratteri... Chi è davvero Bourne? Perché è diventato uno spietato killer? E perché i suoi mentori lo vogliono a tutti costi morto? S'inizia, senza perdersi in chiacchiere, con una serrata caccia all'uomo nelle vie di Mosca, per poi proseguire senza un attimo di tregua, con overdose di riprese con la macchina a mano e relativo montaggio mozzafiato tra inseguimenti, duelli e sparatorie che, nella migliore tradizione bondiana, trasportano personaggi e spettatori da Londra a Torino, da Madrid a Tangeri, da Parigi all'inevitabile rendiconto finale nel cine-santuario di Manhattan. Le ragioni in senso stretto non risultano, va da sé, chiarissime, ma, rispetto ai precedenti, si può notare una maggiore accuratezza esplicativa degli autori ispiratisi alla «Trilogia Bourne» anni '80 dello specialista Ludlum: i guai dell'ex sicario della Cia, reso smemorato da un pestaggio, fanno capo a un programma d'addestramento attivato dall'ala deviata dell'agenzia e a suo tempo occultato, dopo il suo sanguinoso fallimento, dai caporioni criminali benissimo interpretati da David Strathairn, Scott Glenn e Albert Finney. La perfetta funzionalità della regia sta, inoltre, nel modo sornione in cui allude al fenomeno tutto contemporaneo del controllo globale: tra telecamere a circuito chiuso, rilevatori elettronici e spie satellitari, sembrerebbe che il gesto individuale sia sempre e comunque votato al fallimento. Ma la grinta robotica di un Damon sconosciuto persino a se stesso è in grado di rompere l'assedio e, grazie all'aiuto di due donne, addirittura d'andare ad affrontare i suoi persecutori nei loro bunker governativi.

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 2 novembre 2007

Terzo episodio di «The Bourne», prova eccellente del protagonista

Lo smemorato Matt Damon ex sicario in cerca di vendetta

Chissà perché come sottotitolo del film The Bourne Ultimatum hanno mantenuto quello del romanzo: Il ritorno dello Sciacallo. Il fatto curioso è che lo Sciacallo, alias Carlos il terrorista che nel libro è il supernemico del protagonista, nel film non c' è. Pubblicata con enorme successo nel decennio fra il 1980 e il 1990, percorso ancora dai brividi della Guerra fredda, la Trilogia Bourne di Robert Ludlum (1927 - 2001) nell' edizione Bur occupa 1856 pagine complessive, quasi il doppio di Guerra e pace. In particolare il volume conclusivo è il più sterminato e farraginoso (688 pagine) ed è costruito su una trama molto diversa da quella del film dell' inglese Paul Greengrass, aggiornato ai tempi nostri dallo sceneggiatore Tony Gilroy. Terza pellicola in sei anni dopo The Bourne Identity (2002) e The Bourne Supremacy (2004), offre un ulteriore paio d' ore di inseguimenti frenetici per le vie delle metropoli e i tetti della Medina di Tangeri, a piedi, in macchina, in motocicletta, negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie. La produzione, che non ha badato a spese, si proclama orgogliosa di aver viaggiato attraverso sette Paesi e tre continenti: da Mosca a Londra, da Madrid a Parigi, da Torino al Marocco e a New York. Jason Bourne, ovvero Matt Damon, è un ex-sicario della Cia che avendo preso una botta in testa ha dimenticato tutto, inclusa la propria identità, entrando così nella schiera degli illustri smemorati come Bruneri o Canella, Siegfried di Giraudoux o Il viaggiatore senza bagagli di Anouilh. A questo punto lo scopo dello spaesatissimo killer, che nei primi due film era quello di ritrovare se stesso, è la vendetta contro chi nel vano tentativo di eliminarlo provocò in India la morte della sua compagna. Dietro la trama nera c' è una potente setta chiamata Blackbriar, che fa capo a David Straihorn, tessitore del settore «coperto» della Cia, e al malefico scienziato Albert Finney a suo tempo addestratore dello sfortunato giovane trasformato in macchina per uccidere. Ma un ruolo decisivo finisce per svolgerlo Joan Allen, alta funzionaria governativa contraria ai servizi deviati e ai loro metodi. Per ciò che riguarda l' intimità di Bourne, che sulla pagina scopriamo riciclato come tranquillo professore universitario con moglie e due figli, il film gli regala una ex-compagnuccia pronta a innamorarsi di nuovo, Julia Stiles, anche lei agente segreto. Stavolta gli autori tentano di rispondere alle domande rimaste in sospeso. Chi è Jason Bourne? Qual è il suo vero nome? Come e perché divenne un assassino teleguidato al servizio di infami burattinai? Ci vuole un po' di buona volontà per accettare le confuse spiegazioni del caso, ma scorrendo via velocissimo il film non ti concede il tempo di pensarci su. Secondo Greengrass le disavventure di Jason Bourne hanno ridefinito il genere lanciato quarant' anni fa dall' immarcescibile James Bond; e sembra dargli ragione il fatto che il pubblico ci sta, con oltre 400 milioni di dollari introitati finora. Buona parte del successo, dovuto anche all' acrobatico lavoro del montatore Christopher Rouse, si deve attribuire al carisma di Matt Damon. Accordandosi su una scansione narrativa che sfiora la ripetitività (qualcuno ha azzardato un paragone con il Bolero di Ravel) spicca l' efficace impassibilità di Matt che assume quasi una valenza straniata di tipo brechtiano. Uso a nascondersi perfino a se stesso, l' uomo d' azione appena uscito da un totale sconvolgimento della psiche fa trapelare poco degli interni affanni; e i palpiti li lascia a coloro che lo circondano e lo assediano, nessuno dei quali rimane uno stereotipo. Tutti hanno una motivazione in qualche modo nobilitante, anche le anime nere: a conferma che il (super)patriottismo è l' ultimo rifugio di un briccone.

Tullio Kezich

 
L'Unità, 31 ottobre 2007

Abbiamo perso il conto di quante volte Matt Damon è stato un agente CIA o FBI. Nel ruolo di Jason Bourne poi è alla terza prova. L'agente della CIA programmato per uccidere, senza memoria di se ma con una gran voglia di vendicarsi della sua donna morta ammazzata e di chi gli ha rovinato la vita, arriva a The Bourne Ultimatum dopo The Bourne Identity e The Bourne Supremacy. Dal secondo episodio ha preso in mano l'operazione Paul Greengrass, regista inglese di lucida determinazione (vedi United 93), con una passione smisurata per la camera a mano. Così mentre si svolge la trama di Tony Gilroy, ogni tanto ci viene il mal di mare. Ma gli elementi dell'intreccio sono centellinati così bene che si arriva in fondo con la voglia di sapere come va a finire. Anche se poi nulla sembra chiuso veramente: morto un capo se ne farà un altro. E di Bourne forse ne sentirete parlare ancora.
Spostandosi da Mosca (in realtà Berlino) a Torino (dove c'è come al solito una gola profonda), Madrid, Londra, New York e Tangeri, l'agente Bourne se la cava grazie all'astuzia e a due donne che lo desiderano da lontano. Elimina i segugi che lo devono finire, salva la vita all'agente Nicky Parsons (Julia Stiles) che tradisce per lui e mette nel sacco i vertici della CIA grazie alla soffiata di Pamela Landy (Joan Allen), che dell'agenzia non sopporta certe pratiche troppo sbrigative. Hai voglia a ripeterle che il suo reparto "è la parte appuntita del bastone"/CIA. Molte riprese dall'alto, con lo sguardo dell'intelligence che fruga nella vita di chiunque a qualsiasi latitudine, mirabolanti inseguimenti tra la folla, combattimenti alla ninja tune ben costruiti (ma Bourne ha il vantaggio di essere invincibile), montaggio furioso di Christopher Rouse, che moltiplica l'instabilità delle riprese a spalla e on the road di Greengrass. Che ormai è il regista della macchina da presa lanciata oltre l'ostacolo.

Pasquale Colizzi

 
La Stampa, 2 novembre 2007
Jason Bourne, la spia ritrova il suo passato

Chi è Jason Bourne? Qual è il suo vero nome? Come fu che, diventando un killer nei servizi deviati della Cia, perse la memoria? Perché i suoi ex mandanti insistono a volerlo morto? Dopo The Bourne Identity (2002) e The Bourne Supremacy (2004), grandi successi in libreria e sullo schermo, per rispondere a tutte queste domande arriva il terzo capitolo della saga; e mettendo a confronto The Bourne Ultimatum romanzo (di Robert Ludlum, 1990) e pellicola (2007, regìa di Paul Greengrass) saltano agli occhi varie differenze tra cui quella di peso. Se il libro nell'edizione Bur occupa quasi 700 pagine, il film si sbriga in un paio di orette. Il punto è che fin dal primo numero della fortunatissima trilogia produttori (Frank Marshall e Patricke Crowley) e sceneggiatore (Tony Gilroy) hanno intuito che la carta vincente sarebbe stata quella di essenzializzare l'avventura sul passo veloce di un eroe perennemente in fuga.

Qui da topo Jason si è fatto gatto e il regista Paul Greengrass lo rincorre al di qua e al di là dell'oceano, passando da Mosca a Torino, da Londra a Madrid, da Tangeri a New York. Rincorrere è la parola giusta perché Bourne, lo smemorato a mano armata, va ancora più spedito da quando alla smania di ripescare il passato dall'oblio si è aggiunta quella di vendicare l'uccisione della donna amata perpetrata nel capitolo secondo. Coloro che dall'alto hanno ordinato l'esecuzione devono pagarne il fio; e così avviene dopo un'ininterrotta serie di inseguimenti frenetici e magari un po' ripetitivi, ma sempre appassionanti e realizzati a regola d'arte. Interpreti ben scelti sostengono l'esplosivo intrigo: da David Strathairn genio del male a Albert Finney, che emulò il dottor Frankenstein per manipolare in laboratorio la psiche di Jason, fino a Joan Allen impegnata a riscattare l'immagine di una Cia non deviata che speriamo esista ancora. Ovviamente il centro sostegno dell'appassionante sfida è ancora una volta Matt Damon, che si conferma qualcosa di più di un buon attore (ha vinto a suo tempo un Oscar come sceneggiatore) e puntando sull'impassibilità di un personaggio traumatizzato riesce a convincere e perfino a commuovere.

Alessandra Levantesi

 
Il Giornale, 2 novembre 2007
Damon, antiBond moderno e casual

Espletato nei primi due episodi l'interrogativo filosofico: chi sono e dove vado, Jason Bourne cerca e trova risposte esaurienti ai due quesiti nel terzo, ma sicuramente non ultimo episodio, The Bourne Ultimatum. Bourne è l'antiBond, spietato, veloce, casual e con un aspetto perfettamente calato nella realtà digitale di cui si nutre ormai ogni quotidianamente l'umanità.
Niente femmine fatali, solo ragazze normali, taciturne e sensuali come una commessa di profumeria, con le quali ha rapporti soltanto accennati. Escluso ogni tipo di edonismo, Bourne è azione pura, impassibilità e una fragilità che cripta con la fisicità. Assai meglio di un Bond burino come quello di Daniel Craig. E Bourne viaggia molto, come Bond: Parigi, Mosca, Londra, Torino (!), Madrid e Tangeri, alla ricerca della sua identità, che gli sceneggiatori gli consentono di scoprire per evitare la stucchevolezza di quello che rischiava di diventare un tormentone discutibile.
Coreografato egregiamente nei corpo a corpo, montato con forsennata rapidità, in stile Tony Scott, è comunque un occasione di puro intrattenimento, la cui efficienza testimonia almeno l'onestà professionale del cinema americano.
Il cinema è anche questo e per i reduci dei film di Gilliam, Burton e Rodriguez il film di Paul Greengrass è una camera di decompressione, una corsa sui prati. Non casualmente lo sceneggiatore di Bourne Ultimatum è Tony Gilroy, regista del magnifico Michael Clayton . Matt Damon ha la solidità che lo rende credibile e così Bourne, ormai non più Bourne, tornerà, o si che tornerà!

 
Il Messaggero, 1 novembre 2007
"The Bourne Ultimatum": torna il super-agente Cia che non sa chi è, icona perfetta del nostro presente

E il cinema d'azione ritrova l'anima

E' un film d'azione, ma è molto più appassionante dei soliti film d'azione. E' il terzo episodio di una serie, ma non va confuso con i serial tutti uguali che infestano i multiplex del mondo intero. Ha per eroe una vera "macchina da guerra": ma più che la prontezza con cui Jason Bourne/Matt Damon combatte, depista, schiva, inganna, uccide, sono i suoi tormenti a catturarci. Tormenti che sentiamo sempre più "nostri" anche se nulla, nel tepore della platea, sembra avvicinarci a questo super-agente Cia dotato di ogni possibile qualità ma disperatamente privo di memoria e di identità.
Chi è dunque Bourne e chi lo ha "programmato" per superare ogni pericolo come un automa che sa tutto senza sapere nulla? Se The Bourne Identity , diretto da Doug Liman, 2002 e The Bourne Supremacy diretto dall'inglese Paul Greengrass, 2004, insistevano sui dubbi per così dire esistenziali di Bourne, questo terzo episodio, il migliore della serie, punta invece su una caratteristica ancora più affascinante e inafferrabile.
A prima vista Bourne, supereroe suo malgrado, sembra una versione postmoderna di James Bond, il suo rovescio ironico e forse tragico. A differenza di 007, che sa benissimo cosa fa e perché lo fa, Bourne infatti combatte una guerra tutta personale, e soprattutto la combatte 24 ore al giorno. Altro che sfondi esotici, bellezze in bikini e Martini "agitato, non mescolato"! Con i suoi lussi e i suoi vizi James Bond celebrava a suo modo le certezze della guerra fredda e i piaceri nascenti del tempo libero di massa. Bourne invece prende alla lettera la metafora della macchina, che è poi l'unico modo per sopravvivere in un mondo fatto di macchine. Quindi "lavora" senza sosta, evitando con intuito infallibile tutte le trappole umane e tecnologiche dispiegate dalla Cia per eliminarlo.
Ma proprio così, a forza di saltare da una città all'altra (Mosca, Parigi, Londra, Torino, Tangeri, Berlino, New York...), sfuggendo al reticolo onnipresente di telecamere di controllo, riesce non solo a sopravvivere ma a scomparire agli occhi dei suoi nemici. E come L'uomo della folla di Edgar Allan Poe, trapiantato nell'epoca dei computer e di Echelon, finisce per tradurre nei modi del cinema d'azione la densità filosofica di quel personaggio sfuggente e onnipresente, disperatamente solo e indissolubilmente legato alla moltitudine che lo esprime e insieme lo cancella.
È il senso della lunga, magistrale sequenza in cui Bourne/Damon contatta il giornalista che indaga su di lui nella brulicante Waterloo Station. E' la folla a proteggerlo, è la folla a perderlo, appena il reporter torna a essere se stesso e fa di testa sua. Il resto al confronto è routine. Anche se il tono paradocumentaristico della regia e il cast di gran classe danno a ingredienti consueti (inseguimenti d'auto, combattimenti mirabolanti, lotta tra falchi e colombe in seno alla Cia...) uno spessore e un'emozione sorprendenti.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011