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Tenerezza
di Enrico Bataille
Commedia in tre atti
Corriere della Sera, 9 marzo 1922

Grande è la malinconia che si prova ascoltando la commedia, ancora nuova per noi, di uno scrittore che fu appena sepolto. Si ha quasi il sentimento che la vita si sia disseccata anche in essa; che essa sia, non un’opera autonoma che ha da esprimere la sua passione e da dire il suo pensiero, ma un funebre ricordo. La si ascolta temendo di giudicarla con irriverenza. Ma la verità è che le parole di Bataille che abbiamo udito ieri sera non sono quasi più sue, perché la morte stacca dagli autori tutto ciò che non li rappresenta pienamente; e Tendresse, pur balenando tutta di tratti di genialità, non può aspirare a ridarci il vero, il maggiore Bataille. Ad altre commedie spetta questo nobile orgoglio. Questa è una fronda che crolla da una pianta robusta e florida. Non manchiamo di rispetto al morto se lo cerchiamo più in là, nel suo passato.
La commedia vuol dimostrare che ci può, che ci deve essere, oltre l’amore, quando l’amore è divenuto impossibile, una suprema bontà, una pietà, una soavità, che impediscono che due creature che confusero lungamente le loro vite si separino per sempre, irose, come nemici, appena la passione è finita. Ma dimostrare una cosa simile è molto difficile. Non c’è persuasione che valga ad accendere questo mite ed affettuoso sentimento; o lo si prova, o non si può proporci il comandamento di provarlo. Dove c’è un cuore in tempesta, dove c’è il rancore sessuale, il peggiore che si possa dare, o dove c’è il tedio d’amore, il più grigio e pesante di tutti, come si fa a far nascere, con un atto di volontà, la poesia dei ricordi, una cara e gentile e commossa e idilliaca amicizia? L’invito che lancia il Bataille è dunque disperatamente inutile. Pochi amori supereranno sé stessi come l’amore del quale si narrano le crisi nella commedia che abbiamo udito ieri sera.
La gentile Marta Dellières, giovine attrice assai nota, è l’amante in titolo del celebre scrittore Barnac che, per la nobiltà dell’arte, è circondato, non solo dall’ammirazione del pubblico, ma anche dalla riverenza dei colleghi. Questo Barnac è un uomo già maturo; c’è tra lui e Marta una differenza di vent’anni. Ma Marta si dimostra così innamorata e devota e felice di rallegrare la vita del suo amico con la sua ridente gioventù, che Barnac si sente ringiovanire accogliendo nello spirito gli echi argentini della festosa vivacità di lei.
Un giorno una piccola circostanza, una bugia che gli viene detta, mette in sospetto Barnac. Il suo sospetto lo fa inquieto, lo spinge ad indagare, tanto che riesce ad ottenere da un amico la confessione imprecisa che Marta lo tradisce. Questo amico, incalzato da lui, gli dice non il nome, ma la iniziale del nome dell’amante di Marta. Veniamo poi a sapere che, pentito di aver gettato tanto turbamento nello spirito del nobile scrittore, ha dato una iniziale a caso, per cercare di rendere vane le ricerche del povero grand’uomo angosciato.
Barnac invita a venire da lui, per il giorno dopo, due persone che hanno un nome che comincia con quella iniziale “J” e sulle quali convergono i suoi dubbi. Poi finge di dover partire improvvisamente; prega Marta di restare in casa sua a ricevere i visitatori che eventualmente venissero; e nasconde dietro l’uscio del suo studio due stenografe, perché raccolgano tutte le parole che verranno scambiate tra Marta e quei visitatori che egli stesso ha chiamato, e gliele trasmettano immediatamente.
Noi assistiamo, nel secondo atto, alla venuta dei due signori i cui nomi cominciano con “J”. Tutti e due, sorpresi di non trovare il padrone di casa e, d’altra parte, contenti di incontrare Marta sola, si permettono qualche tentativo un po’ audace, che la giovane donna rintuzza prontamente. E noi siamo quasi consolati: l’illustre Barnac non è dunque tradito. Dopo l’ansia gelosa, lo vedremo rassicurato e felice. Ahimè! Abbiamo avuto troppa fretta!
Viene un giovanetto a chiedere un autografo di Barnac e subito Marta, alla presenza di quel fanciullo acerbo dagli occhi luminosi, ci rivela che non sa resistere ai turbamenti dei sensi; ché, anzi, essi si determinano in lei, prontamente; ventate rapide di desiderio che la travolgono. A questo ragazzo si promette; subito dopo apprendiamo che ad altri, non solo si è promessa, ma si è anche data. Sopraggiunge, infatti, a salutarla con un pretesto, un attore cinematografico, al quale da qualche tempo ella concede ore misteriose e bellissime. Ma costui si permette di scherzare sul maturo amante di Marta, e allora Marta lo insulta e ci rivela, in un convulso racconto, la storia non rara, ma tuttavia interessante, della sua doppia vita sentimentale ed erotica. Ella ama Barnac appassionatamente, deliziosamente, con una devozione impetuosa, e con tanta sincerità che giunge sino a provare un certo piacere fisico a vivere vicino a lui, sì lontano ormai dalla giovinezza. Ella lo ammira, lo adora, si gloria di volergli bene; farebbe qualunque sacrificio per lui. Ma ha, anch’ella, ore in cui tota Venus ruit nelle sue vene, e allora la prende il bisogno mollissimo e prepotente di sentirsi stringere da due braccia giovani, baciata da una bocca di vent’anni. Febbri, vacillamenti, e cadute… Per relegare queste… debolezze in una sfera di vita inferiore, quando sente l’affocato richiamo dei sensi, si abbandona solo a fuggevoli capricci, e non li accetta che oscuri, anonimi, tali che non lascino nessuna traccia. Pecca miserabilmente, cedendo alla forza dell’istinto; ma la vera storia della sua anima è tutta fatta del nome, del culto, dell’adorazione di Barnac.
Tutta questa scena e le precedenti vengono, naturalmente, trasmesse dalle stenografe a Barnac, e si può immaginare come egli accolga l’ultima rivelazione! Scaccia Marta che ha un bel ripetere il suo amore, ha un bel dimostrargli che quei bassi episodi non contano! Barnac, temendo di non essere forte abbastanza, chiama intorno a sé alcuni amici, perché lo aiutino a resistere alle lacrime e alle dolci parole della donna infedele.
Nell’ultimo atto vediamo Barnac un po’ più invecchiato, circondato dai suoi amici e da alcune donnette che i suoi amici gli procurano; è tenero, ma ironico verso di esse, galante, ma con un fondo di amarezza nelle parole; perché nel suo cuore non c’è che il ricordo doloroso dell’amore perduto. Ed ecco che egli apprende che la “Società degli Autori”, della quale è parte importante, ha intentato un processo all’attore cinematografico, con il quale Marta ora convive, per la contraffazione d’un’opera d’arte. Barnac non vuole che questa azione giudiziaria abbia luogo, perché teme che Marta supponga che egli, per vendetta, l’abbia consigliata. Allora manda a chiamare Marta e l’attore amante; offre di pagare alla “Società degli Autori” la somma che questa reclama dall’attore cinematografico, e, poi, chiede alla sua amica d’un tempo che ella torni a lui, per essere, non più l’amante squisita, ma tuttavia la creatura delicata e ridente che porta nella casa dell’artista triste la luce della primavera. L’amore non è più possibile; perché egli è troppo vecchio. È giusto che Marta obbedisca alle leggi della vita. Ma perché non deve restar più nulla di un legame che fu sì intimo e profondo? L’amante di Marta le permetterà di venire ogni giorno a visitare lo scrittore, a dirgli le buone parole di un tempo; al posto della passione, la tenerezza; e, di questa tenerezza, la dolce purità non sarà mai violata. L’altro, sarà l’amante, il necessario legame della giovinezza alla giovinezza. Tra Barnac e Marta ci sarà solo la tenerezza, che è amore spiritualizzato.
Ho detto prima che la commedia non prova nulla; e invece ha il torto di voler provare, di prefiggersi una missione.
Eppure il Bataille aveva trovato un tipo di donna degno di essere analizzato. Ma bisognava che Marta non avesse la preoccupazione di intenerirci e conviverci; doveva accontentarsi di vivere, di mostrarci come si può essere, così, tra paradiso e inferno, mezza angelica farfalla e mezzo verme strisciante. L’arte dell’autore doveva tendere a darci, in tutte le sue luci e le sue ombre, e le sue sinuosità, e le sue sfumature, questo personaggio. In tal modo, legato ad un’osservazione audace, originale e continua, della quale egli era ben capace, il Bataille avrebbe trovato, per la sua protagonista, il tono vero, limpido, vario, definitivo, che invece gli è mancato sempre; sì che Marta, invece di essere rivelata dalle sue parole, ne è fasciata, agghindata, ovattata.

E intorno a lei si va stringendo una commedia tutta artifici ed espedienti, affaticantesi alla ricerca delle grandi solite scene di effetto sicuro. Marta è costretta a servire questa commedia, a renderla pittoresca e calda ed efficace. E noi vediamo presto che da quella donna, nella quale l’anima e i nervi, lo spirito e la carne sono in sì gran dissenso, esce fuori, a poco a poco, la prima donna. Il desiderio di poesia, sempre tormentoso nel Bataille, è qui sostituito dal desiderio dell’eloquenza o delicata o appassionata. Tocchi mirabili ci sono egualmente, e scene scritte con grande maestria; ma in queste scene si muovono personaggi ammanierati; e in esse non c’è più l’inatteso, non c’è mai la fresca e inspirata inconsapevolezza dell’artista. Il commediografo è sempre vigile: armato del suo grande ingegno, sì, ma il suo grande ingegno non è più libero; obbedisce e serve la tecnica esperta.
   
© Sipario 2011